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viaggi  - Asia 4 Vietnam

 

 

Indocina Mon Amour e disfatte coloniali

 

drappello di vietcong

 

 

    Di prima mattina cerco di orientarmi fra i luoghi di interesse turistico. La via Nguyen Hue corre dall’imbarcadero sul fiume Saigon fino al palazzo del Municipio, passando per lo storico Hotel Rex, punto di osservazione di giornalisti e scrittori dei disastri creati in questa parte di mondo dalla Francia prima, che qui nel 1882 impose il suo impero di Indocina e dovette fuggirne nel 1954 dopo la disfatta nella sanguinosa battaglia di Dien Bien Phu, e degli Usa poi, con lo sbarco a da Nang deciso dal presidente Johnson nel 1974 e il tragico ritiro del 1975, quando Saigon venne riconquistata dal Fronte comunista di liberazione nazionale al comando del generale Vo Nguyen Giàp. La strategia del presidente Ho Chi Minh aveva tracciato la linea della storia venire. Non posso evitare di sedermi al tavolino di rattan che soleva ospitare Tiziano Terzani e sorbirmi il medesimo tè allo zenzero.

 

Nella vicina piazza del teatro dell’Opera si affacciano gli esclusivi Hotel Continental e Caravelle. Similmente al capodanno cinese, quello vietnamita, chiamato Tết, nome reso famoso dall'offensiva del 1966 durante la guerra del Vietnam, fornisce l’occasione per aggirarsi fra le bancarelle coperte di teli rossi, curiosando fra pentolini fumanti, souvenir, fuochi d'artificio e abbigliamento. Per strada gli anziani usano scrivere ideogrammi beneaugurali da tenere in casa.

 

arte beneaugurale di fine anno Tét

 

 

    Gli incroci non hanno semafori per i pedoni, ad esclusione della Le Loi coi suoi bei marciapiedi protetti che ti conducono alla Cattedrale di Notre Dam, all’Ufficio Postale progettato da Eiffel e al Palazzo dell’Indipendenza Doc Lap, in ogni altra via camminare è un impegno titanico: devi guardare di sbieco a che punto sta il rosso dei veicoli e poi gettarti dentro nugoli inquietanti di manubri e mascherine che si intersecano infischiandosene dei miseri pedoni.  Il mantra che pronuncio assiduamente quando attraverso è "zioken". Tutte le guide sconsigliano di tentare la sorte da soli. Per aiutarmi in un punto particolarmente ostico, un poliziotto in verde mi viene a prendere e mi traghetta dall'altro lato. Ma non puoi sempre contarci, anche loro solitamente se ne infischiano delle infrazioni al codice e sono più interessati a controlli saltuari allo scopo di spillare qualche banconota. Tra l’altro so che non devo rischiare in nessun modo di lasciarmi coinvolgere in un incidente: come straniero me ne verrebbe semplicemente imputata la colpa. In mancanza di aiuto, cerco di approssimarsi il più possibile a qualcuno che sta attraversando, per sfruttarne la scia, pregando la sorte fra i motorini carichi di una intera famiglia che si intersecano a lama verticale e orizzontale, avendo anche il tempo di farti ciao con la mano. Il suono in sottofondo è piìi-piìi- piìi! Solo per farti sapere che ci sono, non certo per dirti qualcosa di strategico per il rispetto reciproco. E’ un po’ come con le antenne delle formiche. Un movimento alla cieca pregno di una brulicante speranza. Cammini per le strade guardandoti intorno come un granchio sull'autostrada. Cammini sul marciapiede e ti senti strombazzare da una ragazza in vespa che sfreccia prepotente. Nemmeno lì hai diritti.

motocycle vietcong banzai

 

    Deambulo attraverso Ben Thanh Market fra prugne sottaceto e anatre vive, Capela Theatre, la pagoda di Phung Son dedicata a Ong Bon, guardiano della Felicità e della Virtù. Il War Remnants Museum per comprendere l’atrocità della “guerra americana” come la chiamano i vietnamiti, che inneggia alle azioni di Ho Chi Minh, esponendo anche reperti provenienti dai Cu Chi Tunnels, veri e propri labirinti dove vivevano nascosti i soldati vietcong fra un’incursione e un’imboscata, fra cui trappole per animali riconvertite per uso militare.  Il parco Le Van Tam è occupato giornalmente dai morbidi esercizi di Tai Chi di giovani e anziani, Pier del fiume Saigon, Barconi di legno che sono case e magazzini, Cholon ennesima Chinatown che ha sostituito il fiorente mercato nero del dopoguerra, dove la mercanzia era costituita soprattutto da armi e droga, con pesci freschi e molluschi essiccati, spaghetti trasparenti, profumi, salse e templi assortiti. Sulla Tu Do street, simbolo della liberazione, dove un tempo c’erano i bordelli e le fumerie d’oppio oggi campeggiano negozi di seta e artigianato. Dentro il centro di telecomunicazioni e del telegrafo un vecchio legge con la lente e parla ancora fluente francese. È un personaggio narrato nel romanzo “L’Ultima Collina”di Régine Deforges.

 

il personaggio dell'Ultima Collina di Deforges

 

    Per le strade popolari del distretto 1, a nord del canale Ben Nghe girano backpakers a fiumi, ragazzoni biondi e barbuti da tutto il mondo che trascinano enormi zaini, ragazze bionde con gli short pronte a tutto, hawaianas ai piedi, li immagino in procinto di recarsi ai “jump tunel” della Cambogia o ai full moon party ebbri di canne e cocktails in secchiello, col rischio di annegare ubriachi o speronati da qualcuno strafatto come te che si lancia aggrappato ad un carrello che penzola da una corda. Parecchi uomini stranieri con la fidanzata a mandorla.  Vedi anche un 5 per cento di coppie attempate e azzimate, francesi, canadesi, italiane, svizzere, sorpresi e con lo sguardo interessato, gli abiti coerenti con la levatura dell’hotel. C’è panorama per ogni desiderio, per ogni curiosità, per ogni menzogna.  Qui la sopravvivenza non costa nulla, ma forse qualcuno dopo qualche mese rimpiange la abituale brutalità delle bollette dalle quali è fuggito. L’impatto con un mondo operoso che ti accarezza e ti fruga in continuazione rischia di diventare un incubo, per cui cerchi ossessivamente di ripensare alle tue priorità, di trovare un punto sicuro di riparo interiore. Non sei come loro, questo vale a qualsiasi latitudine. Non so cosa inseguono, identità, memorie, coraggio, appunti. E poi cosa significa normalità? Cosa ci ha fatto diventare una società così costosa e immobile? Sospetto sia stata la pretesa di ognuno di diventare struttura. Burocrazia, ospedali, politica, religione, banche, tutti ad ergersi salvatori insostituibili e famelici. La sopportazione ha a che fare con la rivoluzione silenziosa di coloro che non si adeguano, per principio o per paura, per divismo o vigliaccheria. Sono in molti i fuggitivi europei a cercare risposta fra questo intrico di fumi. Che cos'è la vita in questi posti, se non una bolgia in cui una metà cerca e l'alta metà vende? La crisi deriva dal crollo di questo rapporto. Ma qui il fiume è in piena e costa poco.

    Iu uant ghel bum-bum? Oppure: Iu uant clean my shus? E indicano le tue scarpe. Mi ricorda i posti dove qualcuno allo stesso livello di inventiva ti domandava estroverso: Whats my name, sir?

    Non mi sono mai sentito in pericolo a girare da solo la notte, ma a scanso di equivoci ogni locale, ristorante o hotel ha la grata da tirare la notte, portandosi dentro la motoretta. Perché tutto è occasione, tutto è redistribuzione del reddito, delle opportunità, moneta o apparenza che fluttua fra urla e instancabili sorrisi adesivi. Anche i baracchini di strada o gli ambulanti in bicicletta tirano a fregarti sul resto.

 

street vendor in Pham Ngu Lao

 

    Comunista nelle bandiere e ladro asfissiante nella pratica quotidiana, striturato fra turismo e passato, orgoglioso delle sue bellezze e nell’illusione di una comoda perfezione da propaganda, questo Vietnam che non si fa conquistare ma vince ancora una volta la guerra contro gli invasori, nascondendosi e sbucando all'improvviso dalla giungla di cemento, nascondendosi fra liane elettriche, cavalcando motorini d’assalto, per spararti addosso offerte, aggredirti ai fianchi con la stessa mercanzia di mille altri prima e dopo, fiaccandoti per strada, prostrandoti sia che siano seduti, inginocchiati o in corsa. Si illuminano al tuo passaggio e ti notano prima che tu arrivi a portata di voce, ti trattengono elencandoti ogni possibilità, scontano e poi ti trattengono con l’ultima carta dell’ ok quanto vuoi pagare, mentre tu hai esaurito ogni proposito di cordialità e prosegui per la tua strada cercando di non pestare un bambino che ti chiede un aiuto, ma già un altro turista dopo di te cade nella stessa imboscata. Non c’è personalità per le strade di Saigon, ti senti nessuno. Per  questo alla fine sei contento di andarti a fare una birra a mezzo dollaro o un massaggio a sei. E checcazzo, alla fine vieni per spendere poco e ti difendi con le armi che ti sono rimaste, riparandoti dietro la tua armatura, quella stessa armatura di anonimato straniero che loro vedono e vogliono bucare. Non si può essere pietosi in guerra, se ti fermi vieni colpito. Sbucano da ogni dove, a volte vorresti che arrivasse a salvarti la cavalleria dal cielo con il napalm. Siamo cani estinti dalla nostra stessa impazienza.

    Rincorsa perenne del più pronto sul più curioso, nel suono vocale dei mezzi che dichiarano la loro presenza muovendosi a cazzo sotto i fari delle vie più gremite di seggiole da asilo, traboccanti di turisti con l'eccitazione di farsi rapinare da una massaggiatrice dal sorriso minuto. Gambette esili, corpicini da bambola, nasini che si perdono nel sorriso, occhi da faina. Ne devono aver visti tanti di cazzi stranieri, dalla guerra americana in poi, troppi. Da quel tempo hanno imparato a prendere mentre danno. Una restituzione dei colpi che è tutt’altro rispetto alla oliata giostra del esso di Bangkok. Un valzer da poco, ma comunque non gratuito. Furbi sicuramente lo sono, ti assaltano come immagino sbucassero dal nulla durante la guerra, dai tunnel che puoi visitare, estesi per 200 chilometri sotto il pelo dell’erba, botole verdi che si aprono sputando scorrettezza pratica. Ma chi ha detto che le regole dobbiamo dettarle solo noi? Ora è il loro turno, il momento di una società che ha meno necessità, meno infrastrutture, meno costi e tanta voglia di dollari. Caos di luce chiara, velata di inquinamento, di colpe presenti e vittorie passate, dove ognuno attende incosciente al suo ruolo. Formiche dagli occhi a mandorla, sin da piccole abituate alla strada come cucina, sala giochi, mercato, tinello.

 

approfittare delle opportunità di mercato di fine anno

 

    Osservo senza capire. Da sempre per me l’Asia è stato questo, un pozzo oscuro dove faccio silenzio perché non so che dire. Scruto da dietro l’esile velo che mi separa dall’invadenza di odori, vapori, suoni e vociare ovunque, schiacciato dalla sicurezza operosa di un ciclo sempre uguale. Penso nascosto anche a me stesso, confuso nel rumore di un vagabondare privo di coordinate. La mia eco rotola di strada in strada, amplificandosi sempre più.

    Vendita e strategie della pena. Il turista novello si commuove di fronte a un ragazzo senza gamba, a uno storpio che vende cartoline, a un bambino andicappano portato in carretto dal fratello, mercanzia in bella vista. Il più scafato blinda l’orecchio alle suppliche delle anziane che con le mani giunte reclamano la loro parte di dollaro. Ma la visione laterale rimane ostaggio di un senso di colpa latente che non ci abbandona mai, che rappresenta la sconfitta perenne dell’occidente invasore nei confronti di queste terre. Ma l’invasione continua, in altra forma. E loro imparano presto, hanno l’astuzia determinata di chi vuol recuperare il tempo  perduto, una pervicacia che continua a farcela pagare.

    Alla fine la città la odi, poi ti ci abitui. Ma se non ci rimedi una svolta, uno schiaffo, un contatto non serve a niente.

 

 

gennaio - aprile 2014

 

4 - continua a leggere : -  Vietnam, Profferte e Conti della Serva

 

 

qui l'inizio del reportage    Asia 1 - Istanbul

 

  Turchia - Istanbul   Vietnam - Saigon province - Ho Chi Minh City -  Mekong River
  Cambodia - Phnom Penh - Siem Reap - Angkor Temples - Prahear province   Laos - Vientiane - Luang Prabang
  Bangkok - Chiang Mai - Koh Larn - Pattaya   Malesia - Kuala Lumpur

20 - Thai Suggerimenti per Bangkok e Chiang Mai

 

 

Visitare Marrakech

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Asia 1   -   Istanbul, porta d'Oriente

  2 - Vietnam: cappelli a cono e voglia di dollari

  3 - Vietnam : sorrisi e mine anti-bambino

  4 - Indocina Mon amour e disfatte coloniali

  5 - Vietnam  :   profferte e conti della serva

  6 - Mekong  :   il Bel Danubio giallo

  7 - Cambodia : corruzione a Phnom Penh

  8 - Phnom Penh : le gioie del woterfront

  9 - Cambodia: non mi fregare, monaco!

  10 - Cambodia: pallottole benedette

  11 - Siem Reap   :    Pub Street

  12 - Laos   :    Luang Prabang

  13 - Thai   :   Chiang Mai

  14 - Thai  :  Bangkok

  15 - Thai  .  Pattaya

  16 - El Nido : Le spiagge filippine