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Tutta Colpa delle Ong

 

 

A due anni dal sisma che ha provocato oltre 320 mila vittime, Haiti continua ad annaspare fra macerie, colera e disorganizzazione, mentre sembrano volatilizzati i 5 miliardi di dollari promessi dalla comunità internazionale. Tutti hanno puntato il dito contro le organizzazioni internazionali e le Ong, alcuni membri delle quali hanno addirittura rischiato il linciaggio da parte della folla. A partire dall’indignazione interna per l’inefficacia del lavoro svolto, la stampa internazionale sente improvvisamente il dovere di pubblicare reportage sull’evidenza del degrado e la precarietà degli aiuti.

D’altra parte, le precedenti esperienze in Somalia e nei Balcani non avevano fornito un esito migliore. Il passato ci insegna che in ogni crisi umanitaria c’è sempre un punto di stallo oltre il quale l’azione internazionale non riesce ad andare. Ma se a Mogadiscio e a Sarajevo il problema erano le insanabili divisioni etniche e politiche, ad Haiti le colpe sono da attribuirsi in toto alle Ong, le quali godono di uno status sopravvalutato rispetto ai risultati conseguiti. La conseguenza è uno spreco immane di risorse, a cui si aggiunge in alcuni casi l’aggravamento della situazione di partenza, fino a creare un circolo vizioso da cui l’Occidente esce sempre ridimensionato, ma le stesse Ong mai.

Le Ong perdurano in una stridente contraddizione: tanto nobili sono i loro fini quanto oscuri sono il loro controllo e la loro legittimità. Statuti e organi decisionali interni non sembrano sufficienti ad assicurare un sindacato obiettivo delle loro azioni, per non parlare di un giudizio di responsabilità nei casi di fallimento.
Pur godendo della (ingenua) fiducia popolare, in quanto detentrici di valori, a contrario degli Stai che hanno solo interessi, le Ong non presentano alcun elemento che le riconduca direttamente alla legittimità popolare.

 Dietro alle Ong ci sono il volontariato e la società civile, si dice, quindi si ritengono libere da vincoli statali e al di sopra delle parti. Tuttavia non vi è nessun elemento diretto tra le organizzazioni e la comunità popolare di cui si dicono espressione. Pur essendo enti senza scopo di lucro, beneficiano di finanziamenti di diversa natura nonché di speciali agevolazioni fiscali. Risorse che in larga parte sono necessarie a mantenere in piedi l’organizzazione stessa, più che perseguire i fini che le animano. Nel passato, casi emblematici hanno riguardato i costi di strutture umanitario come la Croce Rossa e l’Unesco, dove i salari e i rimborsi dei dirigenti e dei funzionari, le spese per i loro alloggi e le loro imponenti autovetture assorbono la maggior parte dell’ammontare degli aiuti ricevuti.

 

 

 

il re è nudo anche quando è incazzato

 

La parte migliore dei programmi che si propongono come approfondimento di tematiche sociali è quando non ci sono gli applausi, la gente che applaude come riconoscendo frasi e posizioni che si aspettava di ascoltare, e che era stata invitata ad ascoltare, riconoscere e sottolineare con un applauso significativo, direi strategico; e quando a parlare non sono gli oratori che alzano il tono della retorica per accendere la miccia a quegli applausi, cassa di risonanza di una improvvisazione concordata, di un tripudio da storyboard. Il fatto che notevoli pensieri siano espressi da nuovi ospiti, e che il pubblico e i capo clac non siano preparati e che a tali profonde e pregevoli interventi non faccia seguito un lugubre e immorale applauso lo trovo meraviglioso, simbolo che la realtà migliore sfugge a qualsiasi  rivendicazione programmata, e anzi che spesso la rivoluzione perda nella sua preparazione a tavolino molta della spontaneità che riconosciamo nelle intenzioni migliori.

 

09 gennaio 2012

 

 

 

 

L’opinione pubblica chiede sempre conto ai governanti di come i soldi vengono spesi, ma nessuno pone mai la stessa domanda alle Ong. Pur nascendo come attori transitori, cioè costituiti sulla base di una evidente necessità, non vengono praticamente mai sciolte una volta che l’obiettivo è (o non è) raggiunto, radicandosi sul territorio e permanendo in una situazione di perenne emergenza che ne giustifica la presenza. 

L’immagine che ne ha la popolazione è talmente negativa che alcuni candidati hanno centrato la propria campagna elettorale sulla promessa di ridurre drasticamente l’influenza delle Ong e delle altre organizzazioni straniere nel Paese.

 Anche Medici Senza Frontiere è finta spesso nel mirino dell’indignazione, colpevole (a dire di alcuni locali) di decessi che potevano essere  evitati, e che sicuramente il regime di controllo delle pratiche mediche nei paese civilizzati non avrebbe consentito. Inoltre, le Ong mancano di qualunque forma di controllo terzo e indipendente: non rispondono praticamente a nessuno in caso di inefficacia o sperpero delle risorse a loro affidate, e non sono mai destinatarie di sanzioni in tal senso. Nessuna di esse dovrà mai giustificarsi se la tragedia di Haiti (e delle altre aree del mondo colpite da disastri) sta richiedendo costi ben superiori a quelli stimati, a fronte di risultati a dir poco scoraggianti.


Fintantoché le Ong sfuggiranno ad una precisa regolamentazione che ne fissi puntualmente i requisiti, ne disincentivi il proliferare indiscriminato e le renda responsabili del proprio operato,insuccessi come nel caso di Haiti saranno destinati a ripetersi. Mantenere le Ong nel limbo attuale della “deregulation” non avrà altro effetto che alimentare quel circolo vizioso di emergenza e aiuto disorganizzato che le stesse Ong dovrebbero essere chiamate ad interrompere.

 

 

(riduzione da Wordpress)

 

 

 

lI prezzi possono scendere

 

Il prezzo di frutta e verdura dal produttore all'ingrosso raddoppiano quando non triplicano. E non sono ancora arrivati al punto vendita, dove li troveremo cresciuti ancora fino a sei volte.

 Fa bene il governo a metterci mano, proponendo contratti scritti in luogo degli attuali verbali, nonostante il malumore della grande distribuzione, ivi compresa la Coop di sinistra.

Sicuramente c'è spazio per migliorare.
Basta guardare un paese europeo a noi vicino, il Portogallo.
Nel centro della capitale Lisbona (e non nelle periferie) si trovano centinaia di negozietti di frutta e verdura (e non supermercati), dove i prodotti sono ottimi e costano un terzo che nelle periferie italiane.
Esempio: 1 kg di arance tipo tarocco, grosse, dolci e succose, di produzione locale, a 49 centesimi di euro!!! Da noi trovi arance acide a 2,40 euro il kg., e anche quelle importate direttamente al nord da organizzazioni di vendita diretta (più o meno) dalla Sicilia non scendono sotto 1,42 euro il kg...

 

14 gennaio 2012

 

 

 

 


 

 

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