Osservando il Brasile #93    

Una sete che non conosce contenitore?    

                           

 

 

 

 

 

 

    

 

Osservando il Brasile #93                                   febbraio 06

Una sete che non conosce contenitore?

Si può vivere nella Rio conosciuta o nelle viscere di Rio de Janeiro.

 

            Parlo al telefono con l’avvocato Whashington, per marcare un appuntamento con l’ingegnere che restaurò la palazzina di un altro italiano, sfuggito alla giustizia.  Mi dice che incontrarsi in ufficio presuppone una parcella, ma parlare al bar non costa nulla.  L’iconografia della Rio conosciuta è Copacabana e Ipanema, le spiagge piene di giovani atletici e abbronzati che giocano a football e a volley, i turisti in bermuda Gucci e Tommy Hilfigher che ciondolano con le camere digitali incorniciandosi alle palme o al Cristo Redentore, le strade assestate, i marciapiedi pulitini, ma forse lo sguardo non include le esclusive pizzerie Doc patrocinate da italomafiosi che integrano i guadagni con il lavaggio del denaro nelle banche di Miami.

 

            Al bar di Flamenco fra una ventina di birre parliamo di cose che l’avvocato osserva da un mondo che sta sotto in su, non sa che nell’emisfero superiore il caldo non è più a nord, crede che in Europa sia tutto meglio, ma questa è un preconcetto terzomondista duro da illuminare, anche noi avevamo il mito dello zio d’America. Parla con voce roca e accessi di tosse inframezzando lazzi e blandizie ai compagni di bevute, occhiate sfacciate alle giovani carni che percorrono la via, battute e profferte ad ogni astante e retrostante in un soliloquio impositivo che scivola via come le ore del pomeriggio portando a sera.  Io non intendo bene, ma sorrido e stringo la mano a tutti i suoi amici, al portiere, al garzone di DVD, al trafficante della favela azzurra scalzo di ritorno dalla battuta di pesca, al venditore di delicatessen orgoglioso dei migliori pomodori secchi del quartiere.

 

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    Da un bar all’altro la serata non sembra avere mai fine, questi brasiliani bevono litri di birra quasi analcolica ma intanto si guardano intorno non risparmiando nessuno, mogli degli amici e poliziotti in servizio. Come in un videogioco ogni scena apre alla successiva e mi ritrovo in auto verso un Club a luci rosse dove l’avvocato fa gli onori di casa, baciando e strizzando a destra e mancina presentandomi al proprietario che mi invita ad approfittare e a tornare quando voglio.

 

     Schizziamo poi alla ricerca di un Signore della Rua che a sua volta gestisce un bar all’angolo meno bohemién di Lapa, all’inizio dell’erta che conduce alla collina lastricata di Santa Teresa. Le mani si passano qualcosa e via in auto gridando "Joao Joga a Bola" ai travestiti del viale. Per arrivare a casa sua, dove il nipote arrotola una banconota da due reais e l’avvocato crea delle righe di borotalco sulla tavola. Non conosco questo gioco, ma la mia curiosità innata mi tiene in prima fila ad osservare e raccontare. Ho risparmiato un onorario professionale e ho cavalcato una notte di ferro e fuoco accanto a un cavaliere senza pudore, pazzo scatenato fuori del lavoro quanto coriaceo e tenace in un’aula di tribunale.

 

            Saranno le quattro di notte, ovvero di “madrugada” come si dice qui a dare il colpo di grazia al grosso personaggio e a farmi ritornare a piedi al mio appartamento nel parco di Flamenco.

 

 

 

 

 

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