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Ballo popolare alla Fiera di San Cristoval.

 

      

Centro Luiz Gonzaga della Tradizione Nordestina.

 

          Adilia mi riceve nell'appartamento all'ottavo piano di Leme, quartiere nobile che si affaccia sul mare a sinistra di Copacabana, chiuso in un cul de sac che ne aumenta la sicurezza. La guardia mi conduce all'ascensore, poi capisce che non sono un ladro né un bambino e, dopo aver citofonato, mi lascia entrare da solo. L'interno è comunque monitorato 24 h su 24 dal sistema di telecamere a circuito chiuso. Adilia mi apre la porta sfoggiando vertiginosi zoccoli in sughero, jeans attillati, capelli stirati in una scopa progressiva, e petto strizzato dentro una fascia mortificante, a causa di una colpa che non mi verrà detta. Qualche convenevole, un saluto ad Alexandre, un caffè rifiutato e via verso la notte. Scendiamo in strada, dalla spiaggia arriva una brezza umida che sottolinea alla fine dell'estate. "Taxi o autobus?". Autobus naturalmente. Direzione San Cristoval, ovvero la Feira do Paraiba.

            L'autobus è minuscolo e il motorista fortunatamente non è afflitto da quel senso di inferiorità sociale che i suoi colleghi solitamente vendicano dando vita a gare da circuito cittadino. Adilia è frizzante e non vede l’ora di lanciarsi nei suoi balli preferiti. Mentre raggiungiamo la nostra destinazione mi racconta la difficoltà di allevare un figlio adottato: "Quando andiamo in ferie in gennaio, Alexandre non si trova bene in Paraiba dai miei parenti, perché lì i ragazzi sono più innocenti, e lui è abituato agli amici di Copacabana, che sono più smaliziati". Le prodezze del figlio adottivo quattordicenne passano anche attraverso le innamoratine dei fine settimana. La vita aggressiva e competitiva inizia a influenzare anche me, penso con una sospensione di giudizio che pende verso la soddisfazione.

             Sbarchiamo di fronte a una edificio maestoso che assomiglia allo stadio Maracanà. All'ingresso un cartello alto cinque metri sconsiglia di introdurre armi da fuoco, dato che gli ingressi sono muniti di metal-detector. La tassa d’ingresso è popolare: un real a testa ci conduce all'interno di un dedalo di cubicoli dove fanno bella mostra di sé prodotti alimentari, friggitorie, griglie con spiedini di formaggio e carne di sol, prodotti naturali, abbigliamento da cowboy, frattaglie e souvenir. Il tutto allietato da musiche di chitarra, violini, canti e stridori ad ogni angolo. Al centro di una specie di stella ipotetica, una coppia pluri centenaria si esibisce nel tipico benvenuto musicale che nella regione del Paraiba accoglie ogni buon turista con la rima tristemente baciata: "…e quel signore col cappello, è proprio assai bello; lui non era avaro, infatti mi darà del denaro; lui è venuto qua, a visitare la città; ed è una brava persona, perché è qui di persona."

            La fiera di San Cristoval è la maggiore espressione di cultura regionale nordestina fuori dal nordest.  Tutto cominciò nel 1945, quando i camion irregolari chiamati pau-de-arara, venuti da vari stati del Nord est, arrivarono al campo di San Cristoforo caricando nei cassoni i lavoratori per le costruzioni civili, dove l'impiego era garantito. L'incontro dei nuovi arrivati con i parenti e altri conterranei era animato con musica e cibi nordestini, e presto diedero origine a feste tradizionali.  Per 58 anni, la fiera popolare rimase nel campo di San Cristoforo, sotto gli alberi. Nel 2003 le baracche furono trasferite in un enorme padiglione, restaurato dalla prefettura di Rio e trasformato nel centro municipale Luiz Gonzaga di tradizioni nordestine. Oggi la fiera ha una buona infrastruttura che garantisce pulizia, sicurezza, bagni pubblici e parcheggi. Sono circa 700 baracche fisse che offrono varie modalità culinaria, artigianato, gruppi e bande musicali di forò, danza, cantanti e poeti popolari, e letteratura. I vicoli interni hanno i nomi dei nove Stati del nord-est: Alagoas, Bahia, Cearà, Maranhao, Paraiba, Pernambuco, Piauì, Rio grende do Norte e Sergipe. Furono battezzati con nomi di artisti, personalità e città della regione i palchi e le piazze dove si concentrano le attività. È un successo che attrae circa 250.000 visitatori al mese, in un ambiente socializzante che favorisce l'incontro di persone di vario livello sociale che amano condividere il medesimo gusto per la cultura nerdestina.  Da martedì a giovedì i ristoranti aprono per il pranzo. A partire dalle 10 del venerdì fino a notte fonda della domenica, tutte le baracche funzionano ininterrottamente, animate da bande musicali e solisti.  Nuotando fra la musica e la folla, passiamo attraverso gli stands lanciando saluti a Elsio, gestore di un ristorante tipico, alla macellaia Sandra, a Rangel che gestisce da decenni la Baracca di Cupido, all’anziana Tia Maria che è la regina incontrastata delle erbe e delle essenze, a Carmen e Gabriela che vendono artigianato per cavallerizzi, a Marcos il re del pepe e delle spezie, a Lampiao che rubò il nome al famigerato bandito del Sergipe, una specie di bandito Giuliano che ora sfama il vasto pubblico con i suoi involtini di cocco e tapioca.

Zigzagando fra chiassose strimpellata e e fumate impenitenti, entriamo nell'area dove campeggia il palco del forrò, una specie di salsa-Casadei che li unisce giovani e famiglie in un ballo di coppia che partendo dal valzer passa attraverso il tango e la facondia venezuelana. Mi trattengo finché posso con foto e sorrisi, poi non ho scampo: afferro Adilia a due mani e mi lancio nell'arena scoppiettante di vitalità.

Il mio incedere è musicalmente ingenuo, osservo i miei passi e le acrobazie intorno a me, cercando di prendere nota. Lo spunto mi è dato da una coppia scatenata che si esibisce in passi acrobatici che metterebbero a repentaglio l'autostima del mio medico di famiglia. Un poco più in là un arzillo ottantenne cavalca i ricordi strapazzando una giovincella le cui carni prorompono dai merletti svolazzanti. Sguardo troppo intorno per non insistere sulla faccia sudata della mia compagna di danza, che dimostra una stoica pazienza nel portarmi in giro passo passo, rischiando una figuraccia che solo la mia cara di gringo, faccia da turista, protegge dal compatimento generale. Ed è la prima pausa: ci lasciamo cadere sulle sedie in ferro di uno degli innumerevoli punti di ristoro che circondano la piazzola. Un'acqua e una birra vengono in nostro soccorso, dandomi la possibilità di affogare nel brindisi la figuraccia: tutti intorno è uno strusciarsi a ritmo di forrò, suggerimenti sensuali ed esplicite evocazioni che si fanno sberleffi del mio cauto um-pa-pà.  Concedo la mia partner a un giro adulterino con un ragazzone che non le toglie gli occhi dal petto abilmente strizzato nella scollatura. È bello vedere come due perfetti estranei in Brasile possono fare all'amore a tempo di musica nel mezzo di una platea festante, mentre io mi sento gringo e cornuto. Ma è solo ansia da prestazione, atavico orgoglio. Adilia rintuzza le avances che altrimenti porterebbero all'inevitabile e mi raggiunge al tavolo grondando altri litri di sudore, sfiancata ma felice.

            Non è ancora mezzanotte quando decidiamo di tornare a casa, mentre frotte di popolo festante si accalca agli ingressi dimostrando che la festa comincia solo adesso. Come dice Adilia qui si viene per ballare o per namorare, un innocente passatempo che in questo final di semana si interromperà solo alle otto di mattina, un'ora di pulizie e rifornimenti per riprendere alle dieci e continuare fino a notte. La comunità paraibana è ben presente a Rio, ma i carioca dimostrano di gustare musica e usanze di questa vasta regione del Nordeste, una specie di calorosa Romagna del sudamerica.

Aspettiamo inutilmente l'autobus nella strada male illuminata, mentre decine di minivan irregolari gridano le loro perdute destinazioni. Adilia scherza con un conducente che mi ricorda Harrison Ford alla guida della nave trasporto di guerre stellari.   Alla fine ritorniamo a casa in Kombi, bianco pulmino Volkswagen privo di licenza, per quel che può servire.  Una ronda della polizia si ferma lì accanto e ci blocca, la mano indecisa tra lo stop e il saluto: l’autista sorride e allunga una banconota.  Bisogna essere avvezzi al sudore dell’incerto, per chiudere un occhio e lasciare che la città continui a sopravvivere. Percorriamo le strade immerse nella luce gialla dei lampioni, passando per il Maracanà, il Centro, fino a scorgere i familiari archi di Lapa.  Da lì a Lapa, zona protetta di Copacabana, è solo un altro sospiro nella notte. "È la prima volta che rincaso così presto" suggerisce Adilia, mentre la sua occhiata furtiva mi accarezza incerta fra rammarico e speranza.

Rio de Janeiro -aprile 2008

 

 

L'arte del raggiro

 

 

    I gringos americani sghignazzano raccontandosi le storie di un libro che solo alcuni hanno letto, ma il cui contenuto è noto a molti, spesso grazie ad una erudizione maturata sul campo: "L'Arte del Raggiro". Nonostante la mia curiosità, non so se sono veramente interessato a leggerlo. Ma, a questo punto della mia vita, penso che qualche capitolo potrei scriverlo, basandolo sulle mie esperienze personali. Posso dire onestamente che non ho mai considerato la maggior parte delle persone che ho conosciuto pregiudizialmente come " furbastri". Ma si sono stati alcuni incontri ed episodi che si attagliano bene al tema e che mi hanno fatto capire che partire con il sospetto, pur essendo fastidioso, è essenzialmente utile. È incredibile come la tecnica del raggiro sia applicata nello stesso modo a Marrakech come a Rio, sebbene le città sembrino appartenere a mondi separati. Molti viaggiatori non hanno mai avuto sufficiente esperienza dell'arte del raggiro. Che io considero un'arte perché è veramente un gioco sviluppato da esperti degli scacchi mentali, il cui scopo finale è mangiare qualche pedina, meglio se di qualche valore. Da questo punto di vista la differenza con le regole del gioco da tavolo è notevole, non esistendo nelle strade alcuna regola di onore da rispettare.   Amo le sfide mentali e ci sono, naturalmente, differenti tipi di stile di gioco. Gli esperti del raggiro amano la classica mossa scacchistica che consiste nell’attirare l’altro giocatore in un trabocchetto, tramite un'esca, promettendo qualcosa e poi cambiando le carte in tavola. È una mossa che compare in tutti i loro libri di gioco, ma per metterli in difficoltà occorre muovere il proprio “Re” nella posizione di difesa appropriata, sedersi con le braccia incrociate e dire semplicemente "No". Naturalmente riuscire in questo gioco necessita di molta pazienza, cosa che notoriamente manca al turista tradizionale. Non bisogna aspettarsi che la persona con cui stai giocando abbia alcun senso di onestà intellettuale, probabilmente è un gioco di cui si vanterà più tardi con gli amici. Lo si potrebbe chiamare "verità addolcita" e più loro ripetono la loro versione dei fatti, più pensando che tu sia propenso a crederci.  Muoversi creando confusione è tutta l'opportunità di cui hanno bisogno e, se non incontrano una iniziale resistenza, s sentono legittimati ad alzare l'asticella sempre più in alto. D'altra parte, come si dice: se non ci si dà da fare non si ottiene nulla.   Alcuni turisti sono vittima del classico schema del “Boa Noite Cinderela”, o buona notte Cenerentola. Si tratta di un potente sonnifero che viene solitamente versato nella bibita incustodita, al bar o in discoteca, distraendo la vittima o approfittando di una sua uscita al bagno.   La necessità stimola l'ingegno, tanto che si racconta che alcuni turisti navigati siano stati addormentati da una semplice gomma americana opportunamente trattata. Il passo seguente vede l'amico brasiliano offrirsi di accompagnare il malcapitato nella sua camera d'hotel o, nel caso peggiore, nel suo appartamento. La vittima si sveglia dopo 24-36 ore, con un forte mal di testa che si acuisce quando scopre che stanza è stata svaligiata. La lista dei raggiri è vasta, ma sembra battere sostanzialmente i campi percentualmente più remunerativi.  Un turista in discoteca avvicina una bella ragazza, gli sorride, è bene accolto, beve e offre da bere, si sente un leone e alla fine si trova con un conto spropositato da pagare. Oppure lascia la discoteca in compagnia della nuova amicizia, dopo aver concordato una piacevole continuazione della festa in forma più privata; all'uscita del locale viene fermato da un poliziotto in borghese, che con modi bruschi lo perquisisce trovando nelle sue tasche una bustina sospetta: è spacciato. A nulla valgono i dinieghi, la professione di innocenza e i piagnistei. Alla fine la ragazza si offre di intercedere e finge di contestare ogni addebito, recitando la parte di colei che vuol proteggere una persona perbene. Immancabilmente si arriva alla soluzione accettata da entrambi, che il turista abbraccia come una benedizione.  Si recano nell'appartamento a ritirare un'ingente somma per cessare lì ogni strascico inopportuno.

 

La lista dei resoconti sembra interminabile, e inizia già allo sbarco dall’aereo.  Oltre ai cambi valute esosi, gli aeroporti sono l'habitat naturale di una miriade di laboriose formichine del raggiro. Basta baipassare l'area dei box che offrono corse dei taxi generalmente gonfiate del 30%, per avventurarsi nel mare aperto dei battitori liberi.  Prima ancora di arrivare alle porte di uscita, solerti gentleman locali si fanno in quattro per aiutarti a trovare un passaggio. Se vorrai cambiare i tuoi soldi in valuta locale, loro sapranno certamente dove c'è più convenienza (per loro!).  Oppure ti accompagneranno sino alla macchina elettronica più vicina, scortandoti come un cugino preoccupato della tua incolumità.  Una volta ritornato sui tuoi passi, seguito dalla tua guardia ombra, lui dimostrerà di sapere quale è il taxi migliore per te, semplicemente scaraventando le tue valigie nel bagagliaio dell'auto di un amico prima che tu possa spiaccicare una parola.  A questo punto l'artista del raggiro pensa di avere la situazione in pugno. È convinto di avere vinto conquistando la tua fiducia, mentre tutti i tuoi averi sono in ostaggio dentro il taxi dell'amico. Così se ne viene fuori con un foglio che si suppone contenga la lista dei prezzi per scaricarti in uno dei vari hotel di Copacabana.  Ehi, è roba scritta, da un senso di legittimo.   Inizia a percorrere la lista con il dito indice e si ferma declamando con un attore di teatro un prezzo che è poco poco superiore al doppio del normale. Bene, a questo punto il gioco è finito e puoi iniziare ad alzare la voce, pretendendo che i tuoi bagagli siano tirati fuori immediatamente, perché questa tariffa non è neppure lontanamente parente di quella giusta, e tu pretendi solo di pagare quello che c'è scritto in un tassimetro funzionante. A questo punto lui accamperà qualche futile scusa, di solito legata a una festività, uno sciopero, un evento che solo lui conosce.  Quando tu pronunci il corretto ammantare della tariffa, lui tenta sorridendo: "E’ la mia mancia?".

"No, pagherò solo il tassista", rispondi con fermezza.

"Va bene, negoziamo".  Ma cosa vuole negoziare !?

Entri nel taxi, gli lasci una piccola mancia per averti aiutato a trovare lo sportello della banca e lui se ne va con una faccia mesta. 

 Questo è un tentativo classico di raggiro, cavalcando il tipico percorso che prevede in primo luogo di guadagnare la tua fiducia, quindi di lanciarti l'esca, farti credere di avere in mano la situazione, nella maggior parte dei casi reinventando la verità, e alla fine tentare di incassare. Semplice e lineare, è così che funziona. Da qui in avanti devi solo preoccuparti di controllare che il tassista abbia selezionato la tariffa corretta sul tassametro, e che non abbia un marchingegno con cui fa avanzare velocemente la tariffa, mentre è impegnato a distrarti con i suoi funambolici racconti.

Le agenzie di affitto appartamenti non sono diverse, in quanto a tentativi di raggiro. Cercheranno costantemente di caricare costi superiori al normale per elettricità, depositi, scenari apocalittici di rotture e imprevisti. Gli stessi comportamenti che valgono per gli altri condomini potrebbero essere inopportuni per un turista, il quale può incappare facilmente nell'ostilità dei portieri e dei guardiani, tutti intenti a sottolineare violazioni illegittime, per la risoluzione delle quali verrà proposto di accordarsi con un piccolo extra fuoribusta. Io ho il mio appartamento e mi sposto solo in bicicletta, in autobus o in metropolitana quindi non devo preoccuparmi di nemici immaginari. Posso così indirizzare tutta la mia preoccupazione verso gli amici.

Rio de Janeiro -aprile 2008

 

 
 

 

 

 

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