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colori della baia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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auberge Amira

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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corni di gazzella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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tramonto sui tetti di Sosse

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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bar della medina a Mahdia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

altre foto Tunisia

 

 

viaggi  - Tunisia 4

 

 

Il mare invernale di Sousse

 

 

Sousse

Lascio Hammameth con il rimpianto di non aver scelto la stagione giusta per gustarla. Se  così non è, c’è da preoccuparsi. 

 I louage per Sousse partono dalla zona ovest, devo prendere un taxi. Percorro la strada costiera dove si trovano i resort più moderni, a bordo strada sono numerosi gli edifici con negozi, bar e pizzerie. Arrivo al mercato che in molte città spesso si trova vicino ai punti di imbarco di autobus e taxi, punto di smistamento dei louages per il sud. Questa volta sono fortunato, il mio furgone parte dopo solo due minuti dal mio arrivo. Alla fine ho pagato più per fare tre chilometri col taxi che per gli 80 chilometri fino a Sousse. Taxi 5, louage 5,6.  Le strade sono belle, il cielo terso.

 

 

Attraverso campi aridi, montagnole spellate, vallate con cespugli e capre.

La città di Sousse appare più grande, dispersiva, all’esterno strade polverose e edifici da sobborgo, ogni tanto il solito bar. Dalla fermata dei louages a piedi dopo un chilometro si arriva al centro. Prima le mura si stagliano maestose bucate dalle porte della Medina. Trovo abbastanza facilmente l’hotel Emira, o Amira. 15dt la notte per una persona, cioè 7 euro, la stanza appare onorevole, anche se il bagno funziona a metà e la copertura del vater si asporta. Faccio cambiare le lenzuola e la donna si scusa e non accetta il mio dinaro di mancia. D’altra parte sono stato io ad arrivare presto, verso le 11.30.

 

mercato degli uccelli davanti alla medina

Il centro è vivo, turistico ma fuori stagione, tutto sommato più fervente di Hammamet. Si respira aria di Tunisia vera, più a sud si scende. Fa anche un po’ più caldo. Le facce sorridono indaffarate.

La spiaggia ha un bel mare cobalto, ma gli scheletri degli hotel dicono male sull’andamento degli affari post rivoluzione. I malumori sono evidenti nelle frange dei salafiti, che scaldano gli animi e cercano la rivalsa verso una società moderata, a loro dire rea di fare da sponda ai colonialisti infedeli europei. Un giorno si sentono notizie di una esplosione al mercato, ad opera di salafiti infiltrati dalla Somalia.

Il mio solito chapati con coca in un fast food viene 2,5. Se replicassi anche alla sera senza sbandate gastronomiche, la mia giornata, fra taxi, hotel e pasti verrebbe a costare 8 euro; mi piace fare di tutto per sottopormi al budget travel, come capita alla maggior parte degli escursionisti internazionali. Poi invece mi perdo in un desiderio di te alla menta. Avevo scorto venditori di strada con la teiera, sul giardinetto davanti alla porta Beb Jdid della medina, dal lato che guarda la spiaggia. Ma tornando indietro non lo vedo più e così mi tocca un gruppetto di giovinastri con teiera di caffè forte. Ovviamente dargli una moneta da 1 dinaro, per quanto sovrabbondante, non ti copre dalla loro astuzia di parlarsi in arabo ridendo, per poi intascarsela. Per dimostrare che ne avevo anche di minori, credo bastassero 10 centesimi, apro la mano mostrando varie monete. Come fosse un’offerta di caramello, il ragazzo me ne prende un’altra da un dinaro, poi va a cambiarla e me ne restituisce mezza. Hanno scarpe da tennis datate ma alla moda, jeans stretti, maglioni usati, facce che sembrano sporche anche se lavate. Seduto al loro invito sul bordo dell’aiuola, sorseggio il denso liquido ma comincio a chiedermi da dove provenga l’acqua e se sia consigliabile a un turista dall’intestino snob. Ho mangiato di tutto in giro per il mondo, ma adesso non è la fame o la sete a spingermi, ma la curiosità, il desiderio di fondermi con l’ambiente, di avvicinarmi alla vita locale il più possibile, attraverso i suoi riti giornalieri. Poi lìacqua bollita non dovrebbe dar problemi. Scambiamo poche battute in francese e qualche espressione gergale in arabo. Una vecchietta chiede un caffè e paga 20 centesimi. Appurato che mi han fregato ben bene sul prezzo, decido che ho imparato abbastanza. Troppo forte per me, mi scuso abbandonandoli.

Mi voglio rifare con un dolce locale, il corno di gazelle mielato. Ma anche qui ohibò non sapere il prezzo è un limite. Dalla mia mano il venditore raccoglie ciò che vuole senza alcuna remora. Sono l’ospite d’onore alla festa degli allocchi, ma non c’è modo per imparare se non passare attraverso la sperimentazione diretta, la sofferenza, la prima scottatura sul campo. Ho comunque scoperto che i più affidabili e onesti sono i musulmani veri, quelli integralisti, che vestono la tunica afghana. Dicono il prezzo giusto, consigliano bene, danno il resto corretto, se sbagli ti inseguono e ti restituiscono il di più. La tecnica nei paesi arabi è sempre quello di gettare un’occhiata distratta alla bancarella senza soffermarsi troppo, altrimenti il venditore si allerta e inizia a sfoderare la sua arte consumata, potenziata dalla consapevolezza che se ti lascia andare senza averti venduto qualcosa stasera mangerà di magro. Sfuggo a un venditore di tuniche, a quello delle babbucce, scanso con difficoltà un ragazzino in ghingheri con un falco sul braccio. “Un foto, un foto!” L’ultima volta che ho accettato, a Sidi Bou Said, affiancato da due turisti taiwanesi, ho dovuto baruffare. Il ragazzino pretendeva 100 dinar, 50 euro. Poi ha ripiegato su 10 dinar a foto. Gli ho cacciato in mano cinque dinari smoccolando le peggiori insolenze arabe del mio repertorio.

 

 

Osservo tutto in un’altalena di calore, sole e venticello fresco. Mi inoltro nelle viuzze semideserte della Medina, resisto alle profferte dei negozianti, fotografo le moschee, calco le pietre levigate dei viottoli che si perdono in un dedalo di serrande, porte, targhe e minareti. Scopro punti di ristoro suggeriti dalla Lonely Planet scaricata sullo smartphone. La sensazione è che ci sia sempre molto poco da fare, se non camminare col naso all’insù, o sedersi come al solito in un bar a prendere l’immancabile caffè. Il te alla menta al bar della Port des Martyrs è decoroso, i tavolini sono rivolti al marciapiede e le sedie pure. Sugli angoli campeggiano alcune lampade in ferro battuto, all’imbrunire le candele mandano suggestivi raggi tremolanti. Osservo la torre della moschea e cerco il respiro delle Mille e una Notte, nonostante il caos sia più da Ali Babà e i Quaranta Ladroni. Una buona ora in compagnia del mio ebook accompagnando il via vai colorato, il vociare e gli strilli; per té con teiera pago 2,5. Sorrido sfuggendo al bimbo col falco e mi intrufolo in un negozietto il più dimesso possibile. Compro un asciugamano per 5dr, da usare domattina all’hammam, altra meta irrinunciabile in ogni città magrebina. Per cena mi accontento di una fetta di torta libanese ai pinoli e succo di kiwi nel tendone verde di fronte al teatro, dal nome teutonico che fa Braunsweig.  2,5 dinari la mia cena. Ed è serata di lettura in camera. Qui col freddo non sembra succedere niente.

Poca vita in questo periodo, siamo anche nell’immediato dopo-rivoluzione e tutti si lamentano dell’assenza di turismo, delle aspettative un po’ sgangherate. Inizia la solita tiritera dell’antipolitica, è chiaro che la corsa alla libertà si affronta con un entusiasmo che non dice ciò che c’è dopo. E adesso? In strada circolano solo le persone che lavorano, visitatori scarsi, i ragazzi che incrocio sono tutti graffiati, magri e male in arnese, come anche i gatti d’altra parte. Comunque alle 20.30  è già tutto morto. Se in Brasile la notte mi sento comunque eccitato e contento e sempre al centro della festa, qui mi sento immerso in solitudine e abbandono, certamente a causa della stagione fredda e sbagliata, ma anche della lingua.

 

 

Secondo giorno a Susa. Un bar sullo struscio principale turistico prende 4 dt per una birra da mezzo. Sono 1,8 euro, di fronte il sole tramonta sulle mura della Medina. Il garzone mi indica un tavolo in terza fila, quasi nascosto fra la porta e un muricciolo, da dove non si vede la strada. Io cerco un tavolo lontano dai fumatori, quinti fronte strada, ma poi il cameriere mi chiede di spostarmi: non vuole che la birra si veda pubblicamente. Del turismo cerca ai soldi, del suo paese la faccia.

Il lungomare è veramente lungo, si notano dei locali italiani, sul marciapiede mi passano accanto tre energumeni di mezzetà dall’accento meridionale. Li avvicino e domando se sono stanziali, se mi possono dare un’idea di com’è la vita qui: mi guardano con sospetto e si allontanano bofonchiando nel loro dialetto. Mafiosi o evasori fiscali? Sulla spiaggia alcuni ombrelloni con la testa di paglia servono per delle foto. Il vento è troppo fresco per pensare di starsene e a prendere il sole. In spiaggia solo qualche coppia che si fa le foto. Il mare è di un bel blu cobalto. Lungo la avenu Bourguiba, fra il Theatre Municipal e il Souse Palace qualche ragazzo dal bar ti ispeziona e ti interroga.

L’uomo dell’hotel dice che la sera non c’è pericolo a girare da soli nella Medina ma io comunque all’imbrunire cammino dando le spalle ai riflettori per guardare se qualche ombra sospetta si allunga dietro di me...

 

 

Di sera non c’è comunque nulla da fare, se non ti sei gettato in una pizzeria o in un ristorante italiano a bere con amici ascoltando canzoni degli anni sessanta.  Ripiego stoicamente nella mia stanza d’albergo, sotto le coperte col mio ebook in mano. Non si direbbe che i viaggio uno legga tanto, io mi ci dedico almeno tre ore al giorno. Tunisini di m...  Anche con la porta della camera chiusa, ti si riempiono i polmoni della puzza del loro sigarette. Quando non hanno niente da fare, cioè sempre, loro si fanno un caffè o una cicca, o entrambi. Diciamo se un caffè con dieci cicche. Per uno come me, idrofobo nei confronti del fumo, è una lotta continua. Alla fine, dopo aver messo carta igienica sotto la porta, aperto la finestra sul terrazzino gelato e imprecato a sufficienza, scopro che le esalazioni infernali provengono dagli sfiati del bagno, e basta chiudere la porta per smettere di tossire e imprecare. L’odore comunque inizia la mattina presto sulle scale, per strada, nei bar e nei centri commerciali. Questi vivono di caffè, sigarette e salsa harissa.

 

 

La nuova mattina giro, giro e finalmente trovo un centro Internet con dei computer che mi servono per ridurre i miei files fotografici di camera e smartphone, fare le copie su pen drive, e ricaricare l’ebook. Oltre a camminare, a glissare quando un uomo sul calesse ti propone un giro, non c’è impennata dell’essere. Decido per qualche rapida escursione. Ci sarebbe da visitare Mahdia. Devo cercare un taxi che mi porti alla gare du louage, ma nessuno si ferma. Quindi decido di andarci a piedi. Arrivo in venti minuti, dentro al magazzino decine di furgoni carichi di gente e bagagli, gli autisti che gridano le destinazioni. Trovo la mia, pago 4,1dr alla finestra della biglietteria, parto in 2min.

Come sempre fuori dalle stazioni ci fermano poliziotti in borghese muniti di w-talkie che controllano i documenti alla gente, per vedere chi va dove, quando vedono che sono uno straniero mi dicono che i miei non li vogliono controllare. E’ un modo per tenere in pugno la situazione interna.

Agli angoli delle strade, appena usciti dalla città, sabbia e polvere, pietre e capre. Raramente un lungo cespuglio di cactus, con fichi d’india dalla bocca rossa. Siamo pigiati in otto dentro il louage, sempre in otto, prima non parte. Qualcuno ha dietro le valigie, ma le borse in mano, una vecchia tiene fra le gambe una cesta piena di ortaggi che non si fida a lasciare assieme ai bagagli rinfusi. I due finestrini anteriori sono aperti in una fessura di dieci centimetri, sufficienti per l’andatura fresca sotto il sole, ancora non arroventato nonostante il cielo terso; la luce sembra un faro bianco solo al dilà della nostra cabina di latta. Gli sguardi dei passeggeri sono in pause segrete. Anche io mi perdo in speranze da turista, caute prospezioni, voli occidentali.

I miei pensieri scivolano fra le stanghette degli occhiali, lungo il collo fino al giubbino di tela rossa, poi sul sedile e giù fino al pavimento polveroso del furgone. Ora ricordo improvvisamente qual è il piacere del viaggiare alla ventura., è che non hai nessun problema normale,  non devi pagare le bollette, non devi preoccuparti della vita reale, devi solo camminare e guardare, tutto ti è estraneo fuorché la sorpresa.

Mahdia è vuota, una medina quasi europea su selciati robusti di pietra con negozietti aperti ma nessuno in strada. Il famoso Bar Sidi sulla scogliera è in preda al vento, così come i due avventori e i sei camerieri. Dà l’idea del mare d’inverno. Giro un poco, dedico un tempo spropositato al cimitero sulle pendici della collina, scarpino verso il centro in seguito da rari sguardi locali, un cavallo non mi degna di uno sbuffo. Solo il bar Medina mi rimane da vedere. Struttura importante, salette arredate ovunque, bella vista dalla terrazza. Tre pianti, due terrazze, dieci sale addobbate di pelli e tappeti e piatti di rame battuto, un cliente, un cameriere. Una tv al plasma racconta cose ovvie e noiose anche per chi le capisce. Vale la pena prendere una crepe e un Jus d’orange al doppio del prezzo corrente. Ma alla fine sono comunque solo 8,0 dinars.

 

 

Sarà la dimensione ristretta della città, ma i taxi dal louage al centro pretendono 3dr fissi per un viaggio da 1. Andarci a piedi mi avrebbe fatto utilizzare meglio il tempo.

Nel ritorno getto lo sguardo ai piccoli centri che incrociamo, leggo le targhe, mi ripeto le frasi che capisco. A Sidi Bennur un cartello propone “belle quincallierie”.

Ennesima notte con lettura in hotel, con tutte le fessure ermeticamente chiuse, lettura a tenuta stagna. L’incertezza sospinge i miei piani verso sud. Avrei pianificato più giorni a Sousse, base importante per gli europei in Tunisia, ma scelgo di continuare. Errori da tenere a mente: pagare la birra grande con una banconota da 10 dt e aspettare invano il resto dal cameriere; oppure chiedere una bottiglietta d’acqua al venditore di strada senza aver chiesto prima il prezzo, così lui intanto ti chiede di dove sei, qualsiasi luogo tu venga lui ha una pantomima, un gergo una battuta, e così, forse in virtù dello spettacolo elargito, ti inchiappetta il doppio…

 

 

 

4 - continua in Tunisia 5 - El Jem

 

novembre-dicembre 2013

 

 

qui l'inizio del reportage    Tunisia 1

 

 

Tunisi  -  Bizerte  -  Chartage  -  Sidi Bou Said

Hammameth  -  Sousse  -  Mahdia  -  El Jem

Sfax  -  Kairouan  -  Gafza

Tozeur  -  Nefta  -  Taleb Larbi

Douz  -  Matmata  -  Tataouine

Medenine  -  Tiji  -  Jerba  -  Gabes

 

 

Visitare Marrakech

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     1 - Tunisi e rivoluzione

     2 - Cartagine e Sidi Bou Said

     3 - Hammameth davvero?

     4 - Il mare di Sousse

     5 - Il Colosseo di El Jem

     6 - Tozeur e Nefta

     7 - Douz la port du desert

     8 - Matmata troglodita

     9 - Jerba europea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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