Osservando il Brasile #95                                   aprile 2006

Favelado    parte 1

 

 

 

 

    Abbasso la testa e stringo le dita sul sellino posteriore per non essere sbalzato sull’asfalto.

 

La moto 125 sfreccia dentro al tunnel di Ipanema sfidando le leggi della sicurezza e del buonsenso, dopo un interminabile zigo-zago fra le fila di auto che arrancano nel traffico della giovane notte.  Dubito che voglia imitare il Superbike, o impressionare il "gringo" passeggero  So bene che sbeffeggiare i limiti é insieme un divertimento e una sfida. Fossimo in Italia gli avrei già perforato una spalla urlandogli  "Ta malùco, cara? vai devagar...    "Sei matto? rallenta...”

 

    Sono settimane che aspetto questo invito a fotografare i "soldados", ragazzi quindicenni con le armi. 

    Ho lasciato gli amici in fretta e furia ad una riunione a Lagoa, quartiere chic di Rio de Janeiro. Una chiamata al cellulare, naturalmente “a cobrare”, cioè a carico, mi  improvvisa la disponibilità.    E' domenica notte, non è raccomandabile per uno straniero prendere un bus e nessuna cifra convincerebbe un taxi a condurmi alla Favela.   Saluto Carlos che se ne torna a casa scuotendo la testa.  Così aspetto l"aviào".  E' un Taxi Boy particolare, scelto dai nuovi capi di Rocinha per trasporti fidati e non mi conviene fare il difficile.  Salgo dietro la moto infilandomi un casco senza cinghiette e senza visiera .  

 

    Le maggiori favelas di Rio iniziano proprio al confine con i quartieri bene, una strada che sale dopo una curva.

    Il cavallo impazzito continua a manetta, incurante di rallentamenti, semafori e pedoni, vorrei alzare la testa ma il suono del motore sale sale e sembra voler combattere contro le auto una guerra tutta sua.   Mi ricorda la prima volta che volai col parapendio, avevo accettato nonostante la paura dell'altezza, solo per bighellonare sopra le teste della gente e invece l'istruttore saliva saliva e mi ritrovai un puntino nel cielo senza quasi vedere terra.

 

    Chiudo gli occhi e mi riporto all’intervista di venerdi, quando per la prima volta registro lunghe domande indiscrete sulle vicende che hanno portato alla morte di Biu, il capoufavela.   Il mio amico e referente aveva accettato di raccontarmi cose che nemmeno la polizia ha reso note. Per garantire l’incolumità dell’intervistato, avevo accettato di portare l’intervista in Italia senza farla vedere in Brasile.

    Saliamo tra le baracche senza numero civico. E' per non facilitare i raid della polizia.  Passiamo il Beco de Pò (becco della Polvere)...

 

(...) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    Attraversiamo uno spazio adibito a scarico delle immondizie, dove fanno festa un gatto e un topo quasi delle stess dimensioni.   Salutiamo donne tranquille e adolescenti assonnati che si passano un mozzicone, parliamo con due, tre ragazze che sembrano essere sempre l'innamorata esclusiva.  Superiamo una scalinata interminabile, fra bambini scalzi, uomini attorno a una scacchiera, ragazzi attorno a una cassetta di frutta rovesciata.  Una lampadina attaccata al muro fa ondeggiare le ombre. Posso tirare una foto? No, non qui, quelli sono banditi che difendono la Bocca di Fumo. Non fermarti e non ti girare, andiamo fino lassù. In pochi minuti ho perduto il senso di orientamento.

 

(...)

 

    Sbuchiamo in una strada che sale dall'entrata di via Appia. Sono sudato e le gambe hanno l'acido lattico, lui sembra un cerbiatto ma io ho fatto cinquecento gradini sconnessi fra lastroni, corridoi e pozzanghere create dagli scarichi.

 

    Mezza dozzina di ragazzi scamiciati proteggono l'ingresso di un bar, lanciamo un altro saluto e ci infiliamo nell'ultimo cunicolo in salita.  Battiamo ad una finestra e il Play lancia un richiamo all'ennesima ragazza che gli apre la porta con un fagottino in braccio. Nonostante l'età i dicorsi sembrano seri e carichi di inevitabili disillusioni. Un ragazzino di dieci anni raccoglie il compito di vigilare.

 

    Entriamo nella porta accanto, un appartamento di una stanza più bagno, un ventilatore che spande il caldo e le zanzare, l'unica finestra si apre sul cunicolo e non sembra aver motivo di esistere. E' solo lì dentro che posso fare la mia intervista, parlando inevitabilmente solo del passato. 

    L'imboscata al capo della favela.

 

  

 

MAX

 

(Prima parte -  segue...)

 

 

 

 

(il racconto non è integrale,

copyright © 2011 max bonaventura

chiunque volesse leggere la versione integrale, può farne richiesta all'email max.bonaventura su gmail.com)

 

 

 

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