#34 OSSERVANDO - Il Marocco (2)


  

La legge di Murphy sembra esistere solo nei paesi civilizzati.  Nei paesi arabi non aspettano di lamentarsi. Giocano d’anticipo arraffando instancabilmente, lasciando a noi la triste soddisfazione della statistica. 

               

Alla maggiorparte di voi il mio approccio al Marocco sarà sembrato quantomeno distaccato. Allora spazzerò via ogni dubbio con  una precisazione. Amo il Marocco. Mi piace il suo essere alle porte dell’Europa eppure già anticamera dell’Africa con tutti i suoi colori, suoni e sapori. Amo il suo clima caldo secco, curativo e salubre, amo i suoi cibi sani che ti riportano indietro di cinquant`anni facendoti riscoprire un gusto che noi abbiamo oramai perduto. Amo i suoi cieli tersi, colorati di un azzurro acceso che fa dimenticare i nostri cieli bianchi e malaticci. Amo la sua gente comprensibilmente tesa ad arrivare fin dove sembra esserci qualcosa da desiderare, mentre in Europa rimaniamo seduti in un salotto dei privilegi decadente e liso che non ci consente di notare quanto, giorno dopo giorno, si sia indebolita la nostra voglia di fare, di sognare, di competere.  

Ma cosa significa amare una città, un paese, una storia? Significa scoprire attraverso di essa qualcosa di più della nostra stessa realtà, riallinearci ad un  range che taravamo in modo inevitabilmente eurocentrico ove la storia era solo la nostra storia, la giustizia solo la nostra, i sogni solo i nostri, i diritti solo i nostri. E’ così che nascono i preconcetti, fazzolettoni di ignoranza che bendano la visione del reale. Invece di considerare noi stessi il centro del mondo, l’unico giusto equilibrio sulla faccia della terra, viaggiando scopriamo di essere solo una delle varianti possibili, o se volete delle innumerevoli aberrazioni. E ogni esercizio di questo equilibrio inizia a sprigionare il suo fascino. 

Per me la città che contiene tutti questi umori e sogni è Marrakech, oasi perduta nell’entroterra che apre ai monti dell’Atlante e che ridiscenderà poi nel Sahara. E all’interno di questa città, una Piazza incarna le storie di un’epopea di carovane e cammelli, spezie e fantasia.

Devo vedere delle famiglie, amici degli amici. Aspettano una foto, una storia, un cadeaux. Mi scopro a pensare che sono le stesse attese che osservi in sudamerica o in oriente. Un sorriso, un aiuto più un regalo. Esisteva anche da noi, prima che il costo del vivere sociale sacrificasse il superfuo, aggiungendo a questo anche l’educazione.  Ma noi non lo capiamo, abituati oramai a trattative chiare, ai prezzi fissi.  Salvaguardiamo la fretta e il diritto all’egoismo perché rincorriamo le rate con le quali paghiamo un benessere di facciata che si è mangiato la tranquillità, facendo allontanare i sogni verso un baratro che abbiamo paura di guardare e che speriamo sia solo degli altri, sempre solo degli altri.   Facciamo muro attorno alle abitudini che proteggono il nostro standard, forse perché ci è costato più sacrificio di quanto diamo a vedere nei Quiz-Show. O forse perché ce l’abbiamo da poco. Alcuni lo chiamano razzismo. Ma è solo il prodotto di un’educazione che ci ha insegnato a dare e rispettare, promettendoci ordine, meriti e giustizia, mentre ora ci scontriamo con orde di persone che vengono a prendere le briciole di questi rifiuti, stravolgendo i ritmi e le demarcazioni, saltando educazione, rituali e attese.

Io dico spesso che farei volentieri cambio. Darei a chi viene la nostra società piena di vincoli e rallentamenti, alimenti acerbi o precotti e conservati, corse e code e luccichii e tempo libero a caro prezzo ed accetterei in cambio cieli tersi e cibo commestibile. Il desiderio di contemplazione lo porterei con me. 

E’ per questo che mi emoziono nell’approdare alla piazza Djamaa El Fnaa, presidiata al mattino da una carovana di venditori di arance tutti in cerchio a difendere il loro prodotto dorato.  Ti chiamano a gran voce in una gara di chi scende maggiormente dalle solite cinquecento lire. Finisce che qualcuno mi offre gatis la prima bevuta della giornata: è di buon auspicio per lui, figuriamoci per me...    La mia guida si era proposta di venirmi a prelevare alle otto. Sono quasi le nove e io sono quasi alla mia quarta spremuta. Un bottino di vitamine che vale i minuti di attesa. Vedo emergere dalle pieghe della città otto fuoristrada spagnoli che si propongono un Tour dell’Atlante.  Noi ci  fermeremo un po’ prima, nelle verdi valli di Agbalou, tra i fiumi e le cascate di Welmes.  

C’è qualcosa di meno avanzato di un ristorante all’aperto in riva a un ruscello che cucina Tajine in recipienti di coccio sulle braci spazzate dai ventagli?  E’ il mio rifugio ideale ad una giornata dal sole battente, destreggiandomi tra muli e mulattiere. Sotto le frasche trovano riparo alcune famiglie sfuggite alla calura della pianura. Dicono che d’estate la zona è presa d’assalto dai cittadini, una specie di gita fuoriporta. Con meno di quindicimilalire mangiamo in tre, innaffiando con coca-cola e l’immancabile tè.     Visito i villaggi tra le campagne di ulivi, e rimando alla prossima volta una visita alle vette innevate, meta di qualche sparuto sciatore. 

Con impazienza ritorno a Marrakech cercando di perdermi tra le calli polverose della Medina e della Casbah, zone antiche della città dichirate patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.  Sono introdotto all’interno di alcuni Riad, antiche dimore celate da alte mura che nascondono incredibili oasi all’interno della città, palazzotti con giardino interno, qualche palma che ombreggia i portici orlati da colonne massicce e maioliche ormai scarnificate. Ci sarebbe molto da fare peer riportare la città sacra agli splendori che gli competono e tra qualche anno qualcuno lo farà: già alcuni stranieri innamorati di Marrakech hanno restaurato qualche edificio per abitarci nei mesi del freddo europeo ospitando conoscenti e amici. Ad essere fortunati si potrebbe diventare vicini di casa della Marta Marzotto o di Alain Delon, che qui si celano dentro dimore da sogno. I prezzi sono molto parchi: con meno della metà del prezzo di un nostro appartamento si posono fare ottimi acquisti.  I lavori di adattamento non richiedono snervanti pratiche burocratiche o permessi, che qui vengono ampiamente rimpiazzati da una stretta di mano e una strizzatina  d’occhio...

 Il tramonto rosseggia tra le mura ocra e allunga le ombre sulla Piazza Djama El Fnaa, e mentre la sera guadagna angoli ed anfratti, le arance cedono lo spazio alle bancarelle di lettori della mano, incantatori di serpenti, giocolieri, scimmiette addestrate, crocchi di giovani che cantano al ritmo del battito sincopato di palme e tamburelli… Tra le luci vivide delle lampade a incandescenza non manco mai di sedermi ad uno dei banchetti che vendono l’Harira, minestra densa di cereali che si mangia con i datteri in una scodella di legno. Poi, quando la pressione dei locali in cerca di guidare qualcuno chissadove supera il mio livello di estasi mi rifugio in un bar con terrazza che guarda sulla spianata, sorbendomi l’ennesimo whisky-berbèr, il tè alla menta che fa da sottofondo bollente e profumato a questa coreografia priva di umidità. 

E’ notte fonda e gli ultimi gruppetti di cantori han riposto chitarre e ugule, gli sguardi arguti hanno smesso di scrutare alla ricerca di turisti incantati e sprovveduti, il vociare dei suk e dei mercatini di alimenti, spezie, verdure e pollami si è aggiornato all’indomani, le luci degli affollati bagni agli angoli della piazza illuminano oramai solo gatti scheletrici ed anch’io posso tirare un sospiro di sollievo e percorrere i pochi passi che mi separano dall’antico Hotel Tazi, strofinandomi gli occhi e domandandomi se finirà mai questo sogno incredibile.... 

 

Foto Viaggio Marocco