Osservando # 99 - 12 giugno 2006

    

 
       Cose di Favelado

 

(Quinta parte- 12 giugno 2006)

 

 

 

 

 

 

 

 

   Alle quattro di mattina di venerdì vengo svegliato da una scaramuccia di spari che sembra vicina, all’incrocio del quartiere di Flamengo sotto casa.  l'Esercito ricerca le armi rubate un paio di settimane prima in un presidio militare.

 

            Per giorni  fanno perlustrazioni e invasioni armate alle favelas di Rio.  Poco prima le armi erano state segnalate al Morro Amaro di Catete, ma alla fine le troveranno martedi notte in un edificio abbandonato dei pressi della favela Rocinha. Dopo un periodo di relativa calma, i mesi di febbraio e marzo sono un continuo susseguirsi di invasioni e sparatorie.

 

            Attendo che finisca l’invasione schiaffeggiante della polizia e riprendo le mie perlustrazioni in favela.

Cammino come sempre a lato di Play, che mi fa attraversare cunicoli e scale ripide e inzuppate di polvere e rifiuti. Occhieggio ai lati i buchi commerciali e i cubicoli abitati.  

 

           Saliamo rapidi, come in montagna al ritmo del respiro e del peso del corpo, il che mi dissuade dal fermarmi ad ogni metro interrogandomi sul valore di quell’esistenza... (...)

 

Nessuno conosce il nome vero, le rappresaglie e le indagini frequenti hanno sviluppato un comportamento darwiniano, anche un idiota sa evitare gli ingredienti per la morte certa.

 

  

 

 
 

 

 

                          Mi racconta la storia di Comando Vermelho, la prima organizzazione politicizzata di trafficanti nelle carceri, (...) 

 

                          Rocinha, coi suoi 200.000 abitanti é la maggior favela del sudamerica, ma con un sovrapporsi di casupole e baracche in un intrico di vicoli senza nome ha forse la maggiore densità abitativa del pianeta: 185 abitanti per chilometo quadrato, abbarbicati fino alle basi dei tipici pan di zucchero che circondano la Città Maravilhosa. 

 

 

            Come spesso accade, anche un gringo senza paura può suscitare l’affetto dei favelados, appassionati di chi si interessa alla loro identità.

Per farmi tornare a casa il Play chiama un amico taxista. La polizia all’uscita della favela ci ferma spianando le armi, guarda dentro e io rispondo col mio sorriso da turista idiota e saccente.  Funziona sempre, ci sono abituato.

            Usciamo e finalmente distendo la testa sullo schienale. Per un istante mi sono immedesimato nel favelado, provando il fastidio del controllo.

 

            Poi il taxi entra nelle strade dove il pericolo è solo quello di una città di dieci milioni di persone.

 

 

 

 

MAX

(Quinta parte -  segue...)

 

(il racconto non è integrale,

copyright © 2011 max bonaventura

chiunque volesse leggere la versione integrale, può farne richiesta all'email max.bonaventura su gmail.com)

 

 

 

 

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