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luci della baia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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altre foto Tunisia

 

 

viaggi  - Tunisia 3

 

 

Che c'è di vero ad Hamameth?

 

 

Hamameth

I taxi collettivi provenienti da Sousse, chiamati louages, ti scaricano sempre in una strada secondaria, se non sei pratico poi vieni risucchiato dai taxi privati per coprire gli ultimi metri che ti separano dal centro. In questo caso mi è venuto utile lo smarthphone e la scheda telefonica locale, (ottima la Tunisiana) con la quale ho effettuato l'accesso su Google Maps, capendo dove mi trovavo e che strada percorrere per arrivare alla piazza principale.

La Hamameth turistica è divisa in due parti, l'area a ridosso della Medina, con le alte mura della casbah che la contiene e la zona balneare propriamente detta, dove sono allocati i maggiori hotel e resort. Ai confini delle aree turistiche si dipartono le vie frequentate dai locali, sempre rispettosi della privacy e della sicurezza degli stranieri portatori di valuta pregiata.

Fuori stagione il movimento è un po' scarso, ma le giornate limpide sono comunque piacevoli. Stranieri e locali si siedono ai bar di strada per un caffè, mentre la sera una Brasserie o un bar chiuso e fumoso permettono con discrezione di farsi una birra. Nel tardo pomeriggio del venerdì è facile anche scorgere file di ragazzi che vanno ad approvvigionarsi di alcolici in un portone a fianco del supermercato, che poco dopo chiude i battenti.  

 

Mare, colori, barche. Sole e vento. Freddo la sera. E soprattutto niente da fare. Mi sembra di essere l'unico turista in un villaggio turistico. I gaçon dei ristoranti mi sorridono e mi offrono i loro piatti speciali. Giro le strade per sincerarmi che qui non sia solo una Bibione d'inverno. Per fortuna ci sono piccole strade con piccoli negozi locali. Niente in confronto di Tunisi, ovviamente. Ma dopo un ciabattino, un venditore di gabbie per galline e uno di sementi, mi imbatto in un negozio di tessuti che si ricicla giornalmente in scuola Coranica serale. Mi soffermo sulla porta, le teste non si girano. Alla fine il mullah mi fa cenno di entrare e mi saluta amichevolmente, innescando una serie di luoghi comuni religiosi ai quali io rispondo solo fino al punto che non mi faccia entrare a diritto nell'islamismo. Peccato non aver portato una telecamera spia. Poi getto l'occhio sugli sguardi delle altre persone sedute, jallabah fino ai polpacci e capo coperto, e capisco che la mia è stata una scelta prudente. Socializzare ma non farsi beffe, gentilezza ma non sincerità, quella la riservano ai propri pari. Se c'è una cosa che capisci viaggiando, è che sei tollerato ma mai accettato fino in fondo.

Hamameth è famosa in Italia per essere stata l'ultima città ad aver ospitato Craxi. Anche chi non lo amava non troverà spiacevole una visita al cimitero cristiano che conserva la sua tomba, piccola e pulita, con il custode che vi racconterà alcune chicche curiose.

 

Poi non può mancare una cena da Chez Anchour, forse il migliore locale della città, una atmosfera da osteria di lusso, anche se dentro vi toccherà sorbire il solito vecchio che fuma vicino a te dopo mangiato, tenendo la sigaretta lontano dalla sua faccia ma vicino alla tua, che devi ancora mangiare.

Gli strascichi dell'influenza francese li trovi nelle baguette, immancabili e non sempre ne vale la pena, da sodomizzare almeno con la piccantissima salsa harissa, tonno e olive come aperitivo.

Non sono un mangione. Inoltre da questo viaggio in Tunisia desidero ottenere anche meno attenzione per il cibo, più camminate per le città assolate  e meno obblighi gastronomici, insomma meno pancia. Cerco di prendere due piccioni con un'unica sassata: provare il pesce di un buon ristorante e la pasta tunisina, per scoprire se è un vero sostituto di quella italiana. Opto per uno scoglio. Pessima scelta. Le cozze sono scarne. Mi vien da pensare che i tunisini caghino poco.

Domando del Rais, un cameriere un po' troppo impegnato nella lotta di liberazione tunisina tanto da aver legami con gli insorti. Il padrone non lo vede di buon occhio, o forse non vuole che gli rovini la reputazione, quindi mi dice che stasera non c'è, ma io sospetto che sia quello con la coda di cavallo.

Da come mi sbattono la porta dietro, non han gradito che abbia lasciato solo il 10 per cento di mancia.

 

Quindi il primo giorno annoto questo bilancio: Hotel Hamilton 25 dinar, Chez Achour 31 piu 3 di mancia, té panino e succo al Sidi Sou Hdid 9. Birra al Brasserie 3,50. Ma niente altro di interessante, i giovani locali non alzano la testa, non c'è nessuno che ti chiede da dove vieni come ti chiami e cosa vuoi, come in Marocco. Solo qualche venditore di torrone e qualche misero venditore di souvenir nella medina cercano di accalappiarti e di prenderti come ostaggio per risolvere il bilancio della giornata. Nelle strade localizzo pochissimi ristoranti locali, spero di provarne uno, dopo la meravigliosa esperienza durante la visita al Colosseo di Jem. In definitiva molto fumo e poco arrosto, in questa Hammamet fuori stagione.

 

Capito che non c'é altro da fare che leggere la guida e il mio ebook, le mie giornate arrancano fra un te alla menta al Bou Hdid, un dinaro, l'acquisto di un tamburo in terracotta dal vecchietto che girava cantando "an-dinàr" (un altro dinaro), poi col sole allo zenit faccio su e giù tre volte per il centro cercando ispirazione per il pranzo. Ristoranti turistici no, forse un chapati verso il centro, alla fine non mi resta che prendere il sole in un fast food che non ha pesce perché non è giornata, finendo sul pollo e patatine, con relativa salsina piccante e pane. Mi affiancano anche verdura fresca nonostante il mio terrorizzato diniego.

Dopo il jusdoranje e il te offerto pago 7,50 più due monetine di mancia. Il sole brucia la mia guancia sinistra, e siamo al 23 novembre. Rimango a leggere.

 

Un ragazzo di avvicina a un'auto di turisti che parcheggia e chiede se va bene che lui la tenga d'occhio. Vede che lo controllo, dopo due sguardi mi fa segno che vorrebbe una sigaretta. Gli passo avanti e gli dico che non fumo. Mi comanda se sono francese. No, italiano. Ho voglia di comunicare. Mi chiede un dinar. Glielo do. Ha solo una maglia scura, il viso sporco, due occhi vivaci. Fatti due metri un altro ragazzo, più grande  con vestiti colorati, alla moda, mi chiede se ho da accendere. Rispondo che non fumo. Mi chiede se sono francese, no. Italiano. Lo vedo avvicinarsi all'altro male in arnese. Forse gli soffia il mio dinaro.

Qui anche se non fumi conviene avere in tasca sigarette e accendino, almeno per iniziare una discussione, altrimenti che fai? Torni in hotel a guardare i dialoghi in arabo?

Finora la cosa che mi è servita di più è stata il burro-cacao e la batteria di riserva del cellulare. Se non parliamo dell'abbigliamento pesante, perché stranamente questo novembre assolato porta un vento un po' troppo fresco per le mie aspettative. Anche per le loro, scopro.

Alle sette e mezza di sera, ripassando sul corso, lo stesso ragazzo parcheggiatore mi domanda se ho una donna e poi se voglio fare l'amore. Passo. In alternativa mi chiede se gli do qualche moneta perché non ha ancora mangiato. Mio fratello voleva dire qualcosa? Sarebbe l'altro compare. Tu hai qualcosa che vuoi dire? Direi di no, mi basta

 All'angolo la porta che confina col supermercato vende superalcolici a una fila segnata da transenne di ferro, i ragazzi del sabato sera fanno la fila per comprarsi la loro idea di libertà del fine settimana.

 

Mangio, bevo e prendo nota di ogni prezzo. Una tipica birra locale, la famigerata Celta da 320 ml. costa 3,5 al Brasserie e 2,5 al bar dell'angolo, dove uomini dall'età indefinita, ma dal volto segnato dal sole, collezionano decine di bottiglie davanti a loro, nella fumosa privacy dell'unico bar con le porte chiuse, che non si cura di curiosare o di esporsi agli sguardi della strada. I camerieri e il proprietario girano sorridenti e allucinati fra i tavoli affollati, con una soddisfazione che il profeta non approverebbe.

Un Makloub 3 dinar, pizza piccola 2,5, chapati 2. Anche gli altri parcheggiatori hanno saputo ceh gironzolo da solo e mi avvicinano chiedendo sfacciati un dinar. Forse potrei pagare, come in Giappone, per parlare. Eppure mi affascina affacciarmi a mondi che non conosco, a finestre che danno su cortili inattesi. Che siano insicuri, provocanti o solamente sporchi non importa. Io vivo vite che non ho mai vissuto. Molte, incessante.

 

Alle 21,30 si alza il vento e tutti i locali chiudono. Per strada  un ragazzo alla moda si scambia insistente uno sguardo. Presto mi metto a letto, sotto le caldi pelli dell'Hamilton Hotel. E' sabato, sono solo le 21:55 e per la prima volta non prendo rimedio per la gola.

 

 

3 - continua in  Tunisia 4 - Sousse

 

novembre-dicembre 2013

 

 

qui l'inizio del reportage    Tunisia 1

 

 

Tunisi  -  Bizerte  -  Chartage  -  Sidi Bou Said

Hammameth  -  Sousse  -  Mahdia  -  El Jem

Sfax  -  Kairouan  -  Gafza

Tozeur  -  Nefta  -  Taleb Larbi

Douz  -  Matmata  -  Tataouine

Medenine  -  Tiji  -  Jerba  -  Gabes

 

 

Visitare Marrakech

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     1 - Tunisi e rivoluzione

     2 - Cartagine e Sidi Bou Said

     3 - Hammameth davvero?

     4 - Il mare di Sousse

     5 - Il Colosseo di El Jem

     6 - Tozeur e Nefta

     7 - Douz la port du desert

     8 - Matmata troglodita

     9 - Jerba europea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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