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Carnevale, scuole di samba e crimine organizzato

 

 

 

        

Mentre nel Sambodromo sfila il coraggio senza età che non si arrende al triste concetto di serietà responsabile, i quartieri sono lo specchio della cultura che tira su i figli con l'idea che l'allegria è un diritto inalienabile. Il Carnevale è l'apogeo della festa, più ampia e profonda del Natale o del Reveillon di fine d'anno. Le scale dei Metrò sono ovunque intasate di gente, le piazze sono gremite fino all'inverosimile, i baracchini e i ragazzi con gli isopor pieni di ghiaccio vendono lattine a 3 per cinque reais, segno che la concorrenza è enorme ma non riesce comunque a stare dietro al consumo di gioia e di oblìo.

 

    La famosa scuola di samba "Prima Stazione" di Mangueira é per la città di Rio de Janeiro il simbolo di quello che potremmo chiamare l'accettazione sociale del favelado nelle sue manifestazioni culturali. Sfilano fianco a fianco sobborghi e favelas negli ottocento metri del sambodromo, i nomi più blasonati della follia multicolore: Imperio, Beija Flor, Rocinha,  Salgueiro, Portela e, appunto, Mangueira. Un'ora e venti a testa per far passare sotto gli occhi del mondo almeno sette carri allegorici ognuno immersi un un inesauribile rogo multicolore.  Figuranti a migliaia capitanati dalle ballerine bonitone che sotto la pioggia sostengono armature di sederi e petti giustamente valorizzati dal silicone per non sfigurare con le piume barocche innegianti all'allegria carioca, alla storia brasiliana, addirittura alla lotta ambientale. Velluti ed organza che inorgogliscono chi per un anno ha lottato con carenze e pregiudizi, spesso senza saperlo. Il martellare dei tamburi fonde la vista e il respiro, il sogno e il sangue, mentre nell'attimo di un fuoco d'artificio ognuno è parte della storia.  

 

   

    Fatti recenti hanno portato la favela Mangueira sulle pagine dei giornali per una supposta rete di solidarietà tra scuole di samba e traffico di droga. Questo è avvenuto dopo la scoperta da parte della polizia di un tunnel segreto che collegava la sala delle feste all'esterno, sicuramente per agevolare la fuga dei trafficanti in caso di invasione della polizia o di bande rivali. Quando Bruno mi ci ha portato in visita, il responsabile delle attività culturali ne parlava come di un male necessario.

 

 

    La favela, come è noto, é nata nello scenario urbano per sopperire la necessità di alloggio della massa povera composta, in maggioranza, da negri e migranti. A questa parte di società che soffriva un processo di esclusione dalle pratiche economiche, composto di preferenza da lavoratori bianchi immigrati dall'Europa, rimase l'alloggio sulle pendici che le colline. Gli abitanti delle favelas passarono presto ad essere considerati dagli abitanti della città bianca e urbanizzata come disoccupati, feccia, vagabondi, ladri che costituivano un pericolo potenziale per la città. Logicamente, l'idea si basava su un fondo esteso di preconcetto razziale.

 

    Più tardi, quando la città si sviluppò economicamente, non poté più prescindere dalla manodopera dei negri e degli immigrati per le attività di bassa qualificazione professionale. Quindi si chiude un occhio sulla proliferazione delle favelas vicino alle aree di espansone della "città bianca". Tra l'altro, le relazioni tra i favelados e lo Stato, controllate dalle elite, fu sempre con frettolosa e in vari momenti lo "spazio -favela" fu combattuto con estrema violenza, con la scusa di combattere il disordine urbano.

 

    Con il consolidarsi di queste pratiche statali, che combinavano violenza e assenza di offerta di infrastrutture, possiamo affermare che le favelas, con i loro abitanti indeboliti dall'emarginazione politica, economica e sociale, diventarono un facile spazio per i controlli di gruppi e organizzazioni criminose, tra le quali le case da gioco, le scommesse clandestine, i trafficanti di droga e, più recentemente, le "milizie".

 

    Per gli abitanti delle favelas, le organizzazioni comunitarie e di sostegno, é sempre molto difficile collocarsi fuori della rete di solidarietà con il traffico di droga. L'alternativa é tristemente assente anche per le scuole di samba che, principalmente dopo la caduta del dominio degli antichi controllori del gioco del bicho, si trovarono in una situazione di grande vulnerabilità.

 

    Per una questione di sopravvivenza, la strategia di queste organizzazioni interne alla favela è stata la cordialità e, a volte, perfino la convivenza. Si tratta, molte volte, di una rete che si mantiene attraverso i vincoli dell'amicizia, di vicinanza con i leaders del traffico che partecipano alle feste, ai balli e ai saggi di carnevale.

 

 

 

 

    Questi sono fatti e comprenderli aiuta a capire che l'unica soluzione per la cacciata delle organizzazioni criminose dalle favelas è il ritorno del territorio ai propri abitanti. L'alleato in questa impresa non può essere che lo Stato, attraverso l'identificazione di soluzioni che vadano a beneficio di tutti gli abitanti della città, privilegiati inclusi. La violenza urbana è infatti conseguenza, secondo studi recenti, al 70% del traffico di droga.

 

    La sfida necessita di una politica astuta quanto irrinunciabile, che passa attraverso le caratteristiche antropologico-culturali di buona parte del Sudamerica, soprattutto nelle fatiscenti megalopoli. Lavoro di indagine e caccia ai grandi fornitori, lotta severa alla corruzione delle mele marce nella polizia, formazione delle truppe per il combattimento al traffico secondo i più attuali standard internazionali, creazioni di condizioni per l'inserimento sociale, politico ed economico dei giovani, che sono i potenziali candidati a lavorare nello spaccio, superamento della visione culturale che attualmente è appiattita su sport, feste, balli e carnevale; politica abitativa per i settori meno abbienti e creazione di infrastrutture che le finiscano la sofferenza e l'ingiustizia che sempre causa l'immorale distribuzione della ricchezza e delle opportunità.

 

    Ma, prima di tutto, le favelas devono passare ad essere viste non più solo come un grande problema, ma come luogo di rifugio obbligato per più di un quinto degli abitanti della Città Maravilhosa.

 

    Come la favela è il simbolo dell'illegalità che convive a fianco della furbizia, il Carnevale appare allo straniero l'apogeo, il culmine dell'essenza brasiliana, la licenza a far tutto, il contrario ma anche il meglio del salto karmico che spinge l'entusiasmo oltre il muro delle difficoltà. Audacia e ottimismo, oltre a una buona dose di coraggio. Dopotutto, chi viene a Rio cerca l'effervescenza. Gli altri restano a casa.

 

    Niente coraggio, niente gloria.

 

 

- Rio de Janeiro - 03 febbraio 2008

 

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