Osservando il Brasile #97                                  maggio 2006

 

Cose di Favelado              parte 3

 

 

  

    Le sentinelle in cima alla curva giocano orgogliosi come bambini di Marostica o Vigodarzere, solo che lo fanno con armi vere. Nel loro turno di guardia non possono dormire, non possono fumare un baseado di maconha che allenta la tensione. Quindi sniffano coca per mantenere forte la carica aggressiva e per riempire il cervello della sensazione di potere che dà la droga. Diventano iperattivi, riempiono il dialogo di parole importantissime senza un nesso preciso.  La notte é il momento delle invasioni da parte delle fazioni rivali che ambiscono al controllo della favela e delle bocche di spaccio che fatturano migliaia di real al giorno. O della polizia a caccia delle preziose armi da assalto che hanno un enorme valore al mercato nero; se il gerente della favela non ha pagato una mazzetta sufficiente, verranno a dare una lezione. Lo stipendio è sempre scarso, anche quando è arrotondato sottobanco. Molti brasiliani hanno più di una moglie e qualcuno anche qualche amante da mantenere.

           (...)

Alla fine ricostruisco le percentuali dei profitti e i percorsi in cui vengono incanalati per contrattare nuove partite di merce, per concordare la tranquillità con la polizia corrotta, per la manutenzione o l'acquisto di armi e munizioni, per pagare la settimana agli olheros, avioes, soldados e vapores, per la mesata alle famiglie i cui uomini sono stati incarcerati o uccisi nelle invasioni di bande rivali o squadre di polizia a caccia di vendette o ripicche.

Il salario minimo in Brasile é poco più di cento euro mensili, per lavori normali come commesso o garzone. Non basta per sostenere una famiglia a Rio, ammesso di trovare un lavoro. L'entrare nella compagine del traffico diventa quindi una delle soluzioni più ovvie per i ragazzi che scorazzano nella favela.  Nelle feste settimanali li scopri a fare la fila per parlare con i capi.  

            C'é tutto l’orgoglio della fratellanza miseranda e dell’appartenenza senza futuro, nella vita di un ragazzo creato in quegli spazi senza orizzonte, un unico numero civico che identifica 200 mila abitanti, infanti che assieme alle prime parole snocciolano le cantilene degli spacciatori “po’ di cinque, po’ di cinque…!” , i lavori dell’asfalto dei ricchi, giù, dove non saranno mai accolti per via di un’ignoranza, di una visione limitata pur in un mondo dallo sviluppo impercettibile, di un gergo da ghetto riconoscibile nel parlare, di un eccesso di tatuaggi e di collane  pacchiane. 

 

               La spiaggia é l’unico spazio democratico della città, dove si riversano gente della classe media e poveri della favela. Questi certo li riconosci perché fanno più rumore, si divertono senza restrizioni imposte dall'etichetta, si rincorrono e sanno costruire giochi banali dove paiono divertirsi moltissimo, lottano nella sabbia e nell'acqua, ridono di ogni piccola cosa e quel momento di gioia sembra essere una conquista, una ode a Yemanjà, dea del mare, per quel piccolo momento di oblìo. Non si preoccupano ancora di apparire, di cosa dirà la gente, della discrezione tipica della borghesia di ogni parte del mondo che ha costruito un'immagine vera o presunta su sforzi e sacrifici per apparire migliore di quella che é.

 

            E' facile sulla spiaggia far scomparire le differenze sociali, basta mettersi tutti gli stessi tipi di bermuda, gli stessi occhiali che sono venduti in ogni angolo delle strade a pochi real.    E smettere di ridere e giocare, cose di favelado.

 

 

 

 

 

   

              Già da ragazzi evadere coincide con l’edificare un muro verso l’esterno, a ridosso di quel muro che già esiste.  Per qualcuno che riesce a trovare una umile occupazione, molti non trovano migliore alternativa che impegnarsi nel traffico, passando dai servizi di consegna e sognando la scalata, le armi, un decennio di follia e poi il carcere, per i più fortunati.   Ad una madre che reclamava pietà per il figlio diciassettenne, la polizia rispose: é già vecchio, un buon bandito muore a quattordici. 

             Agli inizi del novecento, per ospitare i lavoratori attratti dallo sviluppo di Copacabana, si creano le prime favelas fra le pieghe montagnose della città .  Costruite in legno e materiali improvvisati, sopravvivono allargandosi nella inevitabile indifferenza di una città “bene” che insegue il bel vivere e i simboli del turismo.  Una realtà come il Brasile, dove vivere alla giornata è croce e delizia di un popolo festaiolo poco incline alle polemiche, ignorare le favelas è uno snobismo che simboleggia il progresso.  Senza l’interesse delle amministrazioni,  fra rifiuti a cielo aperto e topi che ballano vicino ai neonati, la storia della costruzione delle favelas racconta episodi di sopraffazioni e segregazione, orgoglio e indigenza.  Una sorta di coesione fra miserabili porta alle prime azioni collettive per la costruzione di uno spazio pubblico, l'aiuto edile a una famiglia bisognosa, la riparazione di scale devastate dalle frane, di corridoi sommersi dai liquami, di tubature bucate dalle sparatorie.

             Il nuovo gerente sa che avevo conosciuto il vecchio dono Bem-Ti-Vi, ucciso l’anno scorso.  In uno slancio di franchezza mi chiede se gli porterò un regalo dall'Italia, la prossima volta.  E' il suo modo di dirmi che posso tornare. A loro piace chi si interessa all'identità della favela.

E' un modo di avvicinarsi alla vita dell'asfalto, là in basso,

(...)

 Esiste un'etica di comportamento, una legge morale che accetta se stessa ma non dimentica i meno fortunati.

             Osservare non è giustificare. Assomiglia un poco a zittire il nostro io, io, io …

  

 MAX

(Terza parte -  segue...)

 

 

(il racconto non è integrale,

copyright © 2011 max bonaventura

chiunque volesse leggere la versione integrale, può farne richiesta all'email max.bonaventura su gmail.com)

 

 

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