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Londra, 30 anni dopo

(forse addirittura quaranta...)

 

 

   A sedici anni Londra mi sembrava più grande, più antica e piena di fascino, coi suoi indizi di era tecnologica e commerciale, le prime catene di Wimpy bar col profumo di english breakfast e uova sode, le fette di pane a cassetta tostato col burro nelle griglie elettriche unte di briciole, il complicato sistema dodecimale dei resti, i bus a due piani sui quali si saliva in corsa.

I 45 giri flaccidi mi riempivano l'immaginazione di motivetti impettiti come i cavalli nel cambio della guardia, riflessi dell'impero e magiche evocazioni che non erano solo pietre, ma profumo coloniale senza imbarazzo, stile aggrappato ad un percorso contromano rispetto al resto del mondo.

Le tombe storiche di Westminter Abbey, il simbolico scoccare del Big Ben sul Tamigi, Piccadilly Circus zeppa dei primi punk dalle creste multicolori, Oxford Street e l'esclusiva Bond Street, i mercati dell'elettronica di Tottenham Court, il caos multietnico di Portobello Road, gli speakers demenziali in piedi sopra una cassetta a Hyde Park, i pub in legno unti di nebbia al profumo di carbone, i taxi neri sui quali si poteva salire senza togliersi la bombetta. E poi le direzione contromano della circolazione, che ti obbliga a guardare sempre dalla parte opposta rispetto a quella a cui sei abituato. Non serve a nulla, perché dopo quindici giorni ci hai fatto il callo e ricominci a guardare istintivamente al nuovo contrario, e così ti arrotano...

   Oggi sono un po' cresciuto, e la città mi si è rimpicciolita, le strade sembrano una Madrid o una Parigi qualsiasi, se non fosse per i taxi neri che assomigliano ancora a quelli antichi e le cabine del telefono, che a volte sono ancora quelle dell'epoca, anche se servono ormai solo a farci capolino per una  foto. I pub sono ancora pieni dopo le 5, ma meno pacati; puoi confidare a dei ragazzi che sei tornato dopo 30 anni e ti guarderanno senza capire: loro sono arrivati dall'Ungheria il mese scorso.

Nelle vie residenziali di Kensington e Gloucester sfrecciano Ferrari e Maserati, Bentley e Slr, ma l'inverno prometterà scioperi a Natale, esattamente come da noi. Solo Earls Street mi accarezza con umane lavandery a jeton pachistane, sale vittoriane dove gustare un piatto di fish & chips innaffiato da una pinta di london pride, le agenzie di viaggi con biglietti round-the-world, trattorie italiane da Benito, facciate in legno e mattoni, in bilico fra restauro e resistenza. 

 

Good bye Londra, eri un brivido e un romanzo, come il pollo rosso al ristorante Tandoori con la nonna che si spacciava per russa, il cugino Dennis sposato con una rumena con figlio che gli rubò ciò che alla prima moglie era riuscito a nascondere, il fratello Douglas che riusciva a parlare solo a denti stretti ed io dopo una pinta di birra a temperatura ambiente capivo tutto come se fosse la mia prima lingua, e rispondevo sui temi di politica economica.

Wimbledon entrava nel treno, la mia sterlina giornaliera mi permetteva di arrivare fino ai confini della città e ritornare a piedi zigzagando attraverso i sordidi docks del Tamigi.

Ci ritornai nemmeno diec'anni dopo, per una rapida visita alla mostra nautica, sommerso da giacconi Henry Lloyd, winch e saponi per lavarsi in acqua salata. Lo stile british mi seguì fin nelle vestigia del castello di Kandy, all'interno delle piantagioni di tè di Sri Lanka, dove un nero in livrea bianca continuava a servire tè in guanti bianchi e fette biscottate in una rastrelliera d'argento...

Oggi a Londra studia mio figlio, disciplina e determinazione pari solo alla mia confusa sete di conoscenza.

Quale emozione marchierà le mie memorie?

You guess...

 

 

 

 

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