Osservatorio #51 - Buenos Aires 1 ? 07.11.02



    Di quella che è chiamata la Parigi del Sudamerica e che ricorda molto Madrid
e Barcellona, l'impressione più forte è data dall'incredibile dignità.      Pur condita da taxi neri e gialli un po' vecchiotti, con alla guida pensionati che sembrano riciclati dalla crisi economica, mi lascia gradevolmente colpito l'assoluta assenza dei claxon furibondi dei paesi del sud della terra. I marciapiedi sembrano in perenne balìa dell'usura e non si potrebbe correrci coi rollerblade, ma sono sempre puliti. Una bicicletta sì ci fa la sua figura e qui di montain bike ne sfrecciano parecchie.  Mi farebbe comodo approfittarne  anch'io nella piacevole visita di una città baciata dal sole di una primavera che fa sbocciare di viola gli alberi di Cacaranda,creando sfumature pastello con la Casa Rosada di Isabelita Peron.


    Qui la crisi ha riempito le strade di venditori ambulanti e di uomini del cambio che in troppi gridano condizioni favorevoli ai pochi turisti pregiati.

      All'arrivo in aeroporto mi cambiavano un dollaro e 3,20 pesos. Il tassista mi avrebbe dato 3,50. Alcuni negozi espongono offerte a 3,70 e qualcuno li si espone già con un pessimistico 4 a uno, pur ti tirare a casa la giornata.


    Le agenzie di viaggio sono vuote ovviamente, come i negozi di abbigliamento.
    Però si mangia bene e a prezzi irrisori, come quel filetto tenero da sembrare vivo che al famoso La Cavallerizza di Puerto Madero metti in pancia con l'equivalente di sei euro bibite comprese.


    Sono qui da un giorno e mezzo e mi sento già un privilegiato. Scoprire che puoi viaggiare verso luoghi originali senza farti svenare dai venditori di sogni patinati fa bene alla coscienza. E  soprattutto hai il piacere di scegliere i souvenir ai banchetti di arte artigiana che costeggiano il
quartiere della Floridita, dove nessun potere militare o burocratico ha il coraggio di evacuare incisori di monete, serigrafi a misto pennello,  scultori di sapone e venditori di torte fatte in casa, al sottofondo del tango violino di un Carlito Luganes  in vena di memorie.


    Ma sono i divertimenti a tenere banco. Si mangia e si beve a tutte le ore, ai bambino non sembrano negate le monete per le sale giochi che e soprattutto non mancano i Village, ultima frontiera dell’invasione culturale holliwoodiana.      I prezzi sono adattati al potere di spesa. Una prima visione costa solo un euro e trenta, tanto basta tenere i cervelli allenati con le immagini, gli skey verranno domani o dall'Europa dove fa tendenza.


    Finito il turno del poco  lavoro che c'è, molto più tardi l'incanto si anima di brillantini. I locali dopo mezzanotte si riempiono della popolazione dei sonnambuli, che anche qui ha scoperto che nessuno fermerà il divertimento, ultimo baluardo del resistere alle notizie, ai debiti e alla svalutazione e alle decisioni del Fondo Monetario Internazionale: tra luci e griffe degne di ogni bel mondo alla moda, Buenos Aires sembra diventare ancora più europea, ancora meno incline a piangersi addosso.

    Deciso a rincasare almeno alle cinque di mattina, ci si saluta con un bacio sulla guancia e io rimango spesso a mezz'aria, reduce dalle due guance italiane e addirittura tre dei saluti franco-spagnoli.


    Nemmeno domani il grido dei cambisti di strada mi sembrerà un lamento.


Ciao      Maxxx