#36 OSSERVANDO - Il Marocco (4)


L’ospitalità delle famiglie marocchine strappa un voto superiore. Con le sue richieste perentorie, con l’imposizione di una gentilezza e di una dedizione completa ti sfianca  e ti disarma, soprattutto se consideri le ristrette condizioni economiche coinvolte. Ma il denaro non è mai un limite. Se non è una prelibata Tanjia di piccione, cotta per quattro ore in un otre nel forno del confinante hammam, il piatto unico può essere un Cous-Cous di verdure o una tajine con pochi pezzi di montone e abbondanza di patate. E piatto unico significa che ci si mangia dentro tutti insieme, tuffandoci tre sole dita della mano destra, la sinistra considerata impura non potendo portare il cibo alla bocca.  Soffocati da tanta premura accetto di buon grado la cortesia di vedermi offrire i pezzettini più succulenti, puntigliosamente ricercati e divelti per ingigantire una gratitudine che mi trattengo dall’esternare. Non vorrei suscitare ulteriori slanci di ospitalità.  Faccio di tutto per non essere invadente, nascondendomi con perizia nella lotta tra curiosità e fame. Ma è una gara tra i commensali nell'accumulare dalla mia parte del piatto pezzetti e pezzetini prelibati, sottratti alla loro stessa avidità dalla solite tre dita, tra un succhiare e l'altro incitandomi a mangiare. Non vedo come sottrarmi a tanta premura...

A volte avere ospiti è l’occasione per per tutti di fare un pasto decente.  Ci si raduna attorno al piatto che è un modo per discutere con l’ospite, chiedendogli del suo paese, delle differenze di abitudini, dei costi di auto usate, jeans e Nike Air, o addirittura di apparecchiature elettroniche. E’ un’occasione per invitare qualche amico di famiglia che vuol sapere le ultime novità in fatto di normative sull’immigrazione. Un desinare salottiero sui cuscini della sala buona, dove solo i maschi animano la serata mentre le donne della famiglia si dedicano alla preparazione e al servizio. Mentre uno dei figli mi porge una bacinella e con una caraffa mi induce a lavarmi le mani, un altro mi porge un asciugamano umido, probabilmente il più pulito che ha trovato in casa.  Occorre apprezzare senza spocchia, dimenticando le usanze sanificate che han fatto in Italia la fortuna dei fabbricanti di detersivi. Qui l’acqua è preziosa e scarsa, i servizi sono uno stanzino nel sottoscala dove tutto finisce in un buco e il piccolo rubinetto a livello delle ginocchia è spesso l’unica fonte di acqua corrente per lavarsi e cucinare.

Sicuramente vivendo qualche mese da queste parti la maggiorparte di noi perderebbe la noia del soprappeso determinato da frighi sempre pieni, merendine davanti alla tv e soste ai bar dell’angolo.   Anche il rito del tè, tradizionale quanto frequente, non cospira contro la linea, tonificando nell’attesa del pranzo di fine giornata.  

Nel mio breve soggiorno ho dovuto divincolarmi da questa ospitalità per riuscire a vedere tutte le cose che mi ero prefisso.  I quartieri di El Hobus nella Casablanca più antica che cela le piazze dedicate ai patrioti che han combattuto contro la colonizzazione francese, le verdi valli assolate che si aprono sulla via dell’Atlante, i giardini islamici notturni e fiabeschi che con le decorazioni dai richiami astrologici riproducono il paradiso in terra, Djamaa El Fna, la Piazza del Nulla dove sembra di vedere ancora esposte le teste mozzate degli oppositori del re. E poi ogni angolo di Marrakech, la città rossa cinta di ocra, capitale dei re berberi, sette volti che viaggiano più nel tempo che nello spazio, tra gli artigiani chini su pantofole multicolori e borse di pelle, in vicoli e budelli stretti e ciechi nei quali ci si infila come in labirinti e da cui si esce all’improvviso colpiti dal sole, dalle musiche delle radioline, dalle moltitudini avvolte in jallaba rigate come tessuto di materasso.

Una serie di visite obbligate e pressanti che evocano le immagini delle visite precedenti, dove il pesce mangiato tra i banchi unti di una friggitoria di Meknes si confonde con le baguettes sull’Atlantico di Essaouira, le kasbeh fortificate con le valli tra dune e palmeti, il folklore dei cavalieri lanciati al galoppo con la danza del ventre, il sole sulle terrazze dei bar di Guelize con la bufera di neve tra le montagne del Reef infestate dai trafficanti di kiff, l’hashish che prende la via della Spagna sui camion con rimorchio, le feste religiose con i mercati nomadi in un turbibìo di occhi scuri incastonati in espressioni libere e consapevoli.

E scopro che è sempre più difficile fermarsi a prendere nota senza suscitare curiosità, senza che l’ennesimo ragazzo si proponga di guidarti in una nuova improbabile visita ai minareti che non arriverai mai a vedere. Mentitori di professione, sanno fingere con arte consumata raggiungendo vette inusitate e non vergognandosi di spergiurare quello che domani negheranno recisamente, offendendosi delle tue rimostranze.  Educati in casa da storie e tradizioni di zii, conoscenti e parenti e affinati  in un’arena di strada che racconta di Nike Air rubate sul davanzale,  dove il più forte, istituzione o privato, ruba al più debole, dove il più grande insegna al più piccolo come diventare più duro.

Alcuni possono storcere il naso, meravigliati o spaventati dalle pieghe prese da una convivenza sociale così aggressiva, così vicino alle porte di casa nostra. Non io, che da sempre mi scopro affascinato dalle miradi di varianti in cui si esprime l’essere umano, in una sorta di studio di antropologia culturale  che non ha mai fine,  che non parte da  preconcetti generici né intende scoprire modelli culturali superiori.  

 

(4 Parte - Continua)

Maxxx  mabonave@tin.it

 

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