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Sputi compresi

 

 

L'esercizio del vagabondo è preesistente alla scoperta del pittoresco, e comprende marciapiedi sporchi e sconnessi formiche, sputi, escrementi, scarafaggi grandi come noci che sgambettano rapidi alla cieca, cercando con le antenne alzate di non venire pestati dalle tue ciabatte.

 

© Sputi 0124.jpg (255056 byte)

 

 Le viuzze della Feira de San Joaquim brulicano di verdura colorata, galline, teste di capra, prodotti per la macumba e per la preparazione dell'Acarajè, tipico spuntino di strada preparato dalle donne bahiane vestite di bianco nei baracchini agli angoli di strada. Panetto di faraina di mandioca fritto nel dendè, l'olio di palma micidiale per l'intestino, ripieno di pasta di vatapà fatta con fagioli, purea di pesce e verdure, gamberetti rossi e salsa piccante.

 

 

Il quadro attuale è indicativo. Come resoconto dell'impressionante sviluppo del Brasile dell'ultimo decennio, dobbiamo dare resoconto della qualità della pittura.  Dal lavoro minorile tollerato, molto più visibile fuori dai centri metropolitani, ma evidente nel Nordeste, con bambini di dieci-undici anni che aiutano i genitori come strilloni nei minibus, come venditori di biscotti in strada, come promotori delle vendite nei banchetti di spiaggia. Come potrebbe una famiglia o una micro impresa reggere a costi imposti dalla società regolare?

 

 

 

 © Sputi_095.jpg (235080 byte)

 

Fino alla curiosa scoperta del massimo del preconcetto: in numerosi centri di Salvador di Bahia non sono molto disposti a far lavorare un garoto di pelle scura. Perché un nero comunque fa vita a sé, si considera discendente di schiavi e non di un popolo schiavizzato, ha già scelto di isolarsi creandosi ambienti separati, amicizie separate, abitudini separate. Un bahiano di classe umile è e si considera fuori della società, meno integrato, meno disponibile ad accettare i compromessi del ruolo e dell'autorità e spesso reagisce di conseguenza.

 

 

 

 © Bellezze al bagno.jpg (211833 byte)

 

 

Lo stato di Bahia dà comunque l'idea di essere un quarto mondo, almeno nei comportamenti, con quella dimestichezza della sigaretta accesa all'interno di locali chiusi nonostante i divieti, come a darsi un contegno, scivolando in un'abitudine che non si è mai confrontata col progresso repressivo dei vizi e delle libertà individuali, così come oramai sono nel nostro patrimonio europeo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ripasso le stesse strade, rivedo gli stessi personaggi, le stesse storie di vita, le medesime luci.

Ma ogni anno è un passaggio più delineato, più profondo. Riesco a scorgere più dettagli, a immaginare più storie, ad avvicinarmi ancora di più alla strada che respira i suoi umori disagiati, i richiami, le urla, le prese in giro, i toni di offesa, le minacce presuntuose, le risposte canzonatorie, gli apostrofi di sfida. Luci riflesse di esistenze che c’erano anche prima del mio passaggio, ma ero più miope, e solo ritornando ancora vedo con meno paura il genere umano che ci si arrabatta.

© Caspita che occhiali .jpg (204316 byte)

Salvador non si è accorta del mio arrivo, non ancora. Un amico taxista italiano che vive qui da molti anni mi mette in guardia sulla scelta del quartiere. Non è molto per bene il centro antico, secondo la sua analisi più delicata, con tutte quelle vie oscure e infestate. Se volessi godere una spiaggia turistica dovrei andare più in alto. Non è il luogo che un qualsiasi escursionista civilizzato, o una buona famiglia possa condividere.

La calamita generata nel bel mondo viene però respinta dalle immagini ripulite. La ruggine mi si attacca più facilmente.

Un’uscita di scuola alle nove di sera, i ragazzi intorno a sei bar di strada illuminati dai lampioni gialli nelle retrovie della Sete de Setembro che pullula di mendicanti e transessuali.

Sui tavolini di plastica gialla si mangia pollo fritto, bolinhos di camarao con gocce di molho picante, zuppa di vongole col limone, una birra Brahma a sfiammare la lingua in fiamme che la Skol non la digerisco. Al dilà della strada due ragazzi a petto nudo sono chini su altri amici seduti sulle sedie, forse condividono giochi di carte, più probabilmente dei messaggi sul cellulare.

Un po’ più avanti il ponte si erge sul viadotto sottostante. Qui sì la notte diviene più rugosa. Tre ragazzi stanno in attesa, a un metro l’uno dall’altro. Il primo avrà quindici anni, la maglia chiara e il bonè bianco, ma le ciabatte e la bermuda sono sozzi.  L’altro è più vecchio, il terzo non ha età, potrebbe essere un adulto dimagrito.

 Immobili in attesa delle ombre, sotto i riflessi di qualche auto. Droga, probabilmente, in attesa di clienti. Mi avventuro per qualche decina di metri nella strada semideserta. Oltre il ponte una decina di persone attendono alla fermata dell’autobus per rincasare dopo una decina di ore perdute in un lavoro inutile. Ritorno sui miei passi, incrociando lo sguardo di un passante più vigile di me. Non esistono bianchi, sono circondato dalla notte, le persone sono riflessi della fretta.

 In una strada laterale una serie di moto parcheggiate davanti a un bar che promette birre a metà prezzo. Oltre le finestre di legno scorgo qualche corpo in movimento che sospinge le note di un pagode ritmato, una coppia vestita da domenica si avventura sugli scalini, un buttafuori li osserva. Rivisitare varianti infinite della medesima povertà mi dà un senso di euforia cerebrale.

La metropoli polverosa si dipana fra gli scarti della fortuna; da un escremento può nascere un fiore.

 

max - mar 2012

 

© Pipa no ceu 377 r .jpg (126137 byte)

 

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