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Lettera 22

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La prima lettera dell’intelletto.

 

    E’ l'espressione con la quale attraversiamo il mondo. E il nostro punto di vista dell'universo. Quando capiamo qualcosa socchiudiamo gli occhi e diciamo semplicemente: "Ahh…!”.

Questa basilare lettera è il primo sgorbio che c'è riuscito di scarabocchiare a scuola. Ci ha marchiato, inchiodandoci alla lettura e scrittura, simbolo coercitivo dell’apprendimento, ponte obbligatorio verso ciò da cui proveniamo, francobollo dell'addestramento, cannocchiale irremovibile con il quale impariamo ad accettare d'essere ciò che vediamo, o che gli altri si aspettano di vedere in noi.

Ma qui è anche l'inizio dell'abbaglio, il primo anello di una catena di lettere che ci relegherà ai simboli e ai suoni della cultura imperante. Per noi quindi la “A” è solamente la prima lettera dell'alfabeto, null'altro che una consuetudine, un piccolo coccio dal valore minimo che estraiamo dal portamonete lessicale. Un obbligo, nulla di più.

La curiosa descrizione, la sete di profondità, la personale intuizione sono tutt'altro. Quando comprendiamo una verità massima. Quando l'attesa, le domande, lo sfuocato incedere nella foresta oscurata dai dubbi hanno sedimentato angosce ed incertezze, è la stagione inevitabile delle fioriture. Dopo l'interminabile scalata, superato di poco la vetta temporale, la discesa si apre a un panorama di inevitabili risposte.

Messa così, la questione assume i contorni di una esoterica illuminazione orientaleggiante. Basta aprire i gangli della memoria per rendersi conto che invece è un'esperienza di tutti i giorni. Le intuizioni sono risposte sotterrate sotto la coltre delle abitudini, che improvvisamente salgono in superficie per non soffocare. E’ capitato a tutti.

 

 

La fretta smussa gli angoli, predilige le decisioni ai dubbi, le risposte ai quesiti. Non c'è posto per la delicatezza in battaglia. Nella guerra del sopravvivere lasciamo sul campo sensibilità e percezione, sacrificando differenze e distinzioni. Ma non siamo solo carne da cannone: il nostro contributo potrebbe essere unico e cosciente. Ognuno potrebbe studiare in vita il proprio profumo e il proprio gusto, la scorza e la polpa che rappresenta, preparandosi ad accettarli e diffonderli.  È per questo che le risposte arrivano in quiete, dopo il tormento di gioie e certezze, inerpicandosi nei misteri delle spine.. Solleticano un momento di riposo, abbagliano un istante di meditazione. L'esperienza è comunque un appuntamento individuale, al quale è meglio non arrivare impreparati. Non riusciremo a fregare noi stessi, al momento del giudizio. Credo che alla fine saremo messi di fronte ad uno Specchio dove vedremo senza inganni quale tipo di Frutto siamo, e allora il nostro premio o la nostra punizione sarà che diremo: "Ahh...!".

Ci verrà in mente che sì, avevamo percepito quell'odore nella nostra esistenza, un effluvio latente, un misterioso richiamo. 

Spero che non dovremo rammaricarci di esserci tappati il naso per seguire i dettami delle mode stressanti o delle generiche pretese sociali, dedicando troppo poco tempo alle meraviglie della preziosissima, prima lettera dell’alfabeto.

 

 

10 oct 08

 

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 4 -2009

 

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