Osservando il Brasile #84     Visita alla Favela    dicembre 2004 - Parte A

 

                                 

    

 
Entriamo nella famigerata Favela Rocinha da Rua Appia, l'unico accesso. 
Alla base stanno sornioni i mototaxi, ad aspettare un passeggero. Buttando l'occhio attorno però noto che ogni sguardo è vigile, attento. Ci inoltriamo a piedi per un po'. 
 
    Appena conosciuto Alex sapevo che prima o poi avrei fatto quella visita negata ai comuni turisti. Ho portato la macchina fotografica ma ho promesso che non l'avrei tirata fuori. Anzi il marsupio lo tiene lui, dice che è più sicuro. Ogni venti metri Alex saluta qualcuno, lui sa che non deve nascondere nulla ai controllori armati di ricetrasmittente e non solo quella.   Stiamo camminando per quello che potrebbe essere un mercato di qualsiasi paesino arroccato sulle pendici di una montagna, gente immersa in faccende poco impegnate, donne che miagolano in portoghese, bambini in ciabatte, uomini che adocchiano appoggiati a un bancone. Ogni venti o trenta metri ci avviciniamo a qualcuno e vengo presentato, "il mio padrone dall'Italia", a gente che ti guarda e non sorride. Uno ha lo sguardo di chi spegne gli incendi pisciandoci sopra.    
    Quello controlla la Bocca, mi spiega, e suo fratello ha il "Magazzino". Ah, faccio, come se fosse tutto chiaro. Mi chiedo se sono veramente suoi amici o se sono solo sospettosi della mia presenza nel tempio dello spaccio e dell'illegalità. Passa qualcuno con in mano una pistola o un fucile.

(...)

 
    Passata la ressa ci inoltriamo tra spaccature laterali. Un intrico di viuzze larghe appena un metro, una via di mezzo tra una Venezia segreta e la Medina di Knes, ma con ripide salite e discese sdrucciolevoli, in mezzo a gradini sconnessi, terriccio e riganoli d'acqua. Alle parti si apre qualche negozietto improvvisato, solo un paio di metri quadrati zeppi di frutta, caramelle, birre, rubinetti e cartelle del lotto.  Mi tornano in mente i Souk arabi, ma questo e meno turistico. I cani sembrano tenere le orecchie ancora più basse.

(...)

 Mi mostrano l'ultimo, grande come un accendino, illuminato come un albero di natale bonsai e si vantano delle offerte del nuovo operatore telefonico. La telefonia fa vittime anche tra gli emarginati del terzo mondo, penso. Ma evito di dirlo.

 
    Saliamo una scala che sembra portare dentro le case delle sorelle e dei cognati e sbuchiamo su una veranda con vista. Rocinha si schiude davanti ai miei occhi, un fungaio di costruzioni improvvisate in spregio ad ogni regola urbanistica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
    

 

   Da lì mi è consentito tirare un po' di foto che faticano ad arrivare alla baia di Sao Conrado, tra i riccastri giù a valle. Un po' di sorrisi, poi un po' di baruffe con la ragazza che sembra dormire sempre e non ha messo niente in pentola per il pranzo. Sono quasi le quattro. Alex mi dice usciamo e ce ne andiamo fuori in una tavola calda.

E' sempre così, sbuffa, io mi arrangio per portare a casa i soldi e lei non fa niente tutto il tempo. Il cosiddetto lavoro attuale consisterebbe nel dare una mano a uno studio di avvocato giù nel Centro, tre volte alla settimana.

Ma dopo due mesi già parla di lasciarlo. Si vive così a Rocinha, ma anche a Rio tutta, o in Brasile in genere. Bassa percentuale di lavoro, molta improvvisazione, euforia solo per le onnipresenti occasioni di svago, in un clima che sembra sempre caldo e rilassato. Mangiamo due controfiletti accompagnati con riso maluco cioè pazzo, birre, guaranà e caffè, cinque euro in tutto, e avanza un sacchetto di roba da portare a casa per la sera. Mi guardo intorno e vedo la strada affollarsi per la sera, la gioventù che si sta appressando in strada ispira poca cordialità, ma la mia sete di informazioni vorrebbe tirare una foto. Assolutamente meglio di no. Dopo pranzo gli vien voglia di fumare. Non sigarette, ovvio. Adesso andiamo in un posto, c'è una terrazza tranquilla. Dopo un altro periplo di viuzze sbuchiamo in un basamento di una casa non costruita, di fronte lo scivolo della montagna dove cascano spazzature e liane, tra le costruzioni inventate della favela, e un albero enorme, vecchio e intoccabile. Dà l'idea di un luogo interrotto, e non mi viene in  mente di domandare perchè.

 
    Alex si accende uno spinello di Maconha, dopo un minuto dalle scale sale uno che conosce, parlano e ridono, la cicca passa di bocca in bocca, l'amico fa un tiro e la passa a me. No, lui non fuma, fa Alex, è il mio padrone italiano.

(...)

 Passa un abitante seguito da una ragazza dall'età imprecisabile. Loro ridono e mi raccontano una storia di numeri. Ha il solito senso, qualsiasi cosa significhino i numeri.

 
    Ci salutiamo e ritorniamo sulla strada, per un altro percorso. Devo stare attento a dove metto i piedi, è come una foresta dentro la città. Come nella foresta amazzonica devo guardare per terra a evitare che mi giri la testa con tutte quelle cose strane, troppo vicine, angoli e pareti che si sporgono come liane rampicanti, e mettere lo sguardo fuori fuoco.  Mi aiuta a non guardare le persone negli occhi, forse è un bene.
Potevo restare nella via principale, a fumare la maconha, dice Alex, però se arrivava la polizia a fare una retata, io so come svignarmela, ma tu non so. Quindi è stato meglio andare in quel luogo, era più nascosto.   Grazie della cortesia.
 
 
Max   (continua...)

 

 

(il racconto non è integrale,

copyright © 2004 max bonaventura

chiunque volesse leggere la versione integrale, può farne richiesta all'email max.bonaventura su gmail.com)

 

 

 

 

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