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il deserto a Douz

 

 

 

 

 

 

 

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strade di Douz

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La Port du Desert

 

 

 

 

 

 

 

 

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hotel El Habib

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

altre foto Tunisia

 

 

viaggi - tunisia

 

 

Douz la porte du Desert

 

faccia da dromedario

 

Sono stanco di camminare fra case deserte, strade deserte, ma soprattutto di dormire senza sogni. Non c'è verso, la Tunisia è bella, ma con il ritmo della vita europea a cui siamo abituati, devi sbrigartela in una settimana al massimo. Se ti metti a cincischiare per un mese, in attesa di scoprire qualcosa nel silenzio, nella solitudine o in te stesso, finisci per dimenticarti anche cosa stavi cercando. Boh, può darsi che abbia un piglio poco deciso. Sono pronto a dare una svolta alla mia avventura e cambiare città per la quattordicesima volta.

L'attesa per il louage stavolta non è veloce. Anche il costo, 11dt. è proporzionato alla distanza della meta.  Nel mio indomito girovagare col rischio di smarrirmi, ho trovato una strada diretta che attraversa le case popolari ma lascia fuori il centro turistico, risparmiandomi di incrociare il distributore di carburante in bottiglie dove il guardiano di turno mi chede se ho una sigaretta, i ragazzi che vogliono farmi da guida a tutti i costi con o senza auto, con o senza patente, con o senza meta. E soprattutto l'agenzia che vuole vendermi a prezzo esaltato le escursioni da turista, per luoghi ameni e ovviamente deserti. E poichè sono l'unico europeo che passeggia per le vie, mi aspetta sempre eccitato sul marciapiede.

Il movimento nelle calli vive mi rianima: respiro finalmente le battute della quotidianità, le urla, qualche pigolare di motorino, spezzoni di sgaloppate in arabo scambiate fra crocchi di persone perbene che hanno scoperto che anche lì la politica è improvvisamente diventata un affare. Apprezzo i mercatini minuscoli, i negozi della dimensione di mezzo garage, la mercanzia senza pretese ma dimensionata alle necessità del circondario. Nessuno spreco e nessuna miseria, solo frotte di popolo intento a far sembrare interessante quel minimo di abitudini che ripete giornalmente. La moda dei ragazzini sembra focalizzata sulle scarpe rosse.

 

 

La stazione dei louages è immersa in una luce velata di fumo, la strada stretta è divisa fra venditori di dolci, verdura, auto parcheggiate, madri nascoste dal saio, ragazzi sfrontati in motorino, vecchi col bastone e le ciabatte. Sono l'unico infedele, nascosto nel mio giaccone rosso fuoco, occhiali e fez maghrebino. Bilii, Bilii, Bilii recita il buttadentro. Attraversando il lago salato dovremmo arrivare a Kebili, cambiando poi per Douz. Aspetto fiducioso. Dopo mezz'ora entrano altri due nel furgone.

I giovani tunisini sono carini a volte, con inattesi sguardi nocciola, capelli fluenti, ma nel complesso meno attraenti a prima vista dei loro coetanei brasiliani. Meno tropici, non so, più polvere. Hanno meno muscoli in vista, la pelle più rovinata, strisciata, con un'idea di sporco perenne. Le occhiate sono gettate più di nascosto, consce della protezione che gode il turista, in generale l'atteggiamento è meno provocante anche se qualcuno continua a fissarti con un che di sfida. Hanno modi più duri, forse grazie alla loro dieta secca, concentrata. I prodotti sono buoni, mangiano meno grassi dei brasiliani, in compenso la cultura islamica produce un controllo diffuso sui comportamenti, per cui tutti hanno un'idea del sesso più ansiosa, rubata, affamata. Per il brasiliano è la norma quindi finisce presto quasi per stancarsi. Per un arabo è una conquista sofferta, pregna dell'inevitabile fame.

A un’ora dalla partenza e l'autista accende il motore.

 

 

Douz, 1 dicembre

Passando per i villaggi che da Tozeur portano a Kebili, le facce finiscono per assomigliarsi, perdono l'asprezza della lotta cittadina, dei fumi e dello stress. I sorrisi sono meno tesi, che ci sia qualcosa d'altro al di fuori di quel mito della competizione poco li interessa. Le ragazze vivono quel poco di ingenua libertà che le traghetterà oltre l'adolescenza, fino a quando la finestra si chiuderà relegandole in una stanza a preparare il cibo per gli uomini. Gruppi di quattordicenni e quindicenni girano insieme in bande di quattro, uniformi per comportamento e battute, cercano rifugio nell'identità della banda. Solo esperienze esterne, lontane da quel fulcro di riferimento, consentiranno la creazione di un carattere autonomo. Ma la Tunisia è forse l'unico paese islamico che ha prodotto una storia di moderazione, dove lo spirito tribale è inferiore alla centralità della famiglia. Si percepisce un baricentro disassato, un annacquamento del conflitto culturale, un magnete libero e promettente che dal dilà del Mediterraneo suona le sirene dell'immaginario riscatto. Nulla si sa di critico, i racconti che gli amici e i parenti in europa riportano sono ancora positivi nonostante la crisi. Ovvero: la crisi rende gli europei più insofferenti, ma per i tunisini il gioco vale sempre la candela.

 

 

Sin da Tozeur ho viaggiato sul sedile doppio dei passeggeri anteriori, accanto ad Alì, un 34enne di Douz che, incuriosito dal mio scattare foto al panorama monotono inizia i soliti approcci di araba umanità. Da dove vieni, dove vai, prima volta in Tunisia... Mi confida di organizzare escursioni in dromedario nel deserto e vuole mostrarmi delle foto dal cellulare. Tutto bene, ma io non ne voglio fare. Insiste, decantando il piacere di quell'unica attrazione possibile, attività condivisa da ogni famiglia che può permettersi un dromedario. Il tempo passa, si fumano sigarette anche dentro il pulmino. Mi domanda dove sia la mia famiglia, perché viaggio solo. Generalizzazioni.

A Kebili raggiungiamo il nuovo punto di louage per Douz. Costo 2dt. Nell'attesa andiamo in uno spoglio caffè fatto solo di muri bianchi sporchi, nessun arredo oltre alle sedie, e un fornello dietro un bancone vuoto. Chiedo un verre de thé à la menthe, s'il vous plaît. Non c'è l'ha. Allora il solito caffè. Poi parlando con lui in arabo si scopre che il te c'è l'ha, solo che non parla in francese e non conosce il termine menta. Hmmm... Come si trattasse di un sinonimo di "pedissequo".

Così, lentamente, Ali comincia ad guadagnare strada. Che hotel cerco? Io ho già il mio elenco di opzioni, come sempre. Ma lui mi convince per un orrido El Habib che ha solo coperte e nessun lenzuolo, per 20dt, prezzo a voce, nessuna ricevuta, ovviamente una parte tornerà nelle sue tasche come commissione per il procurato affare.

Tra barbe e musica gorgheggiante mangiamo l'ottimo cous cous nella sala al pian terreno. Nulla di più chic di un bar di strada o un negozio di barbiere. Pago io ovviamente, lui è ormai perso nel suo racconto, mi vuole presentare una squadra di cammelli con nomi di persone. Quindi non mi rimane che accettare la visita, prendiamo un taxi e via per la strada deserta, con la gentilezza resisto, magari scopro qualcosa di interessante e poi spero di togliermi questa piaga dalle scatole.

Ed eccomi nei terreni dove il suo recinto fiancheggia un gruppo di costruzioni abitate da altri beduini, mi fa strada e mi presenta il marriage dei cammelli padre e madre, i cammelli figli che hanno nomi di Antonio, Sultan, Kabil... Gli dà paglia come razione, e loro mangiano molto. Faccio le foto di rito. Non che ci sia molto altro. E allora vai nuovamente col taxi che conosce lui, chiamato col cellulare e facciamo un giro per vedere la famosa Porta del Deserto da dove partono le corse di dromedario, le gare di moto, la Parigi Dakar. Nel contorno di hotel di lusso, villaggi per turisti tutto comodo. Ma adesso nel vuoto sconsolato del fuori stagione, o forse del dopo rivoluzione non ancora dimenticata. Cosa che affligge un po' tutti, compreso il cammelliere che in mezzo a un campo frusta due dromedari coi piedi legati che cercano inutilmente di spassarsela in quell'atmosfera immobile.

 

 

L'occasione è propizia per tornare a lamentarsi del lavoro che non c'è e il mangiare dei cammelli che costa. Poi andiamo a vedere le dune. Una passeggiata fra sabbie, ciottoli, aridità salate, rimasugli di corde e sacchetti di cellophane, arbusti indomiti che sfidano il venticello teso che si propone ad ogni minuto più fresco. Il tramonto si immagina spettacolare fra le nubi lontane. Tiro su il collo del giaccone, chiudo la zip. Mi lascia nel vento per rispondere a una telefonata di mezz'ora. La sua ragazza di Gabes.

Finalmente prendo il coraggio a due mani e gli dico che voglio ritornare. Non c'è problema, chiamo il taxi, prima però andiamo a vedere la famiglia, la maman. Va bene, come dire di no alla maman. Finiamo alla parte opposta della cittadina, fra costruzioni nuove che sono identiche a quelle vecchie. Muri tirati su con un po' di sabbia e cemento, chi ha i soldi gli da una mano di color terra. La casa è spartana, due stanze, una per cucinare di due metri quadrati, il rubinetto dell'acqua fuori sul muro, serve anche per lavarsi. L'altra stanza, un tre per due, serve come sala e stanza da letto per tre persone. Sediamo a terra. Mentre aspettiamo che il rito dell'ospitalità rischiari la gentilezza araba con qualche biscotto e dell'infuso all'hibiscus, Alì si sente in dovere di enunciare i crucci della sua esistenza. Trentacinque anni e non posso sfogarmi perché non ho soldi, il marriage costa, ci vogliono i tamburi, i villaggi berber, le altre famiglie hanno un giardino con le olive e i datteri, io non ho giardino. Imbrunisce e io voglio tornare il hotel.

Mi chiama il taxi e mi congeda ricordandomi che più tardi ci troviamo al bar dell'hotel. Ma perché? Non si capisce e io inizio a innervosirmi.

Quando si arriva troppo sul personale, con escursioni sul lamentoso, il mio trucco è dar segni di capire poco il francese. Così almeno non devo nemmeno spiegarmi. Per capire il motivo per cui lui voleva aspettarmi in hotel per poi andare al bar insieme, ci si mette anche il portiere di hotel che parla italiano. Vi trovate alle 8, va bene? Il perché continua a rimanere un mistero. Così preferisco rimanere nella mia camera spartana e mi metto sotto le coperte vestito sebbene siano solo le 18, tanto ormai fuori fa freddo e non c'è assolutamente nulla da vedere. Anche se la piazzetta antica del caravanserraglio veniva descritta come la più bella della Tunisia, e invece ci sono solo due luci in negozietti che vendono souvenir. Maledetto Ali, quando alle 8 mi bussa importuno, apro e gli cacciò in mano 10dr e per togliermi dal fastidio di addentrarmi in un valzer di spiegazioni e mediazioni su qualcosa che lui vorrebbe assolutamente fare, gli dico che sono stanco del viaggio, ho freddo e che vado a dormire. A' la prochain. Inshallah...

In mezzo al nulla, in quella perla di stanza dell'hotel El Habibi a Douz, la port du desert, nemmeno il telefono riceve Internet.

 

ridi, ridi faccia da dromedario

 

 

   

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     1 - Tunisi e rivoluzione

     2 - Cartagine e Sidi Bou Said

     3 - Hammameth davvero?

     4 - Il mare di Sousse

     5 - Il Colosseo di El Jem

     6 - Tozeur e Nefta

     7 - Douz la port du desert

     8 - Matmata troglodita

     9 - Jerba europea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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