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Per chi ama il Brasile a tinte forti, fuori dai luoghi comuni turistici

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F

 

 1-c  

 

Sopravvivere a Nordeste

 terza parte

 

 

 

5.

C’è un minibus che parte dall’insenatura delle balse e passa per Canguaretama, arrivando fino a Natal. Da lì dovrei trovare un taxi per l’aeroporto. Controllo se dentro le mie scarpe da tennis si è nascosto un ranocchio, richiudo lo zaino e sono pronto. Aspetto fiducioso l’arrivo delle undici e mezza, mentre tutt’intorno a me è un dilungarsi di ringraziamenti e commiati, strette di mano e sincere promesse. Mavi si pensa di telefonare all’autista del minibus, per uno scrupolo inspiegabile. Mi si è affezionato, abbiamo parlato molto di musica, di internet e della sua vita a New York. Scopriamo con raccapriccio che il bus è rotto, ma ci attenamo al rigido self control della gente di mondo. Mavi si offre di portarmi fino a Canguaretama, dove troverò un’auto irregolare che va riempendosi di gente nella strada verso Natal. Tra un sali, scendi, cambia, sposta e sosta a fare il pieno di gas, riesco a raggiungere l’aeroporto per una cifra modica, entro in un cyber cafè e ristabilisco il contatto con Rio, poi saluto Mavi alla sua postazione in Msn, mentre sicuramente sta scaricando Jazz brasiliano degli anni ’60 alla velocità consentita dal precario collegamento radio-web.

Le nuvole sopra Espirito Santo sono una selva di panna e turbini scuri, mentre i raggi del tramonto illuminano l’ultimo paesaggio incantato, degno erede delle immagini che ho ancora negli occhi.

Con l’approssimarsi di Rio, le nuvole diventano più vitree, i finestrini si riempiono di gocce che scivolano come rigagnoli. Il cielo sopra la città è buio e ventoso. L’aereo tenta l’approssimazione con difficoltà, di allinearsi alla pista del Jobim, ma poi in una manovra affannosa recupera, recupera, recupera coi motori imballati fino a raggiungere di nuovo la quota dentro le nubi bagnate, sballottate dal vento.  Dentro all’aereo inizia un tramestìo congestionato. Dopo alcuni minuti il comandante prega di mantenere le cinture allacciate, perché la pioggia battente e il forte vento tendono a rendere difficile la manovra di atterraggio. In cuor mio spero che desista dal volerlo fare. Non è necessaria alcuna dimostrazione di coraggio. Siamo alle soglie del 2008 accidenti, non occorre strafare. Se non si può atterrare, pazienza. Intanto il forte vento sembra essere diventato un uragano, ma il pilota saggiamente non lo dice, La fila di passeggeri ai cessi non lascia però molti dubbi al riguardo. Dopo un inutile gironzolare nei dintorni il comandante prende la cloche a due mani e ci informa che le condizioni del tempo non consentono l’atterraggio all’aeroporto di Rio e le previsioni non sono favorevoli, quindi non vale la pena rimanere in orbita perpetua.  Meglio dirigersi verso Sao Paulo, da dove volendo potremo tornare a Rio con una breve digressione in autobus di circa sette ore. Il volo per Sao Paulo non ci mette d’umore migliore. Il corto McDonnel-Douglas 87 è sbattuto da raffiche in alta quota che mi fanno raggelare il sangue nelle vene. Possibile, mi dico, che ho dovuto salvarmi dai flutti per finire fracassato in aque stratosferiche? Non c’è nulla da fare quando il vento sbatte un aereo. Lo si prende tutto, sapendo di essere appesi alla teoria della vela, quella che parla di portanza in virtù della velocità dell’aria che è maggior in alto di quanto sia sotto le ali. Pura grammatica numerica. Un rabbuffo ben fatto e la frittata multietnica non ce la toglie nessuno. E’ così che interrompo l’ascolto dei miei Mp3 della Rai, con il preciso desiderio di essere presente ad ogni successivo istante.

 

Arriviamo a Sao Paulo, ma ci vuole poca fantasia per capire che nemmeno lì le condizioni sono migliori. Sembra che in questo finale di anno, il mio karma debba terminare bagnato. Dalla Rio piovosa dei primi mesi, al mare incazzato di Natal, ai cieli imbevuti di malevolenza, sembra una informazione che vuole essere udita con insistenza.

Non è facile accettare tutto questo, ma uno sforzo va comunque fatto, anche perché non rimane molto altro. Ripenso ai miei Osservatori e a cosa direbbero gli amici sapendomi finito in una buca fumante tra le foreste del Brasile. Tutto sommato ho avuto quello che volevo, osservando e raccontando senza timori, divertendomi e ricercando il meglio nelle possibili sfide. Calcando i vicoli delle città e i sentieri dell’antropologia culturale senza particolare coraggio, sostenuto dalla curiosità, che è la consapevolezza di colui che accetta di cercare se stesso guardandosi intorno.

In una specie di espansione del mio wa, la forza interiore, lasciai che il volo GO 1988 percepisse che non avevo paura di incontrare il mio Giudice.

Il capitano dovette intuire qualcosa, perché ci informò di un cambio di direzione: saremmo andati nello stato del Minas Gerais, dove avremmo raggiunto la capitale Belo Horizonte che si presentava attualmente libera da turbamenti climatici. Si dice viaggiare di conserva: una mente aperta lo chiama risparmiare carburante. Dopo tanto girare non so quanto ce ne fosse rimasto, so solo che il volo fu lento e silenzioso, e quando riuscimmo a planare sul terreno di Belo Horizonte ci fu uno scrosciante applauso. Qualcuno si dette a un pianto liberatorio, le solite donne sentimentali. Io dissi a me stesso che l’acqua non l’aveva a avuta vinta. Finora.  Tornammo a casa otto ore dopo il previsto, quando oramai l’uragano che si era abbattuto su Rio aveva lasciato sul terreno il suo deprecabile elenco: qualche strada allagata, qualche albero sradicato, qualche tombino scoppiato, qualche quartiere senza luce, qualche auto perduta assieme al suo povero equipaggio dei sobborghi. Le pallottole vaganti quest’anno di danni ne avevano fatti molti di più.

- Rio de Janeiro - 03 gennaio 2008

 

 

 

 

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max.bonaventura@gmail.com

 

 

 

 

 

 

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