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Omicidio al Tropico

 

A ll'intorno le palme sono innumerevoli. Da cocco verde o giallo, basse per gli ananas, quelle da datteri lontane migliaia di chilometri da qui. Eppure, separati da generazioni e impronte, noi umani ci ostiniamo a considerarci tutti la stessa banana, tutti membri dello stesso giardino.
 
Era iniziato come uno scherzo, un gioco di società, un passatempo per vincere la noia. Salutare un amico, afferrargli la mano e con uno strattone farlo cadere a terra. Sorpresa, risate, mugugni. Poi come sempre la pratica diventava insufficiente e si iniziò a prendersela con chi reagiva, forti delle arti marziali apprese sotto le armi. Una reazione eccessiva, una parolaccia, un velato accenno alla madre e il passatempo diventava il pretesto per menare le mani, troppo a lungo dedite alla cura di verdura organica. Oliberto era un omone di un metro e novanta, tutto muscoli e insofferenza per gli schemi della convivenza civile. Non che ce ne fossero molte, a Bahia di Sibahù. Poi era stato il tempo degli sconosciuti. Una coppia di anziani, lei avvocatessa lei e lui giudice in pensione si erano visti porgere l'amichevole manona. Timidamente avevano accettato quell'inattesa gentilezza, ed erano caduti nella trappola. Alle invettive era seguito un pestaggio in piena regola, al quale aveva preso parte anche il figlio di Oliberto, un ragazzone timido e per bene. Siamo tutti per bene un attimo prima di tuffarci nella follia.
 

 

Fatto sta che l'abuso di gentilezza e conseguente menata era diventato il divertimento dell'omone e il cruccio dei malcapitati. Al punto che qualcuno aveva pensato di dargli una lezione. Ma che fare? Da queste parti non si va per vie legali, si sta zitti e in disparte ad osservare, nessuno denuncia un compaesano, nemmeno se ruba, nemmeno se violenta, nemmeno se uccide. Ci si limita a mugugnare e domandarsi: ma che fa il sindaco? E' così che il succo del tropico, anche in un clima favorevole, diventano lentamente qualcos'altro, una mistura di desideri e ruggine, forse il sogno di un processo chimico che condurrà alla liberazione e al paese dei balocchi.

La pratica era traboccata fin oltre il controllo del buonsenso, tanto che, un giorno, Oliberto era scivolato nella classica buccia di banana, imbattendosi nell'uomo sbagliato: aveva impartito lo scherzo a un poliziotto in borghese, il quale, senza tanto valersi del distintivo, aveva chiamato due colleghi e aveva dato al nostro una ripassata di tutto rispetto. Con la mascella dolorante, un paio di denti in meno e un occhio tumefatto, Oliberto si era degnato di andare alla stazione locale di Polizia Civile, per denunciare l'offesa alla dignità di perdigiorno. E si era ritrovato davanti proprio il suo incubo. Allibito aveva abbassato lo sguardo, e se ne era tornato alla Baia con l'onore cacciato dentro il medesimo sacco in cui teneva le pive. Ma non contento della paga, dopo qualche tempo aveva ricominciato a menare gli sprovveduti.

 

 

 

 

 

 

 

Salti nella sabbia

 

La kanga non vola alla brezza del mattino, rimane incollata alle listelle della finestra. Il vento da sud ovest porta disagi tropicali. Alex ha un malessere nel petto, che demora a passare, Ce ne mette. Fernanda marca visita al cantiere accusando il troppo sole e se rimane distesa a guardare Miami Csi. Dovevamo cucinare il pesce rimasto dalla abbondante festa grigliata di iersera, ma ci aggiorniamo con comodo alle otto, otto e mezza, magari nove. Ma a quell’ora già il film è finito e la fiacca prende il sopravvento. Si saranno fatti qualche crostino col pane di Pipa. Mi aggrappo al mio pseudo "pan italiano" nero e dolciastro, con una fetta di prosciutto del Formigueiro, forse non più tanto fresco come il giorno che lo aveva tagliato. Un sorso di birra Nova Skin discendente dei travigiani Schincariol, tanto per ricacciare la solidao.
 
Tranquilla solitudine nella rete, amaca appesa davanti al porticato, gli occhi alle palme basse che fluttuano alla brezza che alla sera alza la sua potenza di un paio di tacche. Cerco le ombre nel rossore della strada di terra, fra i buchi scuri della illuminazione approssimativa. Storgo la bocca, attesa è troppo quando non sia ha mai nulla da fare. Mi sollevo con uno sforzo della volontà, calamitato dal vuoto pneumatico alla bocca dello stomaco, fame di novità. Poi via in bicicletta, scaricando sui pedali tutta l’energia di un giorno inattivo, arrancando sulle buche invase dalla sabbia leggera cercando di non atolare, non affondare.  

Marcelinho, il kitesurfista dallo sguardo triste mi spetta a casa del Neh, giocando con i riccioli imbionditi dalla salsedine, le dita sporche di pesce cotto, seduto per terra fra due amici addormentati a pancia in giù. Bottiglie vuote di birra dormono accanto alla griglia che sfrigola lentamente sopra due pietre, bruciando ciò che resta fra il disinteresse generale. Bello il nordeste brasiliano, afferri quello che vedi e niente ha più importanza un minuto dopo…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
La ruota gira, il calendario arranca solitario fra le giornate sempre assolate, le stanche pratiche di ogniddì, lo sferragliare del furgone sui quebramola, le cunette improvvise che ognuno fa a piacimento davanti casa nella strada corrosa dalla salsedine e dagli scoli che rigano le giornate assolate. Oliberto consegna la verdura, qualcuno dice che impone la sua banana alle mogli annoiate, mentre la sera, fra una birra e una dose di cachaca, scruta i malcapitati dall'alto della sua voglia di strafare.
 
L'altro giorno due tizi lo avvicinano alla pompa di benzina, lo chiamano per nome, lui alza lo sguardo verso la luce, due colpi di pistola lo raggiungono al petto. Solido e determinato indietreggia e fugge verso il retro, inseguito dai giustizieri venuti da lontano. Altri due colpi e stramazza davanti all'ufficio del contabile, che era stata una delle sue vittime. Costui guarda il volto che scivola verso la giustizia, controlla l'orario e se ne va in pausa pranzo.
Dicono che qualcuno ha lanciato dei fuochi artificiali quella notte, nel cielo immoto di Baia di Sibahù, a festeggiare in anticipo il nuovo anno.
 

 

Le storie sono eco di latitudini differenti. Siamo frutti diversi, qualcuno con le spine, altri dalla pelle delicata. Anche simili come banane, ci differenzia un Dna vincolato ai meridiani, prata, agua, da terra, d’oro, nanica. Il destino del gusto determinato dalla geografia, dalla noia e da un retrogusto che non demorde, solo la conservazione dice che ne sarà di noi. Il sole e l’ombra possono rinviare il nostro destino, o inghiottirci in un sol boccone. La buccia divenendo scivolo imprevisto di altri accadimenti...

 

max feb 010


 

 

 

Beh, questa settimana ho continuato con discrezione la mia perlustrazione locale e dei locali. Tanto invisibile che anche un ragazzino seduto vicino a me in un cyber cafè della città lontana mi apostrofa domandandomi certo "Tu abiti a Baia di Sibahù..."

E difficile esser nessuno quando ti fermi ad ogni angolo e anfratto a domandare, salutare. scattare foto. Giovani leprotti della spiaggia sono disposti a prendere la rincorsa e rompersi l'osso del collo per me, solo per rendermi felice... Tirando le foto ai ragazzi impegnati nei salti mortali pesto un regalino di mucca o, non so, di asino. Inzaccherando la sabbia mi si forma un pastone sotto il piede che ogni volta che mi chino per trovare una inquadratura migliore mi rimanda effluvi di campo. Non è male, questa vita da reporter, se ci si adegua agli imprevisti. Siamo tutti pulviscolo dell'universo, non serve a nulla fare gli schizzinosi.

 

Le stelle in alto mi aspettano all’angolo buio della strada, lì dove i lampioni hanno smesso di infastidire il cielo col loro rumore color dell’arancio, sembra di essere tutti in un parcheggio del Media World di Padova alle due di notte di domenica. Ma sono le nove e dieci di venerdi e dopo il rito della caipirinha al resort degli svedesi non c’è null'altro da fare in quest’angolo di crosta terrestre imbucata nel ventre della maresìa. Le Tre Marie osservano da lassù senza riconoscermi, dive smaglianti in un pozzo di punti luminosi, uno stadio di stelle che assiste alla partita interminabile degli umani. Niente applausi, sono sempre lo straniero dell’altra squadra, quello che viene, cerca di essere cordiale con tutti, incespica nel dialetto locale e non riesce ancora a fregarsene delle promesse fatte. Che gliene frega di tutto ciò alle stelle? Forse sono uguali a se stesse, meno contorte di noi formiche sociali. Invece no, anche loro, a ben vedere, sono intrise di falsità evidenti, buchi neri che nascondono la luce, quasar pulsanti invisibili ai telescopi, rumori di fondo che la sanno lunga sulla caducità delle terrene aspettative.

 

Solo chi le guarda da lontano le vede luccicanti e immote. E le calpesta nella sabbia del microcosmo, fra piroette e dubbia consapevolezza.

 

max feb 010

 

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