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La speculazione attacca i più deboli, come lupi che aggrediscono l'animale che rimane indietro. Lo spread con la Germania si amplia, loro sono forti e noi non abbiamo imparato nulla. Ancora ci dividiamo a cercare di gridare in tv di chi è la colpa di tutto questo. Sempre di qualcun altro, un cocktail dotto di imbecillità e ingiustizia altrui. Invece di rimboccarci le maniche e darci da fare.

    Ha ragione il signor Melani che in una pagina di pubblicità suggerisce di comperarci il debito. Un debito che abbiamo contribuito tutti a creare, coi nostri comportamenti. La malattia concordata col medico compiacente, il secondo lavoro in nero, le visite e i medicinali inutili, l'auto invece dei servizi pubblici, e molte altri comportamenti diffusi. I tedeschi sono più rigidi nei comportamenti, si concedono meno lussi, li deridiamo per i calzini sotto i sandali mentre noi amiamo indossare scarpe in tinta, possibilmente firmate. Usano cellulari vecchi finché durano, mentre da noi l'orgoglio impone di girare col cellulare alla moda che costa un salario. Loro sono la formica d'Europa, mentre noi siamo storicamente la cicala.

Ancora non abbiamo capito che le cose non si risolvono in tv, ma tutti  corteggiano lo schermo per celebrare le colpe degli altri. E magari continuando a dire le solite banalità sull'evasione fiscale. Che non osa ammettere ciò che è ovvio.

Come evidenzia il prof. Carlà nella sua analisi sulla situazione dell'area Euro, "...L’Italia ripartirà SOLO se lo STATO toglierà le grinfie dall'economia, e se ai Mercati e agli Imprenditori
si da' una Riforma Vera dei Costi Statali e
con il Ricavato si Finanzia una Riforma Fiscale
con due aliquote: 10 e 25% tutto incluso".

L'evasione fiscale è stato il frutto del grande patto sociale degli anni della crescita, che garantiva ai dipendenti un reddito eterno, proteggendolo sotto la gonna ipocrita dei sindacati, permettendo riposini, sussistenza, malattia, pensione, ferie pagate. Soldi pochi, ma produttività altrettanto discutibile. Dall'altro lato c'era chi il lavoro se lo creava da sé, senza paracaduti, senza protezioni, senza garanzia di guadagno o di futuro, rischiando in proprio. E con un prelievo fiscale scandinavo senza i servizi impeccabili della Scandinavia.


 

 


Scrivere un racconto non é andare alla ricerca di una storia, ma sbloccare la memoria da un peso che la opprime e che vuole uscire, é come scolpire un macigno interiore a colpi di parole, liberare un volto dalla pietra che lo contiene.

 


Andarsene lascia sempre un po' perplessi, ma forse dopo un po' il vuoto si rimargina;  con una cicatrice fatta di ricordi, se non altro. Siamo così abituati a fare altrimenti, che non ci accorgiamo di quanto collezioniamo l'infermità del divenire. Eventi e panorama sono fastidiosi al nostro cammino, lo sguardo tenace al futuro. Il punto è che non possiamo decidere ciò che accade, e quel poco che pretendiamo di fare impegna troppo fervore. Se non siamo i signori del nostro destino, se non ne comprendiamo i disegni, per quale motivo ci intestardiamo nel conservarne gli orari? Non potremo dare una risposta sensata alla domanda : che senso ha vivere, se non risponderemo a: che senso ha morire?

1 novembre 2011


 

 

 

Ma quando a chiedere i tributi è uno Stato che non fa il suo dovere, l'inasprimento fiscale diviene una vessazione. Lo Stato non può continuare a tenere la presa rapace sui soldi che l'economia produce con innumerevoli sacrifici, obbligando molti piccoli commercianti, artigiani e imprenditori a continuare a scegliere fa sommerso e chiusura: i pochi che non hanno chiuso sotto il peso del menefreghismo dell'Italia che sulla loro instancabilità ci marciava, hanno contribuito a costruire l'Italia proprio come i partigiani per i quali ancora si fanno feste in piazza. Senza riconoscimenti né osanna di popolo, coi  sacrifici giornalieri, senza malattia pagata, senza ferie pagate, rischiando di non intascare i soldi del proprio lavoro o di trovarsi soldi falsi, anticipando spesso di tasca propria quello che la struttura del Paese  negava e altrettanto spesso dimostrava di non comprendere, guadagnavano se tutto andava bene lo stesso salario di un dipendente protetto, lavorando però il doppio, senza la remunerazione del capitale investito né una quota per il rischio di impresa, rallentati e oppressi da burocrazia inefficace e cecità prospettica, assumendo a costi elevati apprendisti che una volta imparato il mestiere li lasciavano in braghe di tela.  La sovradimensionata macchina delle gabelle italiana ha sempre chiesto ai piccoli imprenditori di pagare gli sperperi di una elefantiaca abbuffata improduttiva, e invece di ringraziarli li ha chiamati genericamente ladri. Per molti di questi piccoli artigiani della guerra quotidiana, celare una quota del reddito significava pareggiare l'abbandono di trovarsi gettati in prima linea senza munizioni. Significava sopravvivere .

 Esistono sicuramente anche i furbi, coloro che evadono tutto. Così come esistono i ladri e i sognatori, gli assassini e gli stupratori. La macchina della propaganda però promuove battaglie retoriche, molto più facili e più convenienti, ancora una volta per allontanare il dialogo dalle responsabilità di tutti.

9 novembre 2011

 

 


 

A spasso col cartello

Complimenti.

Testimoniare è un diritto e a volte un obbligo.

Espressione creativa, siamo tutti un po’ artisti in cerca di un pubblico, come anche noi, scrittori a tempo alterno.

Osservando questo impiego di energie aposentade, provo un moto di invidia. Da ragazzo pregavo: datemi un ideale per cui combattere, non uno in cui credere.

Così la vis anela a un campo, un avversario, un rullare di tamburi, forse uno scoppio di spingarde. Non sono mai stato un rivoluzionario, ma l’idea di esibire la propria posizione, di fronte a una necessità sociale, non mi lascia indifferente, anche se a rischio di un esagero di virtù. Mi piacerebbe fare un elenco di temi da esibire nei cartelli, del tenore: “La chiesa non guardi al bruscolino nell’occhio altrui, ma alla propria trave”. Poi: “Servizio televisivo schierato, pagato dalla comunità, non è diritto di informazione o di critica!”. O anche: “Basta diritti acquisiti della casta, ma anche dei sindacati, degli Albi, delle Commissioni, delle Autority, delle comunità  e dei singoli”. Terminando con un sibillino: “La società civile è indignata: peccato che non esista”

Poi però mi sembra che questo rischi di diventare come il mio sito, un Luna Park un po’ zeppo. O come il mio libro, traboccante di gusti.

Che ci posso fare, se cerco di respirare due volte al secondo, inseguendo un tempo che scorre troppo veloce per una vita sola?

max - 7 oct 011

 

 

 

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Quando viene a galla un problema, è meglio affrontarlo piuttosto che tergiversare o nascondersi

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