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Per chi ama il Brasile a tinte forti, fuori dai luoghi comuni turistici

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Pizza col pizzo

L'apparenza è tutto

 

 

Necessità fa virtù, ovvero lo stato di necessità riesce a piegare le regole spazio culturali. Come la canna bucata che raffredda il percorso della sabbia torrida. Cose da poco, direte. Ma l'arte di arrangiarsi si fonde in Brasile col break-even point dell'entropia, la conservazione dell'energia: ovvero il massimo profitto col minor dispendio di forza lavorativa. Il godimento prende sempre il sopravvento. Nel tempo libero ma soprattutto nel cosiddetto spazio destinato alla produttività, che qui si confonde con la furbizia. E comunque in un paese che si pavoneggia con una crescita che ha i piedi di sabbia, gli escamotages sono all'ordine del giorno. Istituzionalizzati, diremmo, senza infierire, che tanto anche l'Italia non è un pulpito così innocente. Chi è senza peccato scagli la prima retorica.

La tipica cartolina della Rio internazionale è quella di Copacabana e Ipanema, le spiagge piene di giovani atletici e abbronzati che giocano a football e a volley, i turisti in bermuda Gucci e Ralph Laurent che ciondolano con le camere digitali incorniciandosi fra le palme e il Cristo Redentore, le strade dei quartieri di lusso ben assestate, i marciapiedi pulitini, ma forse lo sguardo non include le esclusive pizzerie Doc patrocinate da italomafiosi che integrano i guadagni con il lavaggio del denaro nelle banche di Miami.  E' il caso del proprietario della maggiore catena italiana di pizzerie carioca, la migliore della metropoli, rilasciato dalla polizia dopo aver pagato un milione di dollari di cauzione per aver rivitalizzato i container con tonnellate di cocaina fra  i prodotti veraci, a dimezzare i costi di importazione. Andata con polvere, ritorno con la vera mozzarella di bufala, il vero pomodoro-napoli, la vera pasta senza lieviti vitaminizzati sudamericani. Ma se il mercato della droga in sudamerica è a buon mercato, ottimi affari si fanno anche con l'immaginario gastronomico : una pizza 30 euro. Alla faccia del terzo mondo. Una specie di pizza col pizzo, pagato ad una società che s'ingegna e s'aggrappa. Peraltro tutti sorridono alla vita senza limitazioni. Al tavolo vicino al tuo puoi incontrare presentatori tv, attori di telenovela, assessori e sindaci, tutti in vena di spendere, tutti sorridenti. La malavita italo-sudamericana è alla moda, quasi come le discoteche gay. Tutti gli altri si arrangiano con la salsiccia di strada.

Al Boteco do Sujo, il bar dello Sporco, dopo una ventina di birre stiamo ancora parlando di questioni che l’avvocato osserva da un mondo rovesciato da sotto in su, come tutte le sue convinzioni. Nessuno sembra avergli mai rivelato che nell’emisfero superiore è nord che fa più freddo, e non a sud come in Brasile. Ma per esperienza so che non è il solo ad avere di queste lacune; credere che in Europa sia tutto più facile e più bello è un preconcetto duro da abbattere in un terzo mondo che si illumina ai sentito dire, poi anche noi avevamo il mito dello zio d’America.  Parla con voce roca e accessi di tosse inframmezzando lazzi e blandizie ai compagni di bevute, occhiate sfacciate alle giovani carni che percorrono la via, battute e profferte a chiunque gli venga a tiro in un soliloquio che ruzzola come le ore del pomeriggio immobilizzandoti fino al calar del sole. Non è la spiaggia di Ipanema, mi manca l'applauso corale che saluta ogni giorno il sole che scomapre dietro ai picchi dei Dos Irmaos, gettando raggi infuocati sulle nuvole e sui corpi ben torniti.  Amarildo Roberto Da Silva, detto Sujo, ha un cognome che lo accomuna al vecchio presidente Lula e all'armata dei senza padre, tutti rapidamente battezzati Figli Della Selva, "Da Silva" appunto. Entra in scena con una offesa bonaria indirizzata alle preferenze sessuali dell'avvocato, a sottolineare che qui ognuno fa come gli pare, l'importante è pagare da bere al momento giusto. I tavolini di plastica invadono il marciapiede nel viavai di umanità dai colori forti e variati sia nei vestiti che nella pelle, trecento metri in linea d'aria dalla spiaggia di Botafogo e io furbescamente non seguo la discussione ma mi premuro di sorridere spesso e stringo la mano a tutti i suoi amici, al portiere, al garzone di DVD, alla matrona dalle curve traballanti,  al venditore di delicatessen orgoglioso dei migliori pomodori secchi del quartiere, al trafficante della favela Azzurra che ritorna scalzo dalla battuta di pesca.

Papa Noel Azzurro ai piedi della Favela Azul

 

Da un bar all’altro la serata non sembra avere mai fine, questi brasiliani bevono litri di birra gelata quasi analcolica ma intanto si guardano intorno e le loro battute piccanti non risparmiano nessuno, mogli degli amici e poliziotti in servizio. Come in un videogioco ogni scena apre alla successiva e mi ritrovo in auto verso un Club a luci rosse dove l’avvocato fa gli onori di casa, baciando e strizzando a destra e mancina presentandomi al proprietario che mi invita ad approfittare e a tornare quando voglio. Schizziamo poi alla ricerca di un Signore della Strada che a sua volta gestisce un bar all’angolo meno bohemièn di Lapa, all’inizio dell’erta che conduce alla collina lastricata di Santa Teresa.  Una via strategica per cucinare la dissoluzione dei venerdì notte, le strade come spaghetti conditi con eccessive carni, tutte alla ricerca di evasione e sniffo.

L'immaginario morale ti osserva dai manifesti della strada che educano a preservare la bellezza di Rio de Janeiro, la Cidade Maravilhosa. Pulita e senza spazzatura, mi raccomando: impariamo dai mondi civilizzati, dove l'apparenza è tutto...

 

19 sept 2013

 

 


 

 

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