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Per chi ama il Brasile a tinte forti, fuori dai luoghi comuni turistici

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F

 

 

 1-b  

 

Pericolo a Nordeste

 seconda parte

 

 

3.

La capanna è imbandita di ananas, banane mignon, manghi e papaie, succhi di mamao, dolcetti di uva passa, miele di api brasliane e marmellata di fichi, uova strapazzate, formaggio mineiro e prosciutti Sadia. Con una prima colazione così riesco ad arrivare tranquillamente fino a sera. La musica jazz di Moacir Santos aleggia fra le frasche di palma e i buddha sonnolenti, colorando le amache e le conchiglie sparse con sapiente noncuranza.  Mi viene voglia di intervistare MarioVito detto Mavi, una curiosa zuppa di sangue tedesco, negro e indio, quest’ultimo causa probabile della apatia latente dei nordestini.  Lo cerco per farmi spiegare di più sulla formazione di futebol con Tom Jobim in porta, quando giocavano sulla spiaggia di Bahia, ma non lo vedo da nessuna parte, probabilmente sta dormendo su una amaca. Quindici ore al giorno quando non ascolta la sua musica, risparmiando le energie come se fosse in gara per battere il record di Matusalemme. 

    Poi mi si avvicina con la sigaretta fra le dita, passandosi distrattamente una mano sui capelli lunghi e bianchi, l'altra mano a torturare i perenni occhiali da sole sull'occhio che riporta ad uno dei suoi tremendi incidenti stradali. Con indisciplinata ironia sbeffeggia le ultime vicissitudini come proprietario della pousada insieme con la charmosa Tatiana, la quale si diletta nell'accettare i clienti in base alla percezione emotivo che ne deduce; altrimenti dice che non c'é posto. Come fanno a sbarcare il lunario con la penuria di affari che promette Cunhaù, è per me un mistero. Poi mi viene in mente il jeitnho brasileiro: c’è sempre un fratello impresario con cui piangere per inesistente tetto da rifare, o una anziana madre che lavoravando alle dogane, oggi riceve una pensione di almeno settemila euro al mese. Strani privilegi del cosiddetto terzo mondo.  

    Inerpico sulla saga di Mavi rifugiato a New York come molti studenti in fuga dalla dittatura all’acqua di rose degli anni ’70, mentre parallela scorre la novela di Tatiana che come Capuccetto Rosso va a trovare la nonna. La fofoca di sottofondo narra che questa fosse l'amante non del guardiaboschi ma addirittura del presidente Joselin Cubisec, padre di Brasilia,  presidente dalla caduta di Vargas alla presa di potere dei militari.  Un visionario che aveva sempre avuto il pallino di costruire una città moderna in mezzo al nulla, e sembra esserci ruscito, sfondando le casse dello stato federale in un’epoca, quella del petrolio, in cui erano ancora messe bene. Da quel giorno non si ripresero più, forse istruiti da un esempio tanto illustre. Che ci scandializzamo a fare? Oggi la gioventù brasiliana insegue le comete di Ronaldo e Adriamo e quant'altri riescano ad approdare al mito degli ingaggi in euro, abilmente contraccambiati con perenni stiramenti e tristezza. 

    Nella Grande Mela degli anni '80, culla del Jazz e della rivoluzione culturale, Mavi guidava il taxi senza permesso, ciondolando fra il creativo Village e l’erotica Times Square, accettando di fare commissioni per un amico fotografo che oltre a scattare foto ai clienti famosi li rifornisce di erba e altre sostanze atte a stimolare la creatività musicale. Nonostante gli avvisi di prudenza degli amici, finisce per conoscere gli Hell Angels che scorazzano borchiati per la strada a cavallo delle loro mitike Harley Davidson, si intrattiene con negri, trafficanti, prostitute e porno stars; attraverso Hugh Bell viene introdotto ai ragazzi di Monty Pyton, Mick Jagger, Keith Richard, poi Arytha Franklyn, Tom  Jobim e Joao Roberto, Gilberto Gil, Miles Davis, e Lou Reed alle prese con l’innamorato di turno.  Carlos Santana sembra un giorno avesse messo gli occhi sul suo ciondolo che rappresentava un cuore inserito dentro una mano aperta. Mavi glielo regalò. Anche fra le palme del Nordeste le serate si animano di racconti inverosimili, suggestivo condimento di silenziose giornate di sole.

Le storie si perdono fra Buzios e la California, dove sembra il destino di Mavi e Tatiana si andasse intrecciando. Di lì, con cani al seguito, scomparvero dalla scena del jet set per lasciarsi avvolgere dal nulla luminescente di Cunhaù che spazza le dune di sabbia e corrode le falesie rossicce.

Attorno al tavolino azzurro di Bruno e Titti, apparecchiato sotto il pergolato che controlla il legnoso cancello di accesso alla pousada Dos Peixes, tutti vengono a far rivivere questo filò italo-brasiliano in cui i ricordi si colorano di stelle, i tocchi della musica popolare brasiliana si confondono col Jazz instancabile di Mavi, le trasmissioni umoristiche di Rai Due scaricate in podcasting sul mio Mp4 hanno l’irreale sottofondo dei lazzi dei cagnetti Coco e Cajù. 

Dopo un ottimo pesce cucinato sulla griglia ricavata da un cerchione d'auto, non c'é più molto da fare. Una partita a ramino a tre sotto la tenue lampadina, osservati dall'abile jeko intento a far  razzia di ragni e formiche.   Per l’indomani é programmata una escursione al mercato di Canguaretama accompagnati dalle storie eccessive di Regina, una marxista odor di incenso, che combatte il sistema a suon di spazzatura.

Sono solo le dieci e sono esausto, la notte mi inghiotte sottraendomi a forza dalle immagini di una New York degli anni Motown, in un sibilare di mare e vento.

 

 

4.

Coco, Pinga e Cajù si divertono ad inseguirsi fra le dune rigate emerse dall’acqua. Mavi mi mostra una pozza tra le rocce, dove a suo dire ci si può immergere sbucando in mare aperto. “Dipende dalla marea, adesso non è consigliabile.” Non ti preoccupare, non lo farei comunque.

Camminiamo sotto il sole di mezzogiorno per un’oretta e mezza, i nostri diecimila passi per bruciare il colesterolo, mi vien da pensare. Dopo un po’ ci distanziamo, come è normale che accada in questa natura poderosa e infinita, mentre io raccolgo sassolini di alabastro rosa. Ci ritroviamo davanti ad una pozza naturale. Tatiana esausta siede a terra togliendosi il cappello di paglia a larghe falde. Io mi tolgo il berretto blu dell’Oktoberfest e ci ripongo i sassolini e gli occhiali velati di maresìa. Coco e Cajù corrono ad inseguire una noce di cocco e la riportano a Mavi, che gliela rilancia lontano. Tatiana si alza e va ad immergersi nella pozza, che le arriva poco sotto la vita. Mavi fa dieci passi ancora e si siede in un’ansa più aperta, aspettando il vibrante massaggio della spuma che entra fra i massi taglienti. Osservo le due aree, vorrei nuotare un po’. Mi decido e seguo Mavi, camminando mentre le onde dal varco si aprono a ventaglio e mi massaggiano i polpacci, poi le ginocchia. Il flusso in entrata è forte e costante, mi immergo e inizio alcune bracciate, mentre le mani toccano il fondo. Non c’è alternativa, non si può andare lontano, anche se ad ogni onda spumeggiante mi sembra di rialzarmi dal fondo di qualche centimetro e nuotare più agevolmente.

Vedo Mavì più a riva, salendo verso la sabbia dove i cani abbaiano. Non li sento, devo avvicinarmi. Faccio un po’ di bracciate energiche e guardo verso la riva, che si sta allontanando nonostante io continui a nuotare. I cani sono lontani ed anche Mavi, che ora mi si è voltato alle grida di Tatiana e mi osserva preoccupato, facendomi cenno di tornare assolutamente indietro. Cerco di alzarmi ma i miei piedi non toccano il fondo. La marea mi sta risucchiando con una forza costante e maestosa, tirandomi fuori verso il mare aperto come un turacciolo di sughero. Il mio orgoglio mi fa dare più forza alle bracciate, ma mi vedo allontanare ancora dalla riva e mi prende il panico. In un istante ricordo la sorte del tedesco che sapeva nuotare. Siamo lontani da casa, se il mare mi porta via, ci vorrebbe un’ora per avvisare qualcuno, poi i soccorsi dovrebbero cercare il mio corpo in mare aperto. Il lampo di me abbandonato fra i flutti impetuosi mi assale.  In bocca l’amaro dell’adrenalina e della incredulità.  

Poi percepisco Mavi che urla “Usa le onde. Nuota solo quando le onde scendono a riva!!!” La strategia mi illumina e mi ci aggrappo sapendo di dovermi salvare. Le braccia mi fanno già male per i tentativi frustrati. Mi guardo alle spalle, un’onda arriva e approfitto della spinta per dare bracciate furiose, poi aspetto e sento la forza di risucchio che cerca di tirarmi indietro di nuovo. E’ il terrore. Il piede sente uno spuntone tagliente di roccia sotto di me e mi ci aggrappo con l’alluce, mentre la forza sta per trascinarmi indietro con forza ancora maggiore. Sento il dito cedere, una graffiata feroce e perdo l’appiglio mentre l’adrenalina va a mille. Ma quel poco è qualcosa, ho contenuto il risucchio mentre una nuova onda poderosa mi aiuta a nuotare verso riva e io do tutto ciò che resta, i muscoli che mi scoppiano di un male nero mentre non so se le lacrime siano diverse dalle onde salate.

Anche questa onda è finita e finalmente sento la sabbia con un piede, lì in fondo, alzandomi sulle punte mi puntello per compensare la l’ira impersonale del mare che là sotto vuole strapparmi indietro; poi una nuova onda, ancora faticose bracciate senza forza ma riesco a toccare un po’ meglio. Il flusso di ritorno è poderoso e impressionante, anche così vengo trascinato via da una ruota tridimensionale che in alto sorride e frizza, e in basso divora e inganna. Non ce la faccio più a nuotare. Cerco di ergermi sulle punte, trascinandomi a fatica, sempre aspettando l’onda in aiuto e fermandomi per rifiutarmi di farmi trascinare indietro. Emergo nell’ultima pozza esausto mentre Mavi mi abbraccia e Tatiana starnazza come e più dei cani.  

In mare l'orgoglio va a fondo...

 

 

 

 

 

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max.bonaventura@gmail.com