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Occhintorno

Ci muoviamo ammirati fra i molti personaggi dei libri, che sono tanto più verosimili quanto più parlano e si muovono in una vita conosciuta, e la gente normale che non ha storie da raccontare a se stesse, figuriamoci agli altri.

E' per questo che i personaggi reali io li trovo nella vita di tutti i giorni, nascosti dietro un angolo, una sofferenza, un scommessa. Non sono sempre supereroi, ma più spesso angeli caduti nella polvere del quotidiano, impantanati nelle loro delusioni, nelle fastidiose eco di speranze infrante, nel futuro che sbiadisce.

 

 

 

Lettera 22

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I personaggi della mia gioventù.

 

Frequentavo il Liceo Giuseppe Berto di Mogliano Veneto, e avevo una grande passione per lo scrivere. Amavo leggere soprattutto Leonardo Sciascia, una scoperta recente che mi aveva colpito come un fulmine. Quando seppi che la professoressa Paola, siciliana, abitava a Palermo e conosceva l'indirizzo di Sciascia a Recalmuto, andai fuori di testa. Preparai la mia tesi d'esame su di lui. Intanto gli scrissi una lettera, facendogli delle domande sui libri che stavo leggendo. Dopo alcune settimane, sorprendentemente lui mi rispose. Fu uno dei più bei giorni della mia vita letteraria.

 

Per Sciascia, il 1971 è l'anno de Il contesto, con il quale l'autore ritorna al genere poliziesco. La vicenda si svolge intorno all'ispettore Rogas che deve risolvere una complicata vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato in un paese immaginario, il lettore riconosce senza sforzo l'Italia contemporanea.
Il libro desta molte polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia non vuole partecipare ritirando così la candidatura del romanzo al
Premio Campiello. Dal romanzo è ispirato il film di Francesco Rosi, uscito nel 1976, intitolato "Cadaveri eccellenti". Il "Contesto" è un'altra opera di attualità e denuncia del sentiment politico dell'epoca.

Il libro a cui sono sentimentalmente più legato è però Todo Modo, un romanzo che richiama la vicenda Moro, e tutti i rapporti di potere che la classe politica dell'epoca respirava, mangiava e digeriva, facendo il verso a riti e funzioni rituali di un potere cattolico che scimiottava le elites dominanti e le signorie che hanno sempre imperversato nella storia italiana, imponendo gabelle materiali ed intellettuali, spartendosi le spoglie del territorio in riunioni segrete. E' l'Italia che vedrà poi svelate trame massoniche e oligarchie di sinistra e destra, tutte intente ad ammannire benedizioni e anatemi ai nemici, facendosi scudo della voglia di sangue della plebaglia da bar.

Scritto come un giallo, dovetti leggerlo due volte per scoprire l'assassino. Una volta immaginato il colpevole, rileggerlo diviene un delicato piacere intellettuale, con punte di gusto simili alla discesa di un rosolio di tradizione tipicamente siciliana.

 

 

Avrei voluto che fosse Sciascia a recensire il mio primo romanzo, ma io non fui così rapido e lui così longevo.

Così, il personaggio che entrò nel mio mirino intellettuale fu ELEMIRE ZOLLA, che incarnava lo studioso di orientalità fusa con la cultura mitteleuropea.

Molto di quanto scritto da Elemire Zolla, forse non pare, ma oggi è incarnato. Incarnato nella generazione più giovane, quella che rischia. Sì, rischia perché non avendo le prospettive dei padri, rischia di trovarsi senza lavoro fisso, senza fissa dimora, senza pensione né paura di morire. Ma quando non si ha paura di rischiare e di morire, al contrario di Zolla, o di Cristina Campo, la svolta oggi non avviene sul piano mistico delle idee. Semmai capita qualcosa di simile a quanto scriveva Max Weber: "Gli antichi dei, disincantati e perciò trasformati in potenze impersonali, sorgono dalle loro tombe e riprendono la lotta fra di loro aspirando a conquistare il dominio sulla vita".
Molti delle ultime generazioni, possono sembrare zombi, ma gli dei non li praticano con la mistica, ma nella carne, cercando appunto di riconquistare il "dominio sulla vita". Le folli corse in auto di notte a fari spenti, gli eccessi di alcolici e stupefacenti, il rifiuto del lavorare, non come bestie, ma in quanto solo bestie, certamente li connota come 'bassi'.

In fondo l'unico rimprovero che ci sentiamo di muovere a Elémire Zolla è solamente questo: non aver visto che gli dei non animano solo il fondo della propria anima, o quella di una cerchia chiusa, ma agiscono sempre in chiunque e ovunque in forme diverse, anche nella bassa piazza della politica che rifiuta l'unità del tutto, ma si divide politeisticamente, per non dire - dato il tema - semplicemente pluralisticamente, almeno in parti opposte, come lo yin e yan della tradizione taoista.

Molte parole della nostra lingua sono abusate e utilizzate per indicare concetti diversi da quelli cui dovrebbero riferirsi, secondo il significato loro proprio: un chiaro esempio in questo senso ci è dato dal termine intellettuale. Non solo, infatti, questo vocabolo viene impiegato per designare ogni sorta di individuo che prenda in mano la penna o che pronunci parola nei convegni di “cultura”, ma anche il termine intelletto (da cui il primo direttamente deriva) viene generosamente esteso a campî ove ben difficilmente fa ingresso. Ebbene, Elémire Zolla è stato un intellettuale, e lo è stato nel senso etimologico del termine (che è poi l’unico legittimo), vale a dire un uomo capace di intus legere - e per ciò stesso intelligente. Come scrisse infatti René Guénon, “l’intelletto, in quanto principio universale, potrebbe essere concepito come ciò che contiene la Conoscenza Totale” (Gli stati molteplici dell’essere) e l’intuizione intellettuale “è contemporaneamente il veicolo della conoscenza e la conoscenza stessa, e in essa il soggetto e l’oggetto si identificano e si unificano”

Elémire Zolla ha avuto un suo preciso e significativo ruolo nel mondo della cultura, quello che ne ha fatto un emblematico pensatore, solitario in uno squallido panorama di conformisti ad ogni costo. Infatti l’ambiente della asfittica cultura ufficiale accademica, completamente egemonizzata dai rispettivi materialismi e relativismi alla Freud, Marx ed Einstein non vide mai di buon occhio (e d’altronde, come avrebbe potuto?) uno studioso così “sulfureamente” attento alle religioni, all’alchimia, alla gnosi, al mito, alle culture tradizionali, all’esoterismo, alla spiritualità d’Oriente e Occidente: argomenti che sin troppe volte abbiamo dovuto sentir bollati come “arbitrarî”, “irrazionali”, e spesso anche come “fascisti” dagli inquisitori della cultura ufficiale.

Ciò che più vale dell’opera di Zolla è il penetrante sistema cognitivo, che egli applicò al tantrismo e alla magia, all’alchimia e alla filosofia induista e via dicendo ai vari argomenti di cui si occupò: un metodo alquanto libero (tanto che si trae la sensazione, talvolta, di “perdersi” nella sua lettura) ma di un’efficacia suggestiva talmente intensa da risultare quasi ipnotica.

Il sacro, sostenne il grande storico delle religioni Mircea Eliade, non cessa mai di esistere: tutt’al più esso si cela, mutando continuamente le proprie forme, e sopravvive persino nelle società più secolarizzate ed apparentemente non religiose o antireligiose. Questo è certo il caso anche della tensione al sovrannaturale, ma la chiarezza è necessaria, dati i pericoli che corre chi si avvia sulla strada dell’”uscita dal mondo”. Contro le perplessità di Zolla al proposito (dovute probabilmente alla sua particolare vocazione “mistica”), la preparazione adeguata è necessaria a non smarrirsi.

   

 

 05 oct 08

 

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 3 -2009

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