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Per chi ama il Brasile a tinte forti, fuori dai luoghi comuni turistici

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F

 

 

 1  

 

Avventura a Nordeste

 

1.

Non era la prima volta che mi recavo a Natal, sulla costa NordEst del Brasile. Dopo un inizio di stagione eccezionalmente umido a Rio de Janeiro, agognavo al meritato sole del Tropico del Capricorno.  Bruno e Titti mi aspettavano in una località perduta fra le sabbie battute dal vento, assicurandomi che il tempo lì era sempre stato ottimo.

Appena sbarcato da un puntualissimo volo diretto della Gol Airlines, cosa già di per sè beneaugurale, scopro il mio amico italiano ad attendermi.  Abbronzatissimo, nota subito il mio pallore poco indicato per un turista che passa sei mesi in Brasile. Il viaggio di un'ora verso le recondite spiagge di Canguaretama rivelano a poco a poco le modeste case immerse nella terra. Superiamo una conca dove spadroneggia una fabbrica per il trattamento della canna da zucchero, che oggi diventa metanolo per autotrazione, assieme alla soia rubata alle bocche della povera gente. Una retrocessione globalizzata della dignità individuale, in nome della rincorsa del primeiro mundo.

 

Bruno, Titti, tatiana, Mavi e Max attorno al tavolo di Villa Moretti Dos Peixes

 

Titti mi aspetta a braccia aperte alla Pousada dos Peixes, una meraviglia dal tocco oriental-brasiliana dove ogni europeo stressato si sentirebbe in paradiso. Lasciate le mie povere cose nel piacevole bungalow fronte mare, supero l’unica duna per affacciarmi ad un mare turbolento, ribollente di spuma che si infrange sulle rocce che proteggono le falesie. E' una visione mozzafiato: kiloOometri di nulla buoni per passeggiare. E di gambe ne farò molte, sin dal giorno seguente, iniziando un tour a piedi e pulmino che ci fa attraversare il fiume, traghettandoci al silenzioso villaggio di indios Sibauma, abitato da ex schiavi ribelli Kilombos che si organizzano in una specie di favela-cooperativa per tirare avanti.  Attraversiamo le piantagioni di ananas e manga fino alla agitatissima Praia da Pipa, rinomato insediamento del turismo giovane e surfista. Da lì sarà tutta una pedalata senza pedali. Mille-gradini-mille per scendere alla baia de Amor, bella non c’è che dire. Qualche chilometro costeggiando la desolazione maestosa di sabbia e scogliere, superando macigni neri e lottando contro le onde schiaffeggianti che ci volevano azzuffare da par loro. E' un incedere che sa di penitenza e di deserto. Sorridendo la Titti ammicca dicendo frasi leggere tipo "ti piace?" o "non é meraviglioso?", mentre Bruno imperterrito macina chilometri incurante di noi, perdendosi nella sua impietosa avanscoperta. "Sei stanco?" chiede la Titti ogni paio di ore, mentre io rialzo impettito il busto per nascondere la disperazione. Faccio cenno di no colla testa, non so se dà per vedere il sorriso, spero che l'energia non sia stata assorbita tutta dall'incedere. Arriviamo a una capanna dove decidiamo di bere un succo di ananas e maracujà, spezzando la fame con pezzetti di polpa di cocco. Ecco perché gli indigeni sembrano tanto in forma, penso fra me: digiunano e camminano sempre.

Nell'intervallo Bruno azzarda alla saggezza di non so che medico suo amico, secondo il quale diecimila passi bruciano la quota giornaliera di colesterolo in eccesso.

"Allora dovremmo essere a posto fino al 2012" azzardo io senza ombra di ironia.  Bruno lascia vagare lo sguardo all'orizzonte dove non c'é assolutamente nulla da vedere. Ho imparato che fa sempre così quando pensa e calcola. "Beh, Da Pipa a Cunhaù sono otto chilometri in linea d'aria, saranno una decina per la spiaggia; aggiungiamoci il giro che abbiamo fatto scendendo dalla Baia di Tibaù fino alla spiaggia do Golfinos, saremo arrivati a una ventina." Scalzi o in ciabattine, veni chilometri a piedi si sentono più che in bici o con le scarpe da ginnastica. E poi non siamo in una strada diritta, qui ci sono sabbie cedevoli, acque, sassi di altri mondi, attraversamenti...

Avvistiamo il nuovo insediamento Mességué, che domina il mare da in cima la falesia erosa dalle maree, poderoso segno dell'illegalità possibile. Passiamo la baracca dell'argentino che arrivò qui fuggendo dal mondo civile come lo conosceva lui, portando con sé il surf. Ci lasciamo alte sulla testa le casupole in legno di Itaipu, sostenute nascostamente da vitatissime strutture in pietra, prova lampante che qui nessuno è fesso. E’ quasi il tramonto quando avvistiamo la foce dal fiume da dove eravamo partiti non so più quanti secoli fa.

"Eccoci, ci siamo quasi, fa la Titti, ancora qualche passo e siamo a casa!"

"Faccio lo sguardo di Oliver Hardy quando cerca di celare ogni emozione, mentre in cuore mio faccio appello alle ultime energie sparse chissà dove. Guadiamo il fiume che ci arriva alle cosce e passiamo la pozza davanti alla baracca di Teo. "E' qui che si può fare il bagno senza pericolo, ma bisogna aspettare che l’alta marea riempia questa piscina naturale protetta dai bastioni", ricorda didascalica la Titti. "Quando l’acqua defluisce, è meglio lasciar perdere. Un tedesco poverino l'anno scorso ha cercato di uscire dalla pozza ed è morto in mezzo al mare, trascinato dalla forza della marea che qui entra ed esce poderosa. Pensa che si era anche offeso perché Teo gli aveva lanciato il salvagente, ma secondo me non ce l'avrebbe fatta ugualmente, anche se si vantava di essere un ottimo nuotatore.”

La sera ci aspettano spaghetti ai gamberoni giganti, una ricetta di Bruno resa possibile dai famosi allevamenti di Cunhaù.  La strada là fuori è deserta, le porte rimangono aperte, lasciate al controllo delle micidiali formiche da guardia.

 

2.

Passano così i giorni, lenti e identici, accarezzati del vento costante dal mare che piega gli arbusti, muove febbrilmente le amache accoccolate nella capanna della pousada fra i buddha dormienti.  Poche le attività possibili: dissertare con Bruno sull'arretratezza della mentalità locale, gioire con Titti della pace tranquilla del posto, fare un giro in bici fino a Cunhaù centro, percarità dire centro è una presunzione, diciamo là dove ci sono alcune case raggruppate, un supermercato e due capanne sulla spiaggia a servire birra e H2O zuccherata per dissipare la sete e farsi vedere in giro, un paio di cavalli che portano a zonzo gli olandesi della famosa Pousada di Jorge, un campetto da calcio senza luci dove i ragazzini ridono e si azzuffano attorno alla palla, età dai 6 ai vent'anni per fare almeno due squadre. Cunhaù non conosce la malizia, il sospetto, l'invidia.  Incuriosito dal racconto di un amico non tralascio di fotografare il bell’edificio azzurro che ospita l’unica biblioteca: le donazioni sono annotate a mano su di un registro, ma solo in ordine di arrivo. Se cerchi un libro devi aspettare che l’addetta abbia il tempo di leggersi tutto il verbale. Una settimana se ti va bene.

Il contatto col web è assicurato da una linea radio che diffonde un segnale debole e intermittente, una specie di radio Londra delle spiagge. Connettersi, quando è possibile, induce a dormire in attesa che la pagina si apra. Non c'è che aprirsi alle meraviglie nella natura: sconfinate coltivazioni di canna che verranno bruciate per agevolarne la raccolta. Girovago ormai avvezzo alle distanze. Il colesterolo è bassissimo. Se proprio voglio riposare, faccio l'autostop e salgo dul carretto di Jacson trainato dalla mula Rachele. La domenica ci concediamo una variazione turistica: visita al ristorantino perso in un cucuzzolo sterrato, non oso immaginarlo sotto la pioggia. Raggiungiamo l'eden tropicale accompagnati da Pierluigi e Veronica, che già conoscono la zona e che hanno consigliato di evitare la visita di notte perchè si deve attraversare una favela. Yumm! Per me è un invito a nozze. Il proprietario è un amante della natura, ha lavorato in una riserva naturale ed ora ci fa fare il giro del suo parco privato, pieno di orchideee, alberi di jacca e mango. Ci abbuffiamo di zuppa di ostriche, filetti di pesce alla brace e cajù, tutto al modico prezzo di un cappuccino e cornetto al bar.

 

Passo giornate intere a fotografare bambini sorridenti e in braccio a mamme nuovamente incinte, cavalli trasportati per strada da un uomo in bicicletta, granchi azzurri destri e granchi azzurri mancini, barconi alla ruota in mezzo al fiume che si perde in mare, e una gran serie di palme viste da sopra, da sotto, in controluce…  Sono così pochi i turisti e così rare le emozioni da impedire ogni forma di criminalità. Lascio la bici incustodita mentre scatto una ventina di foto ai ragazzini che si tuffano dal traghetto a due piani, la barca che porta a fare un giro sull'altra riva. Faccio amicizia con gli scolari della scuola di capoeira locale. Scuola, tuffi, futebol, capoeira, non sono molte le cose da fare a Barra de Cunhaù.

Offro una coca cola ai miei nuovi amici con cui improvviso una discussione a tutto campo, chiedo notizie sulla scuola, visto che dopo pochi minuti non c’è più molto da dire, mi invitano alla lezione di allenamento dell'indomani. Non c'é trucco e non c'é inganno, è una visione del Brasile più vicina ai racconti di Jorge Amado, che a Rio avevo dimenticato, tutto proteso a prevenire gli orrori della grande babilonia tropicale; qui finalmente nessun tentativo di approfittare del gringo, solo curiosità spontanea e gioia di conoscere. Torno a casa contento, pedalando nel buio dedicando le mie percezioni a cambiare rapporti al manubrio di destra e di sinistra, con la catena che sfarreglia ipotetica mentre fra acciottolati e risalite, buche e micidiali "lombade", cerco di non finire fuori strada nella notte illuminata solo dalla Croce del Sud e da una manciata di milioni di spilli appuntati nel firmamento nero come una pace calda.

 

- Rio de Janeiro - 02 gennaio 2008

 

 

 

 

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max.bonaventura@gmail.com