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 L 'Oro di Napoli

 

  

                 

Gli espatriati sono legioni.

A causa del piacere dell'avventura, o della pesantezza dell'incedere, a volte svegliati bruscamente dalla fine di un'illusione. Fatto sta che in Brasile è facile incontrare milanesi, fiorentini, veneziani, tutti intenti a trovare un senso a quel loro starsene lì, in un limbo piacevole che non cambierebbero con le tristi certezze dalle quali si sono voluti strappare.

Bruno è di Napoli.  Dopo ventisette anni di su e giù per Sudeste e Amazzonia, da poco ha deciso di fermarsi definitivamente a Copacabana, dove la stagione, alternandosi con italiani, tedeschi e argentini, non sembra avere mai fine. Gestisce una baracca dove noleggia sdraio e ombrelloni, fornendo anche un servizio di rinfresco, lattine, birre, caipirinhas, frutta e anche una doccia, provvidenziale dopo un tuffo nelle rabbiose onde dell'Atlantico. Un capannello di italiani stanziali si ripresenta giornalmente attorno a quelle dune, riprendendo il discorso lì dove ieri era stato interrotto, incespicando sui congiuntivi della lingua nativa esattamente come un nativo, ammiccando in direzione della baracca per una Antarctica o un Guaraviton

Bruno è sempre cordiale, al limite della contentezza, indossando una abbronzatura incisiva che non sai se è un beneficio di Copacabana o un residuo del Mediterraneo, incorniciato dalla chioma schiarita.  Eppure della sua Napoli, molti più simile a Rio di qualsiasi altra città italiana, parla con un profondo rimpianto, e soprattutto con lo sconforto di averla vista distruggere da anni di calamità politica.

"Errori colpevoli?"

"Certamente,  perché in Campania i problemi ci sono sempre stati, ma non avevano mai raggiunto la gravità dell'emergenza rifiuti. Non essersene preoccupati è stato proprio una scelta strategica, per dedicarsi ad altri accordi sul territorio..."

"Emergenza, appunto, l'ultima trovata della politica per poter avere le mani libere da piani e controlli."

"Si, ma il risultato è stato che la Napoli che conoscevo io non c'è oramai più: è morta la proverbiale gioia di vivere partenopea. Non si tratta solo di mancanze politiche, ci sono proprio delle decisioni prese per spezzare la schiena a una città. Oggi nessuno esce più la sera, c'è paura, e sono venuti a mancare anche gli spazi. Esistevano dei punti di ritrovo vecchi di secoli, mi viene in mente la Casina dei Fiori, famoso piano bar sul lungomare di via Caracciolo, o il frequentatissimo Circolo della Stampa nei giardini della Villa Comunale. Era un luogo storico di incontro sia per i napoletani che per i turisti in visita alla città. Hanno fatto sgomberare l'edificio in nome di chissà quali progetti altisonanti e oggi rimangono solo vuote memorie...

 La giovialità solare del Golfo trasportata fra i sorrisi calienti della Baia. Mia madre si fa trasportare dalla simpatia di questo incontro inatteso, ride di gusto e si produce in educatissimi complimenti, incurante della maresìa che sale dal  bagnasciuga ribollendo odori di salso lievi come basilico. Non si è gettata in un'olimpico lancio di domande, se aveva altre domande, o giudizi a queste latitudini le ha stemperate a poco a poco, accontentandosi di scegliere la quiete fra le palme appena mosse dai nuovi sapori carioca, fra sorrisi e strette di mano. Spero sia rimasta contagiata dalla spensieratezza che qui fa scivolare ogni perplessità come un filo di mantega, cioè burro, sul pane appena scaldato. A quattromila chilometri di distanza anche due parole di italiano, in mezzo a tante scivolate portoghesi, fanno sentire il sapore di casa. A Rio si fa presto a diventare amici, non c'è distanza fra la gente sperduta nelle sabbie del sogno ideale, dove per tacitare la lontananza, a volte, basta un Ciao messo al lato giusto della frase sognando,  magari, un po' di mozzarella fatta come si deve...

 

 14 apr 09

 

 

max.bonaventura@gmail.com

 

 

 

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