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avventure di viaggio

 

 

Uruguay

 

       Conobbi l’Uruguay nel novembre 2002.

      Lasciai le bistecche argentine a prezzo scontato e i locali di tango de quartieri brulicanti di Buenos Aires e mi imbarcai verso l'altra sponda del fiume. Sbarcai a Colonia, un villaggio turistico pieno di casupole in sasso.

 

      Adoro il Sudamerica dimenticato dai telegiornali, l’Asia nascosta fra i paraventi di dimensioni parallele e l'Africa nera, anzi il concetto di mistero esclusivo, ciò che va oltre la brezza dei venti che lambiscono le dune del deserto al tramonto, oltre l'anonimato di una vecchia casa di roccia affacciata sulla foce uruguayana del Rio de la Plata, oltre le lucenti gioie delle spiagge gremite, dietro i sorrisi, i sogni disponibili, i corpi in vendita. Cerco il perché io stesso sia frettoloso nel desiderio, la radice del giudizio razziale nel Gps morale del considerarsi giusti. Una crociata identitaria ignorante e perenne, scusata e riavviata a ogni levata di scudi, a ogni chiamata a coorte del chi siamo noi, dei meglio e del peggio, del ma guarda e del non ammetto. I xe tutti matti, facile sputare in faccia alla fragilità sottratta che chiede all'individuo sempre di scegliere fra la protezione di un gruppo locale e i dubbi del sopravvivere con i propri sogni e dolori. Amo i paesi ebbri di sonno, colorati nella vita popolare anche se tecnologicamente sfigati. Amo guardare fin dove s’è spinto un uomo che vive nella sua città, a contatto con tradizioni e stimoli che riconosce appartenenti alla propria comunità.  Sfuggo Tenerife e Sharm el Sheik come la peste, i luna park recenti che vendono un esotismo a basso prezzo, e nessuna identità culturale. I taxisti immigrati non sanno dare spiegazioni, i baristi non parlano la lingua locale, le tradizionali tazze stampate son tutte prodotte a Shangai. È per questo che avevo preferito l’Argentina e l’Uruguay.

     E proprio vedendo come vivono le persone nei paesi meno sviluppati, mi sembra che al di là delle possibilità nominali di spesa noi siamo di gran lunga un po' più di tutto. Più ricchi dei poveri, più nervosi dei calmi, più ansiosi, più critici, più legati alle abitudini fino a non poterne fare a meno, pena squalifica a vita. Un tempo la gente sognava l'isola deserta per sfuggire agli obblighi.  Oggi sogna le vacanze esotiche per rituffarsi in un fiume di povertà relativa e tanta allegra semplicità. Insomma. In Uruguay non ho visto morti di fame seppure ho visto la gente raccattare allegramente lattine e cartoni.  In Uruguay ho visto la gente seduta ad osservare i negozi vuoti mentre bevevano il loro rituale calumet di mate, la bibita immancabile un tè dalle virtuose proprietà energetiche, succhiata da un guscio di noce di cocco attraverso una cannuccia di ferro a buchi. Dentro ci sono le foglie di mate, su cui si versa l’acqua bollente, e avanti coi rabbocchi per tutta la giornata. Una cosa la fa davvero: fa passare il tempo. Osservano la fiumana di turisti, osservano le ombre delle case spostarsi lentamente sui selciati, sulle strade di terra, con la cannula di ferro intrisa nella boccia di mate. Cosa cambia per loro? Molto cambia per noi. Soprattutto per gli articolisti dei giornali a sensazione, i drammatici resoconti televisivi. In mezzo alla tranquillità modesta si incontrano solo sorrisi. I ragazzi vogliono conoscere lo straniero, sentire come si vive laggiù, nel primeiro mundo, come se noi fossimo l’America, come se tutti fossero l’America, quella del Nord.

 

Mi sono lasciato trasportare nei balli e nelle feste, nella disponibilità a parlare e conoscere, nelle bevute in riva all’acqua nera, nelle spiagge di Playa de Leste stracolme di gente che aspetta ancora che i paesi ricchi inventino qualche nuova diavoleria.

 

 

 

 

 

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