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Specie Urbana

 

 

Sono 150 milioni i brasiliani che si concentrano nel 3 per cento dei territori urbani del paese. A Tokyo e nel circondario, l'area metropolitana più produttiva del mondo, vivono 36 milioni di persone. Venti milioni risiedono nel cuore di Sao Paulo e poche meno nel'area edificata di Mumbai, la città indiana famosa per la completa assenza di zone verdi.

Le città, intensi agglomerati che punteggiano il globo sono stati i motori della innovazione fin da quando Platone e Socrate bisticciavano in un mercato di Atene. Le vie di Firenze ci hanno dato il Rinascimento e quelle di Birmingham la rivoluzione industriale. La grande prosperità della Londra contemporanea o di Bangalore o di Tokyo viene dalla loro capacità di produrre nuovo pensiero. Girare per queste città, sia che percorriamo in marciapiedi pavimentati o attraversiamo un reticolo di incroci, giriamo intorno a una rotatoria o infiliamo dentro i sottopassaggi, vuol dire né più né meno studiare il progresso umano.

 

 

Nei paesi più ricchi d'Occidente, le città sono sopravvissute alla tumultuosa fine dell'era industriale e sono oggi più opulente, più salubri e più attraenti che mai. Nelle aree più povere del mondo, le città stanno espandendosi enormemente perché la densità umana fornisce la via più sicura per passare dalla penuria alla prosperità. Da sempre la gente a caccia di opportunità si è accampata sotto le mura dell'opulenza aspettando di raccattare avanzi e ossa con ancora un briciolo di carne attaccata. A dispetto delle conquiste tecnologiche che hanno determinato la fine delle distanze, salta fuori che il mondo non è tutto uniforme: è appezzato.

La città ha trionfato. Ma, come molti viaggiatori hanno potuto constatare, talvolta le città sono appezzate a dismisura. La città forse vince, ma troppo spesso sembra che a perderci sia chi ci abita.

Ogni inizio di vita in città è modellato dal susseguirsi impetuoso di momenti ed esperienze straordinari. Alcuni molto belli come il senso di potere che si prova in occasione del primo viaggio in metropolitana da soli, altri meno, come il fatto di trovarsi allo scoperto durante una sparatoria urbana. Per ogni Champs Elysées c'è una favela di Rio, per ogni Università La Sapienza di Roma c'è una scuola di Harlem con il metal detector all'ingresso.

notte di carnevale a Ipanema, Rio de janeiro

Trovo appassionante l'osservazione della realtà urbana perché essa solleva delle questioni molto affascinanti, di enorme importanza e spesso anche assai problematiche. Come riesce a coesistere fianco a fianco gente ricca e gente povera? Cosa prova l'inarrestabile caduta di città un tempo vigorose? Perché gli scenari di inquinamento, traffico paralizzante, carente sicurezza e assistenza medica tornano drammaticamente alla ribalta? Cosa influisce sulla nascita di movimenti artistici e musicali in determinate aree o momenti?

La capacità dei centri urbani di creare una intensità di collaborazione non è un fenomeno nuovo. Per secoli le innovazioni si sono diffuse da persona a persona attraverso le vie affollate della città. A Firenze durante il Rinascimento ebbe inizio un'esplosione di genio artistico quando Brunelleschi concepì la geometria della prospettiva lineare. Egli trasmise il suo sapere all'amico Donatello che applicò la prospettiva lineare al basso rilievo, mentre il loro collega Masaccio portò l’innovazione nella tecnica pittorica. La diffusione delle innovazioni artistiche di Firenze fu diretta conseguenza della concentrazione urbana, la cui ricchezza veniva comunque da obiettivi più concreti, come i sistemi bancario e assicurativo e la nascita dell’industria tessile.

Di cosa si alimenta la capacità di innovare? Cosa la può soffocare? La differenza fra le classi può essere considerata un motore o un freno allo sviluppo della vita cittadina? La maggiore scaltrezza di un giovane di strada viene a scapito di altri valori fondamentali per la crescita culturale e individuale? Quali sono i costi celati dietro i vantaggi appariscenti della concentrazione urbanistica?

È indiscutibile che, quando si presenta una opportunità di scelta, i poveri scelgono di rimanere in città. Nelle estese favelas di Rio il livello di vita dei meno abbienti è nettamente superiore a quello dei loro omologhi delle zone rurali. Hanno ragione? Lo stesso vale per le classi più abbienti? Lo sviluppo culturale e sanitario trae giovamento dalle sfide lanciate dalla concentrazione umana? In definitiva, gli agglomerati urbani sono il paradiso delle opportunità, la fiera degli avanzi o il primo esempio di mistificazione dei sogni collettivi?

Non esiste un posto migliore per riflettere su questi interrogativi che la grande metropoli come New York, Bombay o Rio de Janeiro, archetipi dell'esagerato amore e insieme paradigma delle emergenze di chi vi abita.

 

03 nov 2013

 

 


 

 

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