Osservando #73 - novembre 2002

       Visioni di un mondo che C'è

 
   Non so cosa sia...
 
    La percezione di un mondo che appare più debole di quello che credevamo, la ricerca spasmodica di una salvezza ideale, la ricerca durata una vita...

 

 
 
 
    Certo che esiste una piega nel Tempo, una curva einsteiniana nello Spazio e noi la dobbiamo cercare sempre, non possiamo arrenderci perchè è lì.
 
    In un angolo improvvisamente della strada.
Non è quello che si programma.  Non è quello che si accetta abbandonandosi al tempo che fugge via, alle speranze che perdono i contorni...
C'è e ti aspetta. Con un sorriso naturale.
 
    Ha i contorni di una cosa a cui non sei abituato, devi sforzarti a non pensare per appartenenza ad uno schieramento di vita, ad una squadra di calcio. Percarità, non mettiamoci una maglia sopra, quattro pugni e te la portano via, come è successo a me uscendo dallo stadio MARACANA', centocinquantamila teste che gridano contro qualsiasi cosa, per imporre la festa. 
 
    Ed è ancora il meglio della storia, ché se non succede nulla va a finire che pensi che quella è la vita reale, e allora sì che sono cose tristi...

 

    C'è.

    Nelle cose in cui tu rinunci ad essere un grande che giudica.  Nelle cose piccole che ti accade di avere tra i piedi, mentre ti accorgi che sei sempre andato a cercarle...

 
    La ricompensa comincia ad essere semplicemente che respiri, che cammini con scioltezza, che improvvisamente sorridi senza sforzarti.

 

    Non ho capito cosa sia, ragazzi, ma ho capito che c'è. I grandi della storia han detto tutti che non han capito nulla e questo mi rassicura e mi fa camminare tranquillo.

 

 

 
  

 

   
    C’è un posto nella vita, di là dal muro dell’abitudine, al dilà del sentiero delle cose fatte perché si deve, oltre la staccionata di quello che è facile fare, oltre la porta del facile e appartiene forse al difficile, certo non è usuale, occorre cercarlo.

    Ma c’é. Pensavo che il Brasile fosse un altro di quei paese sudamericani pieni di spazio e povertà, festa e povere cose. Se  Argentina, Uriguai e Venezuela sono dei Paesi, beh, il Brasile dà l'idea di essere un Continente.

    Ho guardato le facce da polli di migliaia di brasiliani asserragliati nella scuola di Samba Capriccioso a Rio, ho ascoltato le urla della bestia dalle centocinquantamila teste asserragliate all’interno dello Stadio Maracanà e ho sentito che non è facile osservare la propria vita. Ho preso quattro pugni da un fan del Vasco che mi voleva rubare la maglietta del Flamenco.

    Sono salito sul treno in corsa  che portava le pietre scavate dala miniera e ho assistito al Tartufo di Moliere recitato in portoghese. Ho guardato l’auto accartocciata di un amico brasiliano che non aveva assicurazione, perchè lì paghi quando li hai. E' la stratificazione sociale.

    Ho ammirato una baia proiettata sulla mattina di una casa priva di letti. E ho capito che la corsa appartiene ad una storia di cui noi siamo ostaggi, una storia non ancora scritta ma per la quale abbiamo pagato già le prime rate, nella attesa di un futuro come un condominio in cooperativa, pagare durante la costruzione.

    E siamo diversi, noi e loro, i paesi progrediti e civilizzati e quelli in via di sviluppo ma noi abbiamo le regole e gli obblighi impossibili da rifiutare e loro hanno il rischio della semplicità…   Non possiamo dare giudizi ma liberando il corpo dalla sua routine arriviamo in ogni caso a fare confronti.

    E a me sorge il pensiero che mi piace chiedere, osservare e capire, avendo il tempo perché le parole e le frasi shakerino in me come un frullato dandomi l’ebbrezza di una digestione lunga, percepibile.  Voglio fuggire dalla fretta con cui respiro.

    Questa possibilità c’è, e richiede i suoi riti, le scelte di vita, priorità e sacrifici, una lista di cose cui sei disposto a rinunciare.   Non lo so perché prendo le cose come una sfida.   Non so se dovrei sospirare e rimettermi in carreggiata come tutti, come sempre. 

    Lasciatemi un po’ di tempo per ricordare questo mio primo viaggio in Brasile, gli edifici coloniali dei quartieri portoghesi lontano dal turismo, gli orari annacquati e gli appuntamenti mancati, la parca vita del nord amazzonico di Belem, lo zampillo di cachaca e cocco gelato, i tamburi e le danze della notte che non vuole finire.

    Poi quel sorriso ebete mi sparirà di mezzo alla faccia e riprenderò a pensare all’euro, all’Europa e a questa nebbia grigio scura che vuole il suo posto nello stomaco…
 
 
A presto
 
MAX
(Brasile - Osservando #73 - novembre 2002)

 

Max

 

 

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