Osservando il Brasile #92    

Si può vivere nella Rio de Janeiro conosciuta o nelle sue viscere.

 

 

 

 

 

 

 

    

Osservando il Brasile #92                        gennaio 06               

 

 

Si può vivere nella Rio de Janeiro conosciuta o nelle sue viscere.

            La Rio meno conosciuta è mangiare una tentata pizza per accontentare un compleanno, è sedere in una sala dove il pubblico ancora commenta e applaude le scene coinvolgenti del film, è girovagare per Lapa in cerca di un Jazz bar, fra gente che insegue sogni di cui non conosce i costi, è correre sul lungomare da Flamengo a Botafogo, fiancheggiando venditori di cocco e sportivi infrasettimanali, zigzagare fra ciclisti e straccioni portando il cane al guinzaglio nel parco di notte con lo sguardo vigile verso altre ombre. E’ mangiare Aipim e Carne secca in un angolo della spiaggia di Arrajal do Cabo aspettando una barca di pescatori, o prendere parte a uno sterminato blocco di samba sul lungomare, seguendo il ballo figurato previsto dall’istruttore e cantando con il sudore che cola dalla testa ai piedi.  

 

    E' decidere di andare tutti insieme alla festa della scuola di samba di Mangueira e sentirsi dire che lì qualcuno di Rocinha non ci può andare, se lo riconoscono rischia la vita.  

    E ripiegare ad una festa funky di teenagers impazziti o allo show gratuito dei Rolling Stones sulla spiaggia di Copacabana, dividendo la sensazione con altri milioni di persone. 

    E' cercare la bellezza delle spiagge fuori città, mischiandole con l'idea che le collane d'argento della favela Rocinha si puliscono meglio con la sabbia del mare davanti Sao Conrado, appena in fondo alla strada.

 

    In natura non esistono foglie pulite, né deodoranti. Camminare fra il calore, la musica e la marea umana sembra assai più naturale che noleggiare un DVD da vedere in casa, assai meno artefatto che osservare il Corcovado al riparo di un pulmino con aria condizionata. Non credo che sia possibile vedere con gli occhi chiusi.

 

   

 

 

 

 

 

    Guardo oltre il mio notebook e vedo un volto illuminato dalla luce azzurrina usb, di fronte al suo pc. Siamo faccia a faccia, io e il mio presente. Ho lasciato una abitudine per approdare a questa idea. Un sole che brucia chi non ha una cremina fattore 30, un temporale che in dieci minuti fa scoppiare i tombini del quartiere. Un mondo in preda a edificazioni spinte, succherie d'angolo che promettono salute e tubi di scappamento che arrostiscono le trachee. Un mondo in cui le persone si telefonano durante la telenovela per commentarsi le scene che stanno vedendo. Un mondo che per me ha il sapore della novità, della pioggia calda, anche se non le promesse, non le certezze, non le abitudini, non la tranquillità di una vita vissuta vicino casa. 

 

     Guardo da vicino quello che ho desiderato, quello per cui ho interrotto. Ho sempre saputo di aver diritto a un sogno, così come ho sempre saputo di essere qualcosa di più che equilibrato e responsabile, e il domani finalmente non ha un peso preponderante.

 

     So che oggi posso guardare il cielo, partite di football a cinque lottate allo stremo fianco spiaggia, un passero Ben-ti-vi dal petto giallo attraversare la mia corsia di rollerblades, il Cristo Redentore svettante in alto a sinistra a proteggere la città nel suo grande abbraccio immobile e per nulla prevenuto. E non mi sento prevenuto.

 

    Lascio che un po' di mesi spalmino il loro tempo sulla mia fetta di fame.

 

 

 

 

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