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Quando per la prima volta ho visitato il Brasile, nell'ottobre del 2001, sono stato catturato da un'immagine.

Un popolo ancorato a tradizioni perdute.

 

    

 

 

E' facile notare madri che si dedicano all'umbanda, alla macumba, aspettando dai "santos" la risoluzione dei problemi ordinari e adossandogli doveri e responsabilità.

Nella strada la stessa cosa avviene per il denaro, difficile da procurarsi, ma per l'ottenimento del quale ogni patto è lecito.

Nelle favelas e nei rioni più umili, pochi insegnanti riunivano alcuni bambini in una stanza, insegnando loro una danza con passi di lotta, oppure una lotta a passi di danza.

La storia della Capoeira inizia nel secolo della schiavitù, dove i neri angolani cercavano di mantenere le usanze dell'Africa, nascondendo ai padroni il senso di quei rituali.

Non è una delega, un voto, una guerra, un palcoscenico. Nelle aule i maestri insegnano ancora il rispetto, l'onore, la dedizione, la lealtà. Nessuno entra a caso, nessuno fa ciò che vuole, l'amicizia è sovrana, l'assistenza, l'orecchio al maestro.

Noi pretendiamo di dare al terzo mondo soldi, assistenza, edifici, democrazia, marketing. Le generazioni di colore hanno già dei piedi con cui camminare, un passato verso cui tendere per ritrovare dignità e unione.

Ancora oggi la Capoeira è danza, sport, lotta. Ma soprattutto aula di vita.

 

max

 

 

 

 

 

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