Osservando il Brasile #96                                  maggio 2006

 

Favelado                     parte 2

 

 

 

 

 

    Smonto dalla moto e alzo il police verso il Valentino orgoglioso della sua folle prestazione.

 

    Dò un chiamo al numero del Play. "Oi, sono arrivato, tudo bem?"   

"Tudo. Vc aonde? No inizio da rua? Jà chego, cinco minutos, me espera là"

"Beleza".

 

    Il movimento é ancora vivace, giovani scamiciati attorno ai barzinhos a bere una lattina gelata, bandidos sorridenti ma pronti a spiare gli arrivi, vapores attono ai punti di spaccio della maconha, pistole alla cintola nascoste sotto magliette...

 

(...)

 

 Poi quelli che si riconoscono si sculacciano le mani tra di loro in gergo afro, chiamandosi brother.   E' il funk che impera, un istinnto esterofilo che non taglia le gambe alla samba di quartiere o al Rap proibito che racconta di armi e assalti alle boutique giù nell’asfalto.

 

    Il Play arriva a cavallo di un mototaxi che fa servizio fra le curve che portano al picco. Un gerente lo adocchia e lo chiama. Qui tutti hanno un nome in gergo, così è più difficile per la polizia capire chi fa cosa. Aspettami qua, devo fare un servizio. Mi aggiro fra le bacarelle di DVD clonati, radio rubate, salsicce e pannocchie arrrostite e mi vien voglia di una coca ghiacciata. Mi avvio verso un cassonetto di polistirolo, ma vengo bloccato da uno sconosciuto. "Il Play da detto di aspettarlo QUI" mi dice.  

    Accidenti, pensavo di essere protetto, ma forse sono sequestrato.  Il Play ha fatto l'aviao e torna sorridente dietro un Mototaxi consegnando un fagotto. Non mi mostro curioso perché la mia immagine prevede che io sia un gringo fotografo e otario, cioé idiota, incapace di discernere una pistola avvolta in uno straccio.

 

 

 

 

 

 

    Salutiamo un individuo normale come gli altri, parlottiamo e ci accordiamo per una certa ora a un certo posto.

 

(...)

 

 Il gerente mi offre la sua moto e salgo col Play, oramai la mia guardia e il mio garante, morro incima, a vedere una spettacolare Rio luccicante attorno alla baia. Penso che gli abitanti delle favelas scarseggiano dei soldi per i cibo e la luce, ma sono ricompensati da alcuni privilegi. Quelli di vedere la polizia entrare in casa e prendere le donne per i capelli in cerca di spiate, pallottole che vagano fino a conficcarsi nelle gambe dei bambini che tornano da scuola. Esistenza senza belletto turistico, all'improvviso ricordo perché non amo la disciplina perbene di Ipanema, Tenerife e Sharm El Sheik, la vita a occhi spenti prodotta a tavolino, il calcolo impersonale del piacere statistico.

 

    Saliamo a piedi verso le curve in cima alla favela. E' la mia ennesima passeggiata rinfrescante, nei 38 gradi serali.

 

La notte é nera in quell'avamposto di controllo. Ho dovuto tarare il flash alla massima potenza e la doppia serie di batteria si rivela insufficiente, mentre scatto le foto delle sentinelle quindicenni con le armi. L'età media brasiliana essendo già bassa, occorre calcolare la distribuzione delle risorse umane fra gerenti, aviatori di notizie, osservatori sopra luoghi strategici, venditori di polvere e macohna, banditi, soldati e guardie del corpo, assaltanti di strada che non sopportano la vita burocratica del trafficante tutto dedito alle responsabilità contabili.  Tolti quelli che sono morti o in prigione, il ricambio generazionale nelle fila dell'impresa del traffico é veloce e necessario.  

 

    Bambini che affrontano sfide adulte come giocare.

 

 

 

MAX

(Seconda parte -  segue...)

 

(il racconto non è integrale,

copyright © 2011 max bonaventura

chiunque volesse leggere la versione integrale, può farne richiesta all'email max.bonaventura su gmail.com)

 

 

 

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