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Mafia e Militari 

 

 

Alle 24:30 di domenica 5 dicembre il Dott. Caldera fu eletto nuovamente presidente del Venezuela.

 

O meglio del Benezuela, come si diceva nello spagnolo corrente. In famiglia si esultò, fiduciosi nell’esperienza del vecchio presidente, ma consapevoli anche della sua avanzata età. La mia partenza era stata comunque decisa. La mattina all’alba Carlos mi accompagnò all’aeroporto col suo fuoristrada blindato, curandosi di non fermarsi a nessuno dei semafori rossi. “A quest’ora non è molto sicuro” mi spiegava.

 

L'avvicinamento all'arcipelago ABC nelle ore diurne, uniche concesse agli aeromobili locali, consentiva la visione delle barriere coralline di Bonaire, la minore delle isole, destinazione esclusiva degli amanti delle immersioni subacquee. Spoglia e rocciosa, non offriva l'animata vita notturna di Staad, capitale di Curaçao, né i passatempi dorati dei casinò di Aruba, nuova enclave immobiliare delle famiglie mafiose siciliane. L'arcipelago appartiene all'Olanda e si trova a uno sputo dalle coste del Venezuela.

 

Alla mattina la CNN mi svegliò con la notizia del colpo di stato. Un manipolo di militari capeggiati dal generale Hernandez aveva deposto il neopresidente eletto e aveva proclamato la sovranità militare in Venezuela. Non erano ancora tempi di considerazioni ragionate. Facilmente ci si intrufolava nelle grazie di qualche funzionario di consolato americano garantendo libertà ai traffici statunitensi: sopra il resto veniva calato un velo compiacente. Probabilmente il presidente Caldera aveva nel suo progetto una minore dipendenza dagli ordini degli yankees. Gli aeroporti furono immediatamente chiusi ai voli internazionali e i miliari esercitarono uno stretto controllo sui viaggi interni. Provvidenziale la mia fuga verso Aruba, pensai. Quindi il colpo di stato era un segreto di pulcinella.

 

Peregrinai per quattro giorni fra abitanti di colore, pochi, e turisti olandesi ed americani, colorate oche dall’incedere virtuale.

 

CURACAO sembrava aver perduto, già agli inizi degli anni novanta, le caratteristiche delle vere isole come noi le sogniamo. Tutto era olandese o, al peggio, internazionale. Le ultime tracce locali pian piano scomparivano, perché tutti reputavano un passo onorevole e una speranza evolversi a turistic level, diventando un autentico e modernissimo nessuno. Al Boca San Pedro c’erano pappagalli ovunque. Al Casinò mi giocai 10 Usd alla roulette, tanto per gradire. Un saxofonista jazz suonava Joy to the World accompagnando dal ritmo anticonvenzionale della band.  Fuori delle città la realtà quasi non esisteva. I locali si vergognavano di esistere e non mettevano fuori la loro testa culturale. Sicché ti toccava tornare al resto. Il traghetto Curaçao-Aruba differenziava la tariffa per locali e turisti. Mi toccò pagare il biglietto International, 10 dollari al posto di 6,75.

 

 

 

 

 

 

 

Non era una avventura pittoresca come quelle che amavo cercare, quindi mi toccò prender nota delle poche curiosità avidenti: il Matilda Freedi restaurant, con negretto in livrea bianca, il modernissimo Floating Bali sulla marina, il lussuoso panfilo Mama Mia all’attracco, il resort hotel Sonesta con shopping center incorporato. Aruba equivaleva già a lusso all’americana. Il punto giovane rimaneva il bar Rum Runners, vicino al dipartimento di affari economici. Tutti giovani olandesi e qualche bellezza locale. Ma anche le loro…!

Non vendevano bagnoschiuma da nessuna parte, per cui ne presi mentalmente nota per una possibile importazione futura, estensione della mia avventura venezuelana

 

Giocare con le onde sulla battigia della larga e rasata spiaggia di Aruba, stendersi e farsi ruzzolare dai flutti che assaltavano ogni tanto la riva. Con l’acqua che ti lasciava la sabbia grossolana sul corpo e sul costume. Guardare gli alberi del veliero del Pirata spuntare tra le dune. Il pino marittimo dalle fronde storte verso destra, direzione costante del forte vento di Aruba, caro ai windsurfisti. Simbolo naturale dell’isola.

 

Ogni mattina la CNN mi aggiornava sulla situazione. Il generale Hernandez durò pochi giorni: fu deposto da altri generali che avevano fatto migliori accordi politici interni ed esterni, ma la cura con cui il paese veniva arringato dai successivi libertadores non mutò, in un crescendo che traghettò fino a quello con le palle più cubiche. Compresi ulteriormente la seconda parte del messaggio, che mi ricordava di tornare solo dopo aver assistito alle notizie sulla CNN. Ovviamente la rete televisiva americana era l’unica in grado di coprire le notizie sulle sorti venezuelane in tempo reale. Gli aeroporti furono riaperti al traffico internazionale.  A Caracas rimasi solo pochi giorni, il mio volo ripartiva da lì a poco per l’Italia. Salutai Manuel e Carla, i loro simpatici figli, la baia meravigliosa di Morocoi dalle banche spiagge invase dai granchi e persino l’iguana gigante che amava la nostra piscina.

 

Fui assistito dalla sorte meteorologica, dopo di quella politica. Due giorni dopo la mia partenza si abbatté sul Venezuela la prima tempesta anomala, quella che non era mai avvenuta dopo la stagione delle piogge, ma che da lì a pochi anni sarebbe divenuta una costante della critica sulla tragica mutazione delle stagioni. Crollarono le favelas di tavole e cartone, provocando decine di morti.  E il presidente Caldera traghetto per ancora uno spicchio di storia, prima dell’avvento di un nuovo generale ex golpista, questa volta assai più duraturo e dalle inarrestabili visioni rivoluzionarie.

 

 

 

MAX

 

Una nuova storia brasiliana:  http://musibrasil.net/2010/05/i-confini-del-regno/

 

6  jun 2010

 

 

parte 1 - Venezuela: Arma e mire presidenziali

parte 2 - Aruba. Tra mafie e militari

 

 

 

 

max.bonaventura@gmail.com

 

 

 
 

 

 

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