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 8  

Festa bandida

  

 

Armi, Armi, Armi...                                                 

Riemerso dal sonno di una traversata interminabile, scendo dall'autobus semivuoto nelle vicinanze del quartiere Meier, profondo sobborgo di Rio de Janeiro, vivamente sconsigliatomi dagli amici rimasti nel vociante gozzoviglio sotto gli archi di Lapa. Son fatto così, mi butto senza pensare. L'invito al baile funky, festa esclusiva della favela, lo aspettavo con impazienza.

Quel giorno era iniziato con le prove del PAC, Piano di Accelerazione Cittadina, alla favela Rocinha. Non era andato benissimo: un agente della polizia militare era morto, spappolato da una granata lanciata all’interno di una casa che stava per essere invasa. Un bell’inizio dopo il can-can mediatico che aveva portato addirittura il Presidente Lula a far visita in prima linea per dimostrare con quanto trasporto sostenesse il progetto studiato per risolvere l’imbarazzo di una città come Rio de Janeiro in balìa dell’incertezza. Al Piano di ristrutturazione sono interessate una ventina fra le maggiori urbanizzazioni illegali, ma le organizzazioni criminali ovviamente fanno resistenza all’ingresso della legalità all’interno dei loro domìni.  E nessuno chiede agli abitanti come la vedono. Questa era la pulce che mi saltava nell'orecchio.

Aspettavo il mio contatto per le ore 20. Mi chiama alle 20:30. Si sta facendo la doccia e poi verrà a prendermi. Calcolo i tempi, gli ci vorranno almeno trenta minuti di autobus per arrivare fino da me. Con calma mi vesto, preparo le mie armi giornalistiche, una mini camera e un Mp3 per registrare qualche commento, e alle 21:30 mi avvio verso il luogo dell’appuntamento. Aspetto un bel po’, abituato al dilatato scorrere del tempo brasiliano, quasi mi viene sonno. Il mio uomo compare sorridente alle 23:30.

Camminiamo per venti minuti fino quasi all'arco di Lapa, poi appoggiamo le stanche membra alla recinzione del parco immerso nelle ombre. C'è puzza di piscio. È l'usanza brasiliana di svuotarsi le vescica appoggiandosi al muro, sollevando un lato della bermuda. Passano gli autobus, il 174 per Grajù, il 322 per Jacarezinho, il 268 per la Stazione Centrale, il 433 per Vila Isabel e via-via tutti gli altri con stridori e frenate irrispettose. Ma quando arriva il nostro? Dopo quaranta minuti buoni finalmente ci imbarchiamo su un autobus verde che riparte impaziente, nervoso, come se fosse una novità per le strade di Rio. Come regola abituale, per cercare di apparire il meno possibile, do’ a Rodrigo i soldi per pagare due reais e 10 a testa, gli lascio intascare il resto mentre superiamo la catraca, il terribile tornello girevole posto davanti al bigliettaio il cui nome deriva forse dal rumore sinistro che fa al passaggio di una persona. Andiamo a infilaci in due sedili quasi frontali. È un posto privilegiato per osservare la varia umanità che viene traghettata da un punto all'altro della metropoli: lavoratori, studenti, mamme, venditori ambulanti, gruppi chiassosi diretti a qualche festa. Il bigliettaio conversa con i passeggeri dando dritte sulle formazioni delle squadre di calcio. È un sostenitore del Vasco e già mi sta sulle palle, perché io sono del Flamengo.

 

Seduto a fianco a me, Rodrigo si mostra interessato alla formazione prospettata dal mister improvvisato. Dopo aver dato una bisticciata su un paio di nomi, si dimette dalla carica di allenatore e comincia a conversare con me su quanto è stancante passare ore fra attesa del pullman e tragitto per arrivare da casa sua fino alla ricca zona sud e viceversa, e come tutto sarebbe diverso se lui fosse un giocatore famoso. Dopo un po' la sua testa nera cade appisolata nonostante la gara innescata dal guidatore con un minivan diretto a Providencia.  La luce al neon sottolinea l’irrequietezza dei volti: la notte del sabato non è fatta per dormire.  Rodrigo apre infatti gli occhi e mi dice qualcosa con la sua pronuncia gutturale riguardo il donnone seduto davanti a noi che si starebbe grattando fra le gambe. Faccio un sorriso saputo e giro la testa verso il finestrino, dai bar entrano voci, rumori e zaffate d'aria calda. Tiro fuori la macchina fotografica per scattare qualche immagine del movimento serale che rigurgita di capannelli festanti, ma Rodrigo mi suggerisce di fare attenzione ai piccoli ladri di strada che con un salto rubano cellulari ai passeggeri. 

“Ma in favela posso tirare qualche foto nascosto, senza flash?”

Fa una smorfia che mi ricorda il pupazzo verde Kermit del Mappet Show.

“Poi loro diventano nervosi…”

“Loro” sarebbero le persone armate, a “seguranza” del traffico. Ok, penso, la prossima volta prenderò un carro armato, in tinta con i miei jeans militari.  Rodrigo veste una Bermuda verde Argentina che gli ho regalato qualche giorno fa; la maglietta Puma taroccata é il suo contributo alla mondanità del sabato sera. Nero dalla tonalità proprio scura, occhi profondi dal taglio quasi orientale ed un baffetto camuffato sopra le labbra carnose, avrebbe tutte le caratteristiche dello stallone mandingo, se non fosse che l'altezza l'ha lasciato a livello di uno studente delle scuole elementari.  Lavora da meno di un mese in una impresa di costruzioni e quindi guadagnerà all’incirca un salario minimo, 400 reais mensili, che arrotonda il venerdì sera vendendo birre nei cunicoli affollati di Lapa. L’ultima volta ha cannato sui prezzi e se l’è presa a bottega.  Gli domando se è contento del lavoro.

 

“I soldi non sono molti, ma che ci posso fare? L'importante è sapere di non aver bisogno dell'aiuto di nessuno.” Bel concetto che puzza di frase fatta.

“Cosa dicono in famiglia?”

“Vivo a casa di mia zia, la donna con cui hai parlato al telefono è mia cugina.” Mi arrovello, ma non era sua moglie?

La conversazione è interrotta da un vociare furioso entro l'autobus. Da dietro, un passeggero che aveva dato il segnale di fermata al conducente non è ancora sceso e lancia segnali irritati.

“Ferma qui, filho da puta! Ferma, ferma!

Il conducente continua imperterrito scontroso, forse annoiato. Là dietro si alza una selva di urla col sostegno di altri passeggeri a minacciare la rivolta. Finalmente l'autobus si ferma bruscamente, rischiando di far cadere chi non si aggrappa con due mani. Chiusi i battenti riparte nella sua folle corsa. È l'una e venti di notte.  Passato il Maracanà ci immergiamo nelle profondità dei sobborghi più sperduti. Finalmente scendiamo nelle vicinanze del quartiere Meier.

La notte deserta è ferita da radi lampioni gialli. «Si sale di qua». Rodrigo mi precede mimetizzato nelle ombre. Non si nota nemmeno quell'opera d'arte che chiama scanalatura dei capelli, mattoncini neri come la pelle su un corpo da liceale tatuato. Attraversiamo la strada dirigendoci verso un vecchio kombi Volkswagen con la parete aperta, dentro il quale un uomo in grembiule sta preparando hamburger fumosi per i quattro avventori che vociano lì intorno.

 

Mi tasto il portamonete e la custodia della macchina fotografica saldamente ancorati alla cintura, parzialmente nascosti dalla camicia. È un tic nervoso che ormai mi assale a ogni angolo di strada, assieme a quello di sincerarmi di avere le chiavi di casa agganciate al passante dei pantaloni. Non mi dà la sicurezza, ma perlomeno la speranza di avere un luogo dove tornare.

Diamo così l'ennesimo tributo all'abbattimento del colesterolo giornaliero intraprendendo una scarpinata per il quartiere deserto, arrancando verso una salita che si fa sempre più pronunciata, svoltando a tratti per attraversare cumuli di terra, una crepa nel muro, una rete strappata.

«E' una scorciatoia», mi rassicura Rodrigo. Grazie al cazzo. Adesso sono sicuro di non tornare più indietro senza di lui.

«Ma qui non siamo ancora in favela», azzardo.

«Adesso si dice comunità», precisa.

Comunità o favela, comunque ci stiamo arrivando, attraversando una specie di zona di nessuno, dove lo stile delle abitazioni è sempre spoglio, ma non così fatiscente. Dovrebbe abitarci la gente normale.

«In quella casa là di fronte abita il colonnello della milizia che sta cercando di prendere possesso della comunità. Ha tentato diverse volte, ci sono state battaglie con i capi del morro, ma ancora non ci sono riusciti».

La "comunità" citata sarebbe quella di Lins e del Comando Vermelho che è molto forte e può contare su molti appoggi nelle favela vicine. La “milizia” invece è una formazione paramilitare formata da poliziotti in pensione, ex militari, gente della sicurezza che ha deciso di associarsi per trarre profitto dalle esperienze passate. Attaccano i criminali e senza tante moine si installano al loro posto, a capo della favela, forti degli appoggi che ancora vantano all’interno delle forze regolari, e della tacita protezione di politici a caccia di nuovi bacini di voti.

 

«E la gente che cosa ne pensa?», mi informo.

«Agli abitanti non va bene la milizia, preferiscono ancora i capi di adesso», è la risposta. «I trafficanti?».

«Si. Almeno loro sanno qualcosa dei problemi, mantengono l'ordine, il rispetto. Nessuno ruba, nessuno fa niente contro un altro abitante. Il mese scorso hanno preso un uomo accusato di aver stuprato una ragazzina. L'hanno portato in cima e l’hanno sodomizzato con un manico di scopa».

No, nessuno osa fare niente di male contro un altro abitante. Anche a me avevano tentato di rubare, così gli ho detto “Che c'è, ragazzo? Non vedi che sono uno della comunità?”. E lui continua: “Hai perso hai perso, tira fuori il denaro”. Gli dico di no, che non tiro fuori niente. “Sono anch'io uno di qua, cosa vuoi, che parlo col boss?”. Allora ha capito e ha lasciato perdere. Invece quelli della milizia non sono niente, prendono possesso della zona e mettono una tassa su tutto, sui negozi, sui mototaxi, persino sulle bombole di gas con la scusa di mantenere l'ordine. Ma alla gente non piace.

 

 

Là in alto si cominciano a intravedere le luci della favela.

«Sembra un albero di Natale, ma non è un albero di Natale», tento con la mia ironia portoghese.

«Ah, eh!», mi fa senza avere capito. Le gambe reclamano.

«Ma ’sti mototaxi dove sono?», butto là speranzoso.

«Sì, sì, tra poco…», risponde con aria complice. Avanziamo verso un posto di blocco, c’è qualcuno là davanti alla transenna col braccio alzato, vestito di nero con elmetto, guanti e fasce bianche. Quando siamo a venti metri scopro che è soltanto un manichino. Anche il militare taroccato, mi tocca vedere…!

Saliamo sulle moto senza casco e iniziamo un saliscendi a zig-zag in mezzo a un esteso intrico di vie disseminate fra i campi a ridosso della collina da dove occhieggiano migliaia di deboli luci. Prendo nota mentalmente di alcuni scorci da riprendere al ritorno. Veniamo scaricati a ridosso di una selva di motociclette. Sulla scalinata alcuni ceffi gestiscono il primo punto di spaccio. La musica funky tuona imperiosa qualche curva più in là.

Ora inizio a inspirare l'aria di festa da sparo. Mi tocco le tasche e tiro la camicia sopra la cintura, tanto sono sicuro che sentono il puzzo di gringo lontano un miglio. Camminiamo nel vicolo in salita affacciandoci ai banchetti di birre, sigarette. L'umanità che incontriamo è tutta di ragazzi e ragazze. I maschi vestono principalmente i bermuda colorati della festa e magliette con scritte americane. Molti sono a petto nudo, soprattutto per sfoggiare tatuaggi o le collane d’argento da macho, mentre i più eleganti portano i jeans. Le ragazzine, dai 12 anni in su, sfoggiano tutte una minuscola maglietta che lascia ampiamente scoperta la pancia, hanno i capelli bagnati lucidi e ballano in fila il funky do Creu, un motivo molto in voga che mima il movimento pelvico dell’amplesso aumentando il ritmo a ogni “cambio di marcia” musicale.

 

 

«La vera festa non inizia prima delle due», mi annuncia Rodrigo e lo capisco, perché se arrivare fin qui è stata un'interminabile odissea per noi, mi immagino che lo sia per molti altri. Saliamo fino alla quadra di ballo, una'area in cemento della dimensione di un campo da basket, che è probabilmente una delle attività praticate qui durante il giorno. Ma adesso è un pulcinaio di ragazzi e banchi di bibite. Sullo sfondo campeggia un muro di altoparlanti che sconsigliano di avvicinarsi a chi non abbia già deciso che la vita è un'avventura di passaggio.

Ci dirigiamo verso il banchetto centrale, che sfoggia lattine e bottiglie vuote appese con lo spago, una via di mezzo fra la decorazione e la pubblicità. Rodrigo vorrebbe farsi una Red Bull contando sul mio appoggio finanziario, ma quando gli chiedono 10 real le sue certezze vacillano. Cavolo, qui il commercio rende davvero! Nel frattempo il dj sta mandando i cd in ebollizione, ma il pubblico sembra reagire timidamente e il centro della pista aspetta ancora di essere riempito. I ragazzi sono tutti accalcati contro le reti, intrattenendosi con le ragazze o accennando riscaldamenti individuali, lanciando sguardi significativi che ricordano certe foto esibite su Orkut, il sito di relazionamento più popolare.

Ripieghiamo verso un banchetto di strada dove compriamo una lattina di birra Skol e una bibita in bottiglietta di plastica verde al leggerissimo gusto di limone chiamata H2O, molto popolare anche se in fondo si tratta solo di acqua lievemente gasata. È il momento di darsi un'occhiata in giro: le frotte arrivano divise per bande di età omogenee. I tredicenni hanno l'aria di chi vorrebbe dimostrarne almeno un paio d’anni di più. C'è un eccesso di cappellini da baseball, i colori forti si notano meglio sulle pelli scure. I ragazzi di colore sfoggiano sui capelli tagliati corti delle incisioni artistiche che arrivano alla pelle. L'atmosfera è elettrica, il divertimento è una opportunità attesa da tempo. Sono tutti là per farsi vedere.

Ritorniamo verso il centro della festa, che nel frattempo sta iniziando a bombare. Rimaniamo un po' di lato a dimenarci come idioti, confortandoci con le nostre bibite. Al nostro fianco tre ragazzi si passano acqua da una bottiglietta quasi vuota. Abitudini inusuali per una festa. Guardo meglio: quella che sembrava condensa gelata mi appare adesso come una rada nebbiolina. Mi avvicino fingendo di ballare e li osservo portarsi alle labbra la bottiglietta d'acqua con qualche goccia di liquido bianco sul fondo. Non bevono: stanno aspirando. Traspare dai comportamenti, oltre che dalle facce, la consapevolezza di trovarsi all'interno di una favela. Qui non è necessario nascondere l'utilizzo delle droghe. Le feste funky del sabato sera sono una delle maggiori occasioni di spaccio e per questo attirano anche frequentatori dai quartieri vicini.

Attraverso le molte teste scorgo un fucile alzato: nessuno si scompone. Il segurança è un ragazzo come gli altri - solo lo sguardo un po' più idiota – che avanza seguito da tre ragazzini in scala che sembrano i nani di Biancaneve e forse sono fratelli o soltanto fan dell'armigero. Dalla mia postazione, vicino all'ingresso del campo, ne vedo passare diversi, di ragazzi armati. Pistole nere, lucide automatiche, anche un revolver. E poi fucili, carabine, kalashnikov, M16, fucili a pompa, tutti portati con la leggerezza di una goccia di Chanel.

 Non sono un amante delle discoteche, né della confusione, per cui continuando a ballare il mio unico interesse è cogliere il clima. Mi agito con compostezza, bevendo nel mentre la folla con lo sguardo, studiando i dettagli dei volti, le espressioni di ebbrezza, le posture di annoiato impegno. Dopo un po' un ragazzo con la pistola si avvicina a noi e inizia un battibecco con Rodrigo il cui senso, assordato dai battiti degli altoparlanti, non riesco ad afferrare. La questione continua per un paio di minuti e l'unica cosa che mi inquieta è che, pur essendo noi vicini, con un deliberato sforzo non mi guardino in faccia. Quando il pistolero si allontana di un paio di passi, Rodrigo mi urla nell'orecchio rischiando di perforarmi il timpano. Gli faccio un segno negativo e decidiamo di portarci all'esterno, dove il rumore batte mezzo decibel più basso.

 

«Qual è il problema?» domando.

«Dice che ti ho portato nella bocca di fumo, è una cosa che non si fa».

«Cioè?»

«Vuole che ti porto a casa di un dirigente dello spaccio». No, no, questo non deve succedere, penso con la velocità del funky, valutando implicazioni e soluzioni. Poi gli grido all'orecchio: «Domandagli se vuole bere alla mia salute e dagli 20 real».

Seguo con la coda dell'occhio la trattativa sottolineata da violente scosse di capo del pistolero, che gli urla qualcosa all'orecchio. Rodrigo ritorna verso di me. «Dice che ne vuole trenta». Così è cominciata la danza, mi dico. Non speravo di passare indenne sopra la tassa del gringo. Gli passo furtivamente una banconota da 50, con la quale andrà a prendere qualcosa da bere anche per noi, mentre rimango lì ad aspettarlo.

Scruto intorno e mi perdo ad ammirare due ragazzine che frullano il deretano in una sorta di trenino erotico a beneficio degli adolescenti che sbavano intorno. Alla mia sinistra un ragazzo vibra ma senza martello pneumatico, alla mia destra due ragazzi si arrotolano uno spinello, più in là un altro piscia contro il muro. Liberarsi la vescica é facile, non occorre tirar giù la patta, ma solo arrotolare la gamba del bermuda leggero lasciando scivolare fuori il serpentone e svuotando la saccoccia in sovrappiù, aiutati dalla forza di gravità, protetti dalla semplicità del gesto. Uno scarto e via. Il ragazzo nota il mio sguardo e accenna a un sorriso safado, furbesco, per nulla imbarazzato. Potrebbe facilmente chiedermi gostou daquilo que viu, ti é piaciuto quello che hai visto, preambolo di ulteriori concessioni. Ma qui il ballo monopolizza ogni piacere individuale, anche quello che, in una qualsiasi strada della città, facilmente potrebbe incamminarsi in un sentiero protetto dalla discrezione. Giro la testa dall’altra parte, rimanendo in balìa di quel frastuono nero come un mare. Le onde si abbattono nel mio angolo abbandonato.

Quando i minuti di solitudine cominciano a diventare troppi, mi domando se mi hanno abbandonato. Come sempre in questi frangenti, cerco di prospettarmi delle ipotesi, nel caso dovessi risolvere una situazione pesante. Cosa potrei fare da solo? Attraversare la folla, scendere tranquillamente la ripida strada passando davanti ai banchetti di bibite, agli angoli degli spacciatori, alle postazione di scagnozzi di guardia? Cercare un passaggio di mototaxi verso la civiltà? Camminare di notte in compagnia di topi e angoli bui, in strade sconosciute, illuminate da qualche raro lampione? Scruto impaziente sopra le teste e vedo solo ricci, cappellini, fucili. Nessuna faccia nota. La festa davanti a me appare improvvisamente priva di interesse. E’ così che ci si caccia nei guai, penso, somministrandomi un giudizio postumo che suona come un epitaffio. Vorrei muovermi, ma equivarrebbe a spingere il destino giù per il cesso. Mi sforzo di coltivare la forza di gravità, che sarebbe lo stare immobili mentre il cervello si muove alacremente. Gli occhi esplorano, sono certo che finché non prendo decisioni, le cose si possono ancora aggiustare. Tutto ritorna a posto quando finalmente scorgo i lineamenti di Rodrigo che ritorna verso di me. Cerco di cogliere sul suo volto qualche indiscrezione, ma non ci riesco. Mi trattengo dall’afferrargli il braccio, nell’ansia di sapere com'è andata a finire.

«E allora, stai gustandoti la festa?» fa come se niente fosse.

Quindi tutto bene quando qualcuno paga, mi suona il messaggio. Il problema è capire se siamo soltanto all'inizio. Proseguiamo a far finta di ballare, io tengo le mani in tasca per nascondere portafogli e macchina fotografica ma mi prudono le mani: lo scampato pericolo mi ha lasciato addosso un’adrenalina pazzesca e lo guardo dardeggio all’intorno come allucinato e vorrei immortalare ogni lato, scattare foto, scattare. Ma so che non posso rischiare oltre.

Le inquadrature passano dagli occhi al cervello, dal cervello all'archivio, dall'archivio alla carta carbone della memoria. Facce, culi, armi, luci, bombardamento musicale sopra i 100mila watt. Adesso è ressa, si passa a fatica come una lama tra la gente che va, che rimane, che viene in uno strusciare che mi impone movimenti guardinghi per non urtare, sospingere, pestare nessuno. Tra la fila che entra mi trovo faccia a faccia con un ragazzo butterato con fucile a pompa in mano, il mento alzato come un bandito da telefilm e gli occhi appannati. Ci urtiamo e tentiamo una danza per passarci a destra o a sinistra, mentre io indosso lo stesso sguardo velato. Raggiungiamo un gruppo di giovani adolescenti, con i quali Rodrigo inizia il rituale dei saluti, sorridendo e scontrando i pugni. A fianco due ragazze ben vestite sfoggiano minigonne altolocate. Le raggiungono due fusti a petto nudo, pantaloni di tela quadrettati e capelli impomatati. È un look da zona sud, quartieri per bene, qui siano no altro e giù in basso c’è l'asfalto. Saranno venuti a godersi in santa pace una scorpacciata di crack e musica.

Riprendiamo la salita mentre due musiche iniziano a miscelare il loro battito e raggiungendo una zona di tregua dove si riesce almeno a parlare. È qui che si concentra la maggior parte dei baracchini di bibite, fumo di salsicce e risate. Rodrigo stappa un'altra lattina di birra comprata con la mia ultima banconota da 50 real di cui non ho mai visto il resto. Io continuo a portarmi dietro la mia mezza bottiglia di H2O che mi dà un tono di idiota innocenza.

Durante il cammino davanti a me si para un ceffo col mitragliatore in spalla, seguito da tre ragazzini dallo sguardo altrettanto truce. Vivo nell'apnea dolorosa del fotografo monco. Mi fisso l'immagine di quel cappellino, il collo scuro imperlato di micro sudore, l'arma scrostata e opaca, la cinghia di pelle grossa un dito. Il ceffo volta la testa e incontra il mio sguardo. Proseguiamo qualche passo e si volta di nuovo. Sono sempre lì, quattro passi dietro di lui, a osservarlo.

Camminiamo lentamente verso la cima, la nuova musica ha preso il sopravvento inglobando prepotente ogni spazio libero. Sono come catturato dalle immagini che mando avidamente a memoria . Passa un minuto e l'uomo con il mitragliatore volta nuovamente la testa dietro di sé cercando il mio sguardo. Butto gli occhi sulla mia acqua che inizio a bere senza togliere il tappo. Non provocare un trafficante con arma, mi dico. Arrivati in cima le casse altoparlanti sono 46, alte ognuna come un corazziere, contate singolarmente con gli occhi, dato che le dita mi sono finite dentro i buchi delle orecchie per impedire che il cervello ne scivoli fuori.

Ho visto abbastanza, mi siedo su un gradino alle spalle dell'atomica musicale e aspetto paziente che Rodrigo mi chieda se voglio andare a casa mentre i vicoli continuano a eruttare giovani sorridenti e ragazzine succinte in ciabatte colorate. Pur di allontanarmi da quell'inferno ritmato che mi sta alterando il battito cardiaco, accetto di fare una passeggiata verso l'alto nutrendomi dell'oscurità, fiancheggiando banchetti che vendono fumo, minuscoli sacchetti di polvere bianca e bottigliette di liquido opaco. Dall'ultima terrazza in cima la visione è ad ampio raggio, punteggiata di luci tremolanti che suggeriscono umiltà, scaltrezza, resa. Sono finalmente autorizzato a catturare qualche innocua foto della notte.

La festa funky e fucili scivolerà fino a mattina come una processione che solleva tra la folla santo kalashnikov e santa cocaina, ma io alle quattro e mezzo mi sento già abbondantemente benedetto.  La mia guida accetta di scortarmi fuori dagli inferi. Abbandono il funky e i sederi prominenti che continuano a sventolare orgogliosi il vessillo di Creu, supero la selva di moto e faccio a ritroso il percorso come un turacciolo liberato dall'immersione nel mare dell'illegale.  All'uscita sulla strada un ragazzone in canottiera, bevendo in compagnia di un pistolero, indirizza a Rodrigo l'ultimo saluto intriso di orgoglio misto a invidia:

“Ehilà, sei riuscito a portare il turista?” 

Rodrigo risponde col pollice in alto. Ubriachi, drogati e festanti sono la norma, un maiale che scodinzola per la strada fingendosi un cane non impressiona nessuno nella favela protetta dal poliziotto fantoccio.

Saluto senza rimpianti i trafficanti e il loro machismo drogato e armato, contento di non essermi imbattuto, neppure per errore, in un grilletto tremolante.

Rio de Janeiro - Aprile 2008

 

 

 

 

 

   

 

   

 
 

 

 

 

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