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L'Osservatorio #16 – Vietnam

 

 

Dopo una sperimentazione delle possibilità tecnologiche estere, finalmente tornato in Italia ho potuto usare il mio computer senza i problemi che avevo riscontrato in ASIA: tastiera con geroglifici, elenchi indirizzi incomprensibili, formato fonts approssimativo in scrittura (non ci sono le parole accentate!) e lettura ,etc. Quindi proseguo nelle analisi della mia esperienza di viaggio. Spero ti faccia sorridere almeno un po' il mio approccio non professionale: prendilo come un punto di vista di un turista un po' fuori dal comune.

Il tragitto è stato interessante.

Dubai la città degli emiri non mi ha dato l’ebbrezza della vittoria sulla morte. Un deserto in costa del mare, dove la maggiore occupazione è dimostrare quanto ricchi sono. Non a caso il loro orgoglio è il Golf Club, per il quale spendono l’equivalente dl bilancio di dieci golf europei solo per l’innaffiatura.

 

Se vuoi vedere le foto del viaggio a Dubai, Hong Kong e Vietnam, clicca qui:  Foto Asia

 

            Seguo per Hong Konk, l’atterraggio al nuovo aeroporto progettato dall’architetto italiano Renzo Piano non mi smuove sentimenti nazionalistici. Il giro della città, dall’isola HongKong alla costiera Kowloon fino ai Nuovi Territori si rivela asettico, pieno di curiosità da cartolina. Il Victoria Peak, i fumanti banchetti del cibo all’aperto, il ristorante panoramico, il giro nella giunca ad osservare lo skyline americanizzante. Poi la gente non sa dirmi di se stessa se è cinese o britannica, tutto è sospeso in un honkonghese che non è più identità ma solo attesa. Così il grigiore del cielo si trasferisce su di me che cerco la prova di essere in un’altra parte del mondo, lontano dall’europa. E mi scopro seduto in un giardinetto a lato di un quartiere popolare che sulla brulicante Nathan Road affaccia le sue migliaia di stanze consumate dallo smog, dall’umidità, con migliaia di ventole di condizionatori attaccati all’esterno come api attorno all’alveare. E scopro che la cultura cinese od orientale è sempre stata una marmellata di moltitudine. Mi sogno una colonia di secoli fa e la scopro identica a quella che vedo. Nessuno che si preoccupa dei fumi, degli odori, della congestione. Tutti parlano e si muovono accettando un percorso che non deraglia mai dalla laboriosità indaffarata e priva di ripensamento. 

 

            Evado verso un'altrettanto caotica Hanoi sperando di sparire presto all'interno di qualche perduta foresta lussureggiante o un'isola lontana. Il Vietnam promette di inghiottirmi dentro la sua sconfinata gioventù economica. In breve tempo le strade dei conglomerati umani mi ripropongono la medesima immagine di un’Asia che non demorde dal suo ruolo caotico e vettoriale. Tutto sembra prendere direzioni veloci ed avanzate che convivono con il rifacimento di una tradizione che non può venire dimenticata. Tecnologia in vendita nei nuovissimi ed immancabili Centri Commerciali che sembrano voler divorare ogni esiguo guadagno proponendosi come illusione di modernità a buon mercato. Gradisce questo sogno? Lo consuma qui o glielo incarto? Vedo le speranze di sempre riproporsi come le spire di un serpente. Non è il dragone cinese della simbologia, è un nuovo morbo di cui non vedi la potenza finchè non smetti gli occhiali del pittoresco.  Molto meglio scoprire che alcuni usano ancora il pallottoliere nei negozi delle onnipresenti China Town.   Dignitose e affrettate tradizioni guardano in faccia l' improvvisa e povera modernità.   Sembrano accompagnarsi in ogni sguardo assieme agli infiniti odori di pesce seccato e disidratato dei mercati. Solo i padroni di sempre erigono le loro cattedrali imponenti alte cento piani, in ferro e vetro, nei distratti asettici e protetti delle downtown.  Sono le banche e le mafie multiformi, che investono in un'economia ancora inesistente i proventi che i mercati occidentali potrebbero non accettare. Non ancora. Una volta acquistati palazzi, appartamenti, attività generiche basta aspettare qualche anno e poi rivenderli anche in perdita. Le porte dorate degli ambienti internazionali saranno allora disposte ad aprirsi.   

 

Mi rimane la sensazione di essere un curioso che non si accontenta di vedersi una videocassetta nel televisore di casa. Lo sforzo che faccio per sentirmi interessato vale solo i soldi che pago per capire che a loro, lì, non importa nulla del mio pittoresco giro di ispezione.

 

            Solo i contatti occasionali, preziosi ma fugaci, mi donano un po’ di resurrezione. Mod mi racconterà, seduti in un bar di Saigon, come scappò dal lavoro di guardia del corpo di un boss della mafia che gli aveva ordinato di uccidere il suo migliore amico perché aveva sottratto un pane di droga in un trasferimento dal Laos.   Mi dice che, chissà perchè, non se l'era sentita di portare a termine quell'ennesimo incarico, ed era dovuto fuggire anche lui.  Mi mostra i tatuaggi colorati di cui va fiero, ride quando gli tocco delle cicatrici, tre, su avambracci e collo. Pallottole. Noi con lo stesso spirito possiamo parlare solo delle esperienze del liceo.

 

 

            Poi l’isola di Nha Sui Trang cercherà di propormi un riposo tra le sabbie del Buddha dorato, ma la pioggia rovinerà la festa. Mi rimarrà la scoperta di un’oasi protetta dove le tartarughe giganti vengono a deporre le uova, in un arcipelago che vuole scacciare gli zingari di mare per aprirsi al business occidentale dei Parchi Nazionali. Questo mi fa pensare ad un mondo che vuole scambiarsi i posti a sedere. Poveri che cercano gli strumenti affaticanti dei ricchi, e ricchi che si accaparrano i posti incontaminati dei poveri. In mezzo, la macchina logora e produttiva di tutti coloro che tirano avanti, da est a ovest, verso un sogno che si macchia sempre più di spreco.

            Non lo so perché cerco questi punti di vista. Non lo so perché mi ostino a tenere gi occhi aperti senza posa. Ma mi viene il sospetto, a volte, che se ride bene chi ride ultimo, qualcuno di noi abbia già riso.

      


 

   

max.bonaventura@gmail.com

 

 
 

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