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Lartista non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa di vedere, diceva Picasso. Il soggetto di uno scatto immagina un se stesso diverso, spera in una redenzione, in una realtà sospesa. Ricordarlo può aiutare a capire che anche le persone comuni, spesso, vedono ciò che credono di vedere e pensano ciò che sono spinti a vedere. Dalla speranza e dalla rabbia, dalla presunzione, da forze comunque esterne.

E' bello e pericoloso sapere che il mondo esiste al dilà della nostra attenzione. Una sfida entusiasmante, un peso insopportabile.

Mi lusinga lenire la responsabilità della saggezza con un sorriso infantile.

Max settembre 2010

 

Immaginario Tropicale

 

Nessun’altra metropoli al mondo riunisce i fondamenti della vita lungomare come Rio de Janeiro. Certo, anche Barcellona ha la spiaggia che si affaccia sul lato est, Miami ha una lunga lingua a sud che è un’appendice chic, Sydney e Città del Capo si fregiano della bellissima baia, Los Angeles protende a ovest le sue propaggini balneari.

Ma in nessuno di questi luoghi la spiaggia è tanto fondamentale per la vita della città. Le sabbie della Zona Sud sono l’estensione della casa carioca, il suo salotto all’aria aperta dove incontrare gli amici, muovere il corpo, scambiare due chiacchiere, leggere il giornale. È la cucina dove pranzare, il bar all’aperto dove scolarsi una bibita, una zona di intrattenimento libera e democratica.

 È anche il parco giochi dei suoi abitanti, dai piccoli virgulti del futebol che sgambettano al pomeriggio sotto lo sguardo severo degli allenatori, alle squadre di volley e futevolley vestite dei colori delle scuole sportive, ai pensionati che giocano a dama sotto gli ombrelloni del Posto 6. Persone di tutte le età percorrono le spiagge e il lungomare come formiche laboriose in bici, sui pattini, correndo, passeggiando, facendo esercizi di stretching, giocando instancabili. 

Non meno sorprendenti sono le famose città balneari disseminate all'intorno: Angra dos Reis, Parati, Cabo Frio. L’aria mondana che si respira a Buzios è sopra le righe, pulita, internazionale e dai costi inavvicinabili per un locale. È per questo che ripiego nelle mie visite antropologico-culturali, preferendo i rischi dei sobborghi poveri alle ipocrisie patinate dei centri turistici. Nelle favelas, o anche solo nei quartieri popolari di Catete, Lapa e Fatima ogni bar è pieno di suggerimenti e di ombre. La notte è calda e limpida, l’aria addensata dai gas di scarico di autobus e furgoni.

Avverti i profumi ammiccanti di chi è appena uscito di casa a caccia di svago, il tanfo dei vestiti sudati dei mendicanti alla ricerca di lattine vuote, l’odore delle grigliate di spiedini e quello degli ultimi sorsi di birra tiepida gettata dai bicchieri per far posto a quella fredda. Avanzi di gioia spensierata e qualche scarafaggio riempiono le strade, gli angoli, i cassonetti.

Eppure c’è qualcos’altro a sfidare l’attenzione del viaggiatore curioso, tra le rocce scure incastonate nel velluto bagnato dal mare, nelle serate seduti attorno a una grigliata di strada improvvisata, plagiati dalla gioia delle feste senza preoccupazione per il domani.

È il contagio di un continente riscoperto che spinge a raccontarne le storie, surfando sulle onde che schizzano di povertà e di arrangiarsi, passeggiando sulle sabbie calpestate da ragazzi che non conoscono i padri, della famiglia solo una parte, fagioli e bollette scadute, risate e tiepide speranze. Dopo un po’ la presunzione si amalgama all’abbandono e percepisci nuove sfumature. Mi accorgo di amare un paese dopo che inizio a riconoscerne una musica, una luce, un sapore. Questo è il salario del viaggiatore, pagato dal gusto del comprendere, che è proporzionato al riconoscere. Avere tanti piccoli ricordi, curiosità e interessi rende ampia e persistente qualsiasi soddisfazione. A differenza di quello che siamo abituati a leggere nelle storie strappalacrime dei giornali di casa nostra, qui sembra che le differenze sociali sviluppino il muscolo della sopravvivenza.

 

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Max settembre 2010

Il linguaggio sfugge ad insegnamenti e imposizioni

 

 

 

 

Chiunque sia a contatto con un bambino o con la parte per noi più gratificante di lui, cioè l’essere un potenziale alunno, continua a cercare di spiegargli com'è fatto il mondo, come sono le regole del vivere e i segreti della relazioni, cercando di impartirgli quella lezione che a noi dà la soddisfazione d’esserci dimostrati sapienti. Fino al momento in cui egli diventa in grado di percepirlo come gli è stato spiegato. Da quel momento egli è un membro della società.

 

 

 

 

 

 

Conosce la descrizione del mondo e raggiunge la totale appartenenza allorché è in grado di interpretare tutte le sue percezioni in modo che coincidano con queste descrizioni e ne trovino conferma. Diviene cioè uno schiavo perfetto del preconcetto educativo, il quale ha fallito il suo scopo di ex ducere, cioè di far emergere le preziosissime capacità individuali, indulgendo nell’addestramento, che è il tentativo di trar soddisfazione dalla repressione della creatività altrui, in nome di un più proficuo controllo. Così da addentrarlo nella più vasta e ordinata dipendenza della delega, richiesta e attesa dalla vita adulta.

 

Ma il linguaggio è come una pelle: sfrega il proprio linguaggio contro l'altro. E' come se le parole fossero dita che cercano di vedere al buio, di riconoscere ad un altro livello non consentito, o delle dita che balbettano sulla punta delle parole, alla ricerca di un amore riconosciuto per la vita, e disinteressato ai sordidi principi del controllo…

 

Max settembre 2010

 

 

 

 

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