Osservando il Brasile #85     Visita alla Favela    gennaio 2005 - Parte B

 

                                 

    

 
 
    E' l'imbrunire.
    Il sabato sera è sabato sera dovunque, quindi anche nella Favela Rocinha si organizzano divertimenti.     
    Ci Sarebbe una festa, in cima. E' il compleanno del Dono, il padrone della Favela, il capo dei trafficanti. Sulla Rua Appia saliamo a cavallo di due mototaxi e ci inerpichiamao in alto, sempre più in alto. Tornanti stretti come una molla si stringono attorno ai forati a vista, alle ciabatte e ai piedi scalzi di questa umanità priva di autoironia e autocompiacimento. Le storie di Alex sulle leggi che regolano la favela mi riportano alle crudeltà medioevali, ma intorno si respira una certa forma di ordine condiviso, l'accettazione di una condizione che sopravvive al gradino sociale più basilare. Non si ruba all'interno della favela, non si fa del male all'interno della favela.

(...)

Mi guardo intorno e i servizi ci sono tutti, supermercati e agenzie bancarie comprese. Manca qualsiasi riferimento alla moda, quindi manca il sovrappiù. Ma vedo un centro internet e una pizzeria. Arriviamo in cima, smonto da quel cammello che puzza di benzina e pago un real. Ci sediamo in un bar sul marciapiede, ed aspettiamo che la serata si animi.

 

    Dopo un poco le sedie sul nostro tavolino di strada si sono moltiplicate, come le bottiglie sul tavolo. Ogni tanto arriva qualcuno ed è un altro giro di strette di mano e di birre. Passano il biondino magro di colore, maglietta bisunta e un buco di pallottola sulla guancia da quindicenne, però tutti ci parlano insieme. Arriva il ragazzone dai capelli rossi, suo fratello è morto la settimana scorsa. Le due ragazze della biglietteria della festa sono uscite a fare una pausa, si guardano intorno sapendo cosa prendere e cosa lasciare, immancabile sigaretta tra le dita. La cosa più strana di questa gente sono gli sguardi. Hanno tutti centinaia di anni. Come se non dormissero mai. Si fanno supposizioni sull'arrivo del capo, se andare già alla festa, entrata dieci real, le ragazze solo quattro. "Però poi il Dono offre da bere a tutti." Eh, già è la sua festa, il compleanno del Capo. Poi una donna più posata, lo sguardo che conta. E' una che prepara le dosi, mi spiega Alex. Avevo già capito.
 
    Mi chiedono se sto comodo sulla sedia, se sono stanco, ma non se voglio tornare a casa.
Io sono calmo come il laghetto di Calalzo. E' uno di quei rari momenti in cui so cosa conti quell'attesa. Lo sapevo prima e lo so ora che sono qui. Sanno che non me ne torno a casa prima di aver incontrato il Dono.
    Aspettiamo dalle nove a mezzanotte, poi paghiamo le birre un po' per uno. Onorevole, credevo avrebbero lasciato pagare tutto a me. 
 

 

 
 
    

Entriamo nella quadra, una specie di balera o palestra con le gradinate, dove la musica già spacca i timpani, in un mix di hip hop e commerciale funky latino. Anche lì, solita litanìa delle presentazioni, dopo un po' devo chiedere che la smettano di parlarmi all'orecchio, che per capirci sopra il frastuono rischiano di farmi saltare i timpani.

  
    La gente si dimena in tutti gli angoli, si passano bicchieri di guaranà, fanta, birra e chissà che schifezza di alcolici. Poi vedo molti che aspirano da delle boccette di plastica, sembra la moda della stagione. E' Lolò, mi dicono, una specie di solvente.
 
    Faccio finta di ballare e aspetto ancora, ormai sono le due. Dopo mezzora inizia un trambusto sul ballatoio della stanza privata che domina la sala. Qualcuno parla al microfono sopra la musica. Un benvenuto all'italiano. Il rosso mi fa cenno di seguirlo. Passiamo una serie di stretti corridoi bui che rasentano i muri, superando capannelli di controlli, e arriviamo alla porta della Stanza, dove una fila di persone vocianti chiede udienza. Le guardie armate hanno il loro daffare per tenere tutti indietro. Il rosso grida qualche nome, e la guardia alla porta lo nota e gli fa cenno di avvicinarsi: si scambiano un po' di urla e quello mi butta gli occhi addosso, come a cercare di riconoscermi, poi punta il dito e dice tu vieni. Mi infilo tra i corpi che aspettano e mi strizzo attraverso la porta. Al dilà la stanza è illuminata e piena. Donne, bambini, ragazzine, gerenti, guardie armate, omoni grossi e tutti con in mano una bottiglia, un bicchiere o una pistola.

(...)

. Attorno a lui quattro energumeni vestiti male che lo fanno sembrare ancora più protetto, nella sua giacchetta e magliettina. Sembra il ritratto di un Napoleone giovane, anzi di un Al Capone coi capelli ossigenati. Adagia su di me uno sguardo stressato e intelligente, che sembra osservare un mondo che rotola in fretta giù dalla vita e mi stringe la mano dicendomi "a vontade", a disposizione, forse mi crede un personaggio della mala italiana. Sorrido E anche a lui faccio IL pollice alto, "Parabens", Auguri, mentre mi dà una manata sulle spalle e se ne va, a condividere bevute e altro chissà, coi suoi luogotenenti, gerenti e vapori. La vita va presa come viene, ognuno a modo suo, e mi domando se qualcuno ha avuto come me la sensazione che in quell'incontro due mondi separati si siano toccati senza ragione apparente. Se io lo accetto, perchè non lui? 

 
    Domani i giornali racconteranno della ennesima invasione a Vidigal, la favela nemica, che costerà la vita a dodici trafficanti. Ma io, oggi, posso raccontare di aver conosciuto il Dono di Rocinha.
 
 
 
Max  

(il racconto non è integrale, per garanzia della privacy: se qualcuno volesse leggere la versione integrale, può farne richiesta all'email max.bonaventura su gmail.com)

 

 

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