In Memoria di John Smith

 

Spesso ricevo risposte e commenti a queste news-letters.

Due giorni fa Meredith mi ha risposto, ma per comunicare che John è stato coinvolto in una disgrazia fatale, a bordo del suo elicottero in Kuwait, due settimane fa.

Scorro freneticamente i bollettini militari archiviati su internet e trovo la notizia.

     La notte del 25 febbraio un Black Hawk dell’esercito americano è caduto nel deserto, forse a causa dei forti venti e della tempesta di sabbia. La guerra non è ancora iniziata e già ho perduto un amico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    John Daren Smith, 32 anni, del Nevada, pilota di elicottero, era di stanza ad Aviano dal maggio di due anni fa. Ancora un anno e poi sarebbe tornato a casa. La moglie premeva perché entrasse nell’aviazione civile, capitalizzando l’addestramento ricevuto. Ma a lui non importava. Ogni momento lo dedicava alle arrampicate in alta montagna. L’ho visto l’ultima volta in ottobre, quando mi comprò dello sciroppo d’acero al supermercato della Base. L’indomani sarebbe partito per un addestramento in Polonia. Nell’ultimo mese e mezzo ho cercato di chiamarlo più volte, sapendo cosa bolliva nella pentola internazionale, ma il suo cellulare era muto.

    Da che parte osserviamo il quadro della vita?

Le pennellate sono già in obbedienza a qualche legge, danno ascolto a qualche equilibrio. Noi soffriamo nel non comprenderlo. Si illuminano gli scorci agli angoli della visuale, ogni colore non ancora impresso  è lì per suggerire, ricordare. Muta testimonianza.

Ci svegliamo di soprassalto alle testimonianze urlanti. Come dopo il sonno profondo di colpo apriamo gli occhi e non capiamo dove siamo, né le parole suggerite al nostro orecchio. E riabbassiamo le palpebre in preda al turbamento, cercando di orientarci, finché la nebbia mefitica ritorna padrona. Il solito respiro che esala nell’abitudine, nella presunzione di conoscere, nella bambagia della soddisfazione, scacciando ogni risveglio.

Mi piacerebbe avere mille occhi, dividermi in mille paesi, mille vite, calzare mille sandali, comprendere mille punti di vista, percepire mille attese, mille delusioni, mille speranze, mille preconcetti, mille certezze diverse e contrastanti.  Pìetas.

Alcune attraversano il sonno diurno e mi scuotono di soprassalto. Il racconto di chi viveva a Baghdad nel 1991 e racconta delle famiglie che all’ululato delle sirene scendeva nelle cantine scavate sotto casa. Il loro dovere li avrà spinti a scavare più a fondo, schizzi di un quadro che non mostra molto oltre la visuale di ogni giorno. O il pensiero delle bambine di John, prese in cura dalla mamma, dalle zie, dalle nonne. O le notizie delle molte disgrazie imputabili solo ad incidenti, a malattie, a distrazioni.

Devo pensare a tutte queste energie che, indistruttibili, sono spinte a separarsi dalla loro forma abituale, evidente. Atomi che si disperdono all’infinito, come mille occhi. Pennellate invisibili.

Rimangono i sogni?.

Rimaniamo tutti noi, guardando intorno a domandarci se siamo svegli.

Molti amici non rispondono più. Ma il quadro contiene ancora i segni impressi dalla loro vita. Noi facciamo il nostro dovere quando ci interroghiamo sul nostro ruolo nella compagine della storia.   Per chi osserva il Grande Quadro solo la storia e il dovere sembrano avere tratti distintivi. Il mito distorce il giudizio.  

            Da giorni penso a ciò che mi sta svegliando ancora una volta. Osservo il quadro da una distanza sempre maggiore. 

            Mi piacerebbe incontrarti sulle vette, John, un giorno. 

            Mi piacerebbe incontrare mille occhi, anzi miliardi.

Max                                                                                                                                             15 marzo 2003

 

 

 

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