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Gli avanzi della festa

 

In ogni racconto, la realtà gioca a nascondino con la fantasia, per produrre ombre creative, immagini affascinanti, memorie indimenticabili. Nelle strade dove mi è capitato di camminare, la fantasia è un lusso...

 

Il cavallo impazzito continua a manetta, incurante di rallentamenti, semafori e pedoni, vorrei alzare la testa ma il suono del motore sale sale e sembra voler combattere contro le auto una guerra tutta sua.   Mi ricorda la prima volta che volai col parapendio, sul monte Grappa, antico teatro veneto delle battaglie della Prima Guerra Mondiale.  Avevo accettato la sfida per fare bella figura con una ragazza innamorata dell’avventura, nonostante la mia paura dell’altezza. Deglutendo, mi ero infilato nella tuta, il casco ben piantato in testa, l’imbragatura che la diceva lunga sulle necessità di sicurezza, e via in corsa sotto i consigli del pilota anziano. «Quando ti dico corri, tu corri come se non esistesse domani». E io avevo corso, col cuore in gola e nel petto la resa a quella dimostrazione di inutile machismo. Vedevo lo strapiombo avvicinarsi sotto i piedi e convincendomi di non aver paura di morire, giuravo che avevo vissuto bene fino ad allora. Speravo solo di bighellonare sopra le teste della gente, facendo il pelo alle piante di leccio e ai vigneti mentre invece l’istruttore saliva saliva come un esaltato. Mi ritrovai un puntino nel cielo senza quasi vedere terra. Le mani serrate alle corde del parapendio in una morsa al titanio-molibdeno che nemmeno la fiamma ossidrica mi avrebbe convinto a mollare. Ero aggrappato al mio terrore cieco, nemmeno guardavo giù mentre la mia guida gorgheggiava eccitata. Che cazzo serve andare così in alto? mi chiedevo rabbioso.  Lo sapevo da me: imbattersi nelle novità è una valida alternativa alla scelta cosciente. Dischiudersi alle novità che bussano alla porta sovente regala inattesi stupori. Accettare l’imprevedibile superando quell’istinto di sopravvivenza che ti spinge all’inedia, alla conservazione animale, gettare via d’un colpo il fastidio della novità è l’unico modo per ottenere un’informazione che altrimenti non coglieresti mai. L’allargamento della conoscenza passa attraverso l’infrangersi dell’orizzonte conosciuto; se rimaniamo ancorati alle nostre abitudini, scegliendo sempre ciò che ci è più caro, che ci fa sentire sicuri, aggrappati al nostro gusto, ambiente, panorama domestico, inclini ad accettare solo le comodità provenienti dalle tradizioni della nostra etnia, religione, e casta, rinunciamo irrimediabilmente a dei tesori. Perdiamo l’occasione di crescere. Questo dilemma venne già dibattuto nell’antichità, e qualcuno preferì sotterrare i propri dubbi per non rischiare.

Resisto ai sobbalzi col timore di cadere dalla moto, chiudo gli occhi e mi riporto all’intervista del venerdì scorso, quando per la prima volta ho registrato lunghe domande indiscrete sulle vicende che hanno portato alla invasione della favela Rocinha da parte di membri di fazioni avversarie, affiliati al sanguinario gruppo denominato Terceiro Comando.   Il mio contatto aveva accettato di raccontarmi retroscena che la polizia non aveva reso noti. Per garantire l’incolumità dell’intervistato, avevo accettato di portare il materiale in Italia senza farlo vedere in Brasile. Nel mio appartamento di Flamengo, rivivevo la preparazione dell’agguato, l’aria sospesa delle contrade vigili e nervose, l’ingresso dalla vegetazione del commando vestito di nero come ninja tropicali. Delle favelas non esistono cartine topografiche. Gli assaltanti si orientavano sulla base di una mappa casalinga disegnata su una salvietta da bar, cercando punti di riferimento fra i cunicoli senza nome. Un’improvvisa pioggia di fuoco li abbatté a uno a uno.  Un massacro consumato alle prime luci della sera, ventidue nemici uccisi e solo due abitanti morti per caso, uno che si stava recando al lavoro e un ragazzo che tornava da scuola. Gli ultimi fuggitivi superstiti inseguiti fin dentro le strade del vicino quartiere di Gavea ed eliminati grazie alla ferrea disciplina imposta dal boss Biu detto Ben-ti-vi e messa in atto da Jacinto detto Jaka, il ragazzone dai capelli rossi.

 

Smonto dalla moto e alzo il pollice verso il Valentino Rossi orgoglioso della sua folle prestazione. Dò un chiamo al numero del Play, per incontrarci all’inizio del passaggio.

«Oi, sono arrivato, tudo bem?».

«Tudo bom. Vc aonde? No inicio da rua? Jà chego, cinco minutos, me espera là».

«Beleza».

Il movimento è ancora vivace, giovani scamiciati attorno agli isopor dei venditori di lattine a bere una Skol gelata, bandidos sorridenti a spiare gli arrivi, ragazzi in ciabatte attorno ai punti di spaccio della maconha, pistole alla cintola nascoste sotto magliette con scritte legate al surf o a una università del Michigan. L’atmosfera è da borgata familiare, la tranquillità del fine settimana e la musica distorta favoriscono l’euforia e il consumo. Abitanti della favela chinati sui banchetti del fumo si mischiano a clienti dei quartieri bene in cerca della fornitura che stemperi la noia del divertimento sempre uguale, sempre acceso che pervade le strade e i locali della Rio notturna. I vapores, responsabili della vendita, riconoscono i clienti di fuori perché sono gentili, si comportano con misura, hanno magliette più belle. I moradores ridono più forte e hanno maglie sgargianti, appoggiate alla spalla. Poi quelli che si conoscono si sculacciano le mani tra di loro in gergo afro, chiamandosi broder, deformazione dell’americano fratello.  O mermao, sincopato di meu irmano, fratello mio.  Tutta una grande famiglia dello sballo. È il funk che impera, un istinto gioioso che mischia slang casalinghi ed esterofili ma non taglia le gambe alla samba di quartiere o al Rap proibito che racconta di armi e assalti alle boutique giù nell’asfalto.

Il Play arriva a cavallo di un mototaxi che fa servizio fra le curve che portano al picco. Un gerente lo adocchia e lo chiama. Aspettami qua, devo fare un servizio. Mi aggiro fra le bancarelle di DVD clonati, radio rubate, salsicce e pannocchie arrostite e mi viene voglia di una coca ghiacciata. Mi avvio verso un cassonetto di polistirolo, ma vengo bloccato da uno sconosciuto. «Il Play da detto di aspettarlo QUI» mi dice. Accidenti, pensavo di essere protetto, ma forse sono sequestrato. Il Play ha fatto l’aviao e torna sorridente dietro un Mototaxi consegnando un fagotto. Non mi mostro curioso perché la mia immagine prevede che io sia un gringo fotografo e otario, cioè idiota, incapace di discernere una pistola avvolta in uno straccio.

 Sbuchiamo in una valico che si apre sulla via Apia. Sono sudato con le gambe che mi fanno male a causa dell’acido lattico, per essermi fatto cinquecento gradini sconnessi fra lastroni, corridoi e pozzanghere create dagli scarichi.

Mezza dozzina di ragazzi scamiciati proteggono l’ingresso di un bar, lanciamo un saluto e ci infiliamo nell’ennesimo cunicolo in salita. Battiamo a una finestra e Play lancia un richiamo all’ennesima ragazza che gli apre la porta con un fagottino in braccio. Nonostante la giovane età i discorsi sembrano seri e carichi di inevitabili disillusioni. Un ragazzino di dieci anni raccoglie il compito di vigilare.

Entriamo nella porta a fianco, un appartamento di una stanza più bagno, un ventilatore che spande il caldo e le zanzare, l’unica finestra si apre sul cunicolo e non sembra aver motivo di esistere. È solo lì dentro che posso concludere la prima parte della mia intervista, annusando l’aria e respirando i tagli di luce, gli sguardi sorridenti e i sospetti leggeri che trasudano dai muri scrostati, parlando inevitabilmente solo del passato.

Dell’imboscata e delle connivenze delle bande di trafficanti con la polizia.

Come attraversando uno stargate geografico ero piombato in una dimensione nuova, fatta di noncuranza, sorrisi e vaffanculo il resto.

C’è un posto nella vita, capii, al di là del muro dell’abitudine, dopo il sentiero delle cose fatte perché si deve, oltre la staccionata di quello che è pratico, superata la porta dell’ovvio e appartiene forse al difficile, certo non è logico; occorre cercarlo nei dolci frutti che ti aspettano ai lati della strada trafficata, devi frenare e scendere, oltrepassando i rovi della ripetizione febbrile.  All’inizio lo percepisci come una eco inusuale, una dolcezza offuscata, al di là del gusto che hai inseguito nell’infanzia. Cerchi annaspando di riconoscerlo, di dargli un nome che non riesci a pronunciare. Sfugge a ogni ostinata descrizione. Ma c’è.

L’avevo davanti e non sapevo come recintarlo. La percezione di un mondo che appare più debole di quello che crediamo, l’ansia spasmodica di una salvezza ideale, la ricerca durata una vita.  Esiste una piega nel Tempo, una curva einsteiniana dello Spazio che riporta ai sogni e noi la dobbiamo cercare sempre, non possiamo arrenderci, perché è lì, in un angolo improvviso della ricerca.  Non è quello che si programma.  Non è quello che si accetta abbandonandosi al tempo che fugge via, alle speranze che perdono i contorni, fino a spezzarsi e disperdersi.  C’è e ti aspetta. Con un incresparsi di labbra.  Ha dei contorni a cui non sei abituato, il retrogusto di ciò che non hai più, devi sforzarti a non pensare a un modello di vita perché ti trovi circondato da chi non ha ancora idee precise. Le vecchie matrici di pensiero si purificano in una nuova agitazione, poi ti lasci andare e scopri che non basta metterci sopra un segno, un colore, una maglia da calcio: quattro pugni sulla schiena e te la strappano di dosso seguendo un loro rituale dell’eccesso, come è successo a me uscendo dallo stadio Maracanà, centocinquantamila teste che gridano come una sola bestia contro qualsiasi cosa, per incollarsi alla festa. Ed è ancora il meglio della storia, perché se non succede nulla va a finire che pensi che quella è la vita reale, e allora sì che sono cazzi.  

C’è.  Nei momenti in cui rinunci a essere un grande europeo che giudica.  Nelle cose piccole che ti accade di avere tra i piedi, quando scopri un frutto nuovo e ti accorgi che ti mancava, quando non hai nulla di particolare da fare e scopri che non cerchi altro...  La ricompensa comincia a essere semplicemente che respiri, che cammini con scioltezza, che ti scopri a sorridere senza una ragione apparente.

Non saprei dire se è a causa dell’effetto scemenza o delle capsule di guaranà che ho iniziato a prendere ogni mattina. Certo è che mi sento in forma, rinnovato e, come da molto non mi sentivo, colpevolmente felice.  Meglio o peggio che sia, in fondo buona parte di noi cerca la tranquillità e si barrica dietro le abitudini del suo mondo, ma forse esiste anche una cura praticata dalla diversità, dall’alternare il lavoro dei muscoli, delle abitudini, dando aria ai neuroni-specchio.  Fino a imbattersi in una scorciatoia drogata dalla fretta del risultato.  Mondo che vai, epoca che vai, latitudine che vai…

I grandi della storia concordano nel dire che non hanno capito nulla delle grandi verità e questo mi rassicura e mi fa continuare tranquillo col mio sorriso leggero che tentenna appena sotto la pelle.

Ho guardato le facce da polli di migliaia di brasiliani asserragliati nelle scuole di Samba, ho ascoltato le asserzioni assolutamente prive di senso di giovani e di vecchi seduti attorno ai tavoli gialli dei bar di strada e mi sembra che sia fin troppo facile osservare la propria vita attraverso gli occhiali del viaggiatore. Ma alla fine può capitare di peggio, o di meglio: togli le lenti e le getti via, obbligandoti a gustare e toccare, sporcandoti in loco.

Sono salito sul treno in corsa che parte della miniere di Angra dos Reis e attraversa le case affacciate sulla tranquilla baia di Ibicuí, sferragliando fra le gambe dei ragazzini che giocano a pallone.  Ho assistito al Tartufo di Molière recitato in portoghese, ridendo alle battute trasportato dal clima da stadio teatrale. Ho guardato l’auto accartocciata di un amico brasiliano che non aveva l’assicurazione, tanto se l’altro ha una pistola infilata nella cintura dei pantaloni, non pensi alla constatazione amichevole.  Sono stato rincorso dai fan del Vasco che mi volevano rubare la maglietta del Flamengo.  Sono fuggito da una marea di tifosi teppisti ubriachi armati di bottiglie spezzate, ho trovato un taxi e pronto, mi ci sono tuffato continuando a filmare nascosto fra i sedili, inseguito dagli sguardi ubriachi di violenza. Ho ammirato l’alba da una baia d’argento proiettata su di una casa priva di letti.  E ho capito che l’incedere verso il risveglio appartiene a una storia di cui noi siamo ostaggi, una storia non ancora scritta, ma per la quale abbiamo pagato già le prime rate, nella attesa di un futuro come fosse un condominio in cooperativa, da pagare durante la costruzione.  E siamo diversi, noi e loro, i paesi progrediti e civilizzati e quelli in via di sviluppo ma noi abbiamo le regole e gli obblighi impossibili da rifiutare e loro hanno la scusa della semplicità…  Non possiamo dare giudizi, ma liberando il corpo dalla sua routine arriviamo in ogni caso a fare confronti.  Con la soddisfazione di cercare, scrutare e capire, con tempo sufficiente perché le parole e le frasi shakerino come un frullato lasciando l’acidità in una digestione lunga.  Questa ebbrezza c’è, e richiede i suoi riti, le scelte di vita, priorità e sacrifici, soprattutto una lista cosciente e sofferta di cose alle quali sei disposto a rinunciare. 

Non so perché prendo le cose come una sfida. Non so se dovrei sospirare e rimettermi in carreggiata come tutti, come sempre.  A volte scopro di non aver abbastanza fiato per ricordare. Vengo da un paese che mi ha aiutato a specchiarmi lontano. Ho viaggiato impaziente per i continenti fino ad approdare a un nuovo appetito che non è solo fatto di spiagge e palme ma soprattutto di gente spensierata e festosa.  Ogni volta che torno a casa cerco disperatamente il momento dell’isolamento per convincermi che non è stato un sogno. Mi abbandono a una meditazione priva di compromessi moderni per capacitarmi del tesoro scoperto, un po’ di solitudine per ricordare l’incanto di Rio de Janeiro, gli edifici coloniali dei quartieri di Gloria e Catete più lontani dal turismo, il pan francese che in Francia non esiste, gli orari annacquati e gli appuntamenti mancati, la parca vita del nord amazzonico di Manaus, lo zampillo di cachaca e acqua di cocco gelata con lo sguardo perso nell’acqua buia, la brezza rinfrescante che passa fra le povere case dalle tinte scrostate, i tamburi e le danze nella notte che non vuole finire.  Poi, quel sorriso ebete mi sparirà di mezzo alla faccia e riprenderò forse a pensare all’euro, all’Europa e a questa nebbia grigio scuro che vuole il suo posto nello stomaco…

Per adesso la testa è qui, nella mia Rio, l’ennesima amante sconosciuta e che non posso dimenticare, nonostante tutti i segnali di pericolo.  Per crearmi un’identità, ora che intuisco la fretta insita in questo mio progetto condensato nei prossimi mesi, devo incontrare gente per caso in una strada, al supermercato, in un bar vicino al consolato italiano, per essere accettato e trovare un modo per sfogare la mia voglia di identità, collaborando con gli indigeni. Sperando di non finire in pentola. 

Diego Teixera Gonçalves, Dieguinho per gli amici, ma solamente Play nelle comunicazioni gergali della favela, cammina eretto nel suo metro e settantadue, attraverso la confusione perenne di rua Apia, unico accesso a Rocinha, la più grande favela del sudamerica. Gli occhi neri, il fresco pizzetto da malandrino e il capello impomatato da playboy della spiaggia tiene stretto l’Mp3 e sussurra le parole di una canzona araba di cui ha deciso di imparare le parole. «Habibii, habibii…amoree, amoree…».  Intanto occhieggia guardingo, a riconoscere gli amici. Ciabatte ai piedi, bermuda color panna a strisce arancio, nessun segno di rosso nell’abbigliamento, nemmeno sulla maglietta senza maniche gettata sulla spalla sinistra. Nessun rosso, nessuna concessione al ricordo del Comando Vermelho: fai presto a farti dei nemici, a morire nella favela di Rocinha, oramai in mano alla fazione degli A.D.A., gli Amici degli Amici.  Nella visione del camminare incontra quasi tutte le case con porte e finestre aperte, a mostrare l’intimità di bambini che giocano a terra, i sofà sfilacciati e le pareti intonacate alla meglio. Le immagini della vita familiare danno un senso di tranquillità a Dieguinho. È la sua vita, il budello che si dimena con le volute di una miniera infinita, la quantità impressionante di bambini nella polvere dei vicoli che gli sorridono. Ad alcuni lancia un saluto, a qualche angolo grida qualcosa a chi sta in una stanza, dietro quella porta socchiusa. Il più delle volte manda messaggi subliminali alle ragazzine che vede diventare ogni settimana più donne.  A vida nao nace pronta, non nasce già risolta, si affronta ora dopo ora.  È indispensabile approfittare della vita, in Brasile ma ancora di più nella favela. Basta un nonnulla per diventare d’ingombro a qualcuno che conta. Non ama parlare della sorte di suo fratello, del fatto che era stato accusato di aver rubato dei vestiti messi ad asciugare.  Del giorno brutale in cui fu ammazzato da qualcuno che si ergeva a giustiziere e odiava i rammolliti, quelli che si facevano gli spinelli di maconha. È uno degli effetti inevitabili della libertà con cui circolano le armi. Lui l’ha scampata per miracolo. Era andato a comprare le sigarette e aveva fatto tardi alla festa di compleanno. Entrato nell’appartamento di suo fratello aveva trovato tutti morti in mezzo al sangue. 

Ma anche così, la favela è la sua unica patria. La giornata è calda, come sempre in quel periodo di gennaio, nel pieno dell’estate brasiliana. I torsi nudi e abbronzati sfoggiano la passione dei carioca per il corpo, la cura di quel poco da mostrare che rappresenta il loro orgoglio. La pelle. In tutte le varianti possibili, nelle piccole mode assecondate lì, in favela, come laggiù nell’asfalto, dalla popolazione normale. Tatuaggi multicolori, una tigre come quella che campeggia aggressiva sulla sua spalla destra, o le saette tribali nere come la rabbia. O la marquinha da sunga, il segno del costume, la linea di demarcazione fra l’abbronzatura dorata e il bianco di dove non batte il sole, uno degli orgogli di questa gioventù tutta dedita alla cura del corpo, in una città il cui ritmo rimbalza sulle spiagge più belle del mondo.

Attorno a lui le bancarelle vendono cd musicali masterizzati, lattine di Skol gelata o rinfreschi di guaranà, coscinha di pollo o pastel di kibe cinese. Bar e refezioni d’angolo sparano il funky proibidao a tutto volume, la musica rap della favela che parla di violenza, discriminazione e sesso descrivendo le parti del corpo e le azioni di cui vantarsi, in ripetitivi slang rimati che anche i bambini imparano a replicare. Si avvicina all’angolo dei Mototaxi, lancia un fischio serio, indirizzato a Joao. Quello solleva la testa e lo scorge, si alza dal gradino dov’era seduto, in attesa di muoversi per portare un residente in alto, in una delle dimore che si inerpicano nel groviglio di scatole incollate alla montagna, covo scalcinato e protetto, come una gola imprendibile. Per uscire, la droga è l’unica via per chi vive ai margini della società, ultima fermata di un treno che già arranca a fatica nella più aggressiva città del terceiro mundo. Le scorciatoie della favela sembrano interpretare a meraviglia le scorciatoie del vivere alla giornata.  O crime nao è creme, il crimine non è una crema, lo sanno anche i bambini che oggi giocano festosi con una ruota legata a un pezzo di legno. Fra scarafaggi e topi che, senza alcuno tipo di controllo e disinfestazione, corrono fra i cumuli di spazzatura e condividono il livello inferiore delle macerie. Vorrebbe vivere in un luogo più tranquillo, Dieguinho, ma non si sente fortunato come i ricchi turisti che sbarcano all’aeroporto con i portafogli pieni di carte di credito, con le quali possono permettersi qualsiasi hotel, ristorante o piacevolezza di Rio.  Una fortuna per gente come lui che riesce a surfare su quell’onda di desiderio pagata dalla valuta forte.  Non ha potuto fare festa ieri notte, nessuno più gli voleva far credito, così è andato a dormire imbronciato, con una determinazione forte. Oggi finalmente è riuscito ad alzarsi a mezzogiorno, con voglia di fare qualcosa.  Non ha ceduto agli espedienti dei criminosi, si sente superiore ai suoi amici che non possono scegliere che di rischiare la prigione, o una pallottola in un confronto notturno. Oggi Dieguinho ha lavorato. Ha dato la bunda in sauna, è riuscito a salire in una suite per due volte con gringos nordamericanos, per cinquanta reais a botta. Oggi può finalmente pagare qualche debito, o più probabilmente aprirne degli altri.

° ° °

 

Il Brasile non è come te lo immagini. Alla fine è sempre molto meglio o molto peggio, anche se affascina. Un’alchimia di ritmo, colore e natura risveglia i sensi dell’avventuriero.  Sono qui per lasciare un’impronta, o forse solo per riconoscerla, cercando di costruire una nuova vita, io che non ho figli a carico né mutui in patria che mi stringano le palle.  Una sfida che non è concessa a molti, capisco gli amici sposati. Sto viaggiando anche per voi.  Mi costringo a ricordare il piacere che si prova a camminare di sera senza maglietta. La prima volta è stata nell’isola di Grenada e mi ha illuminato i sensi, nel buio tropicale. Respiro il caldo e i polmoni mi ringraziano.

Passeggiare per la città senza meta è un lento contagio, insinuandosi nel diaframma che segretamente si cela fra il corpo e la coscienza. Prima arriva lo stordimento da calore. Quell’afa terribile che amo, mentre il resto della città suda e si avvolge nell’aria condizionata in ufficio, al ristorante, in casa, in negozio, in taxi.

Ora sono in mezzo ai mattoni di cemento, alla polvere di strada, agli schiamazzi che si perdono nelle strettoie. La casa all’interno della favela  è costituita da una sola stanza. Siedo sul bordo del letto, osservo Biba con la faccia incollata allo schermo del pc, chattando con l’esercito dei suoi contatti, la nuvola virtuale che culla i brasiliani sedando i dolori sociali. Non nasconde il fatto che alcuni sconosciuti le facciano delle proposte. Tutto mi fa pensare che qualche volta lei accetti. Al mio fianco, la  figlioletta Marielinha gioca col padre, Dieguinho detto Play, che alterna i gridolini al racconto della sopravvivenza quotidiana, la storia dell’organizzazione del traffico della droga, le posizioni all’interno della gerarchia, la disciplina della favela. Una ragazza lancia un saluto da fuori le grate della porta. Dieguinho si avvicina e le parla affabile, fraterno, direi intimo. Nessun imbarazzo. Concordano qualcosa per più tardi, si salutano e lei se ne va.  Ho di fronte l’evidente convivenza di una famiglia attorno alla prole, per quello che durerà. Poi finalmente parliamo delle foto da scattare. Voglio vedere i luoghi, respirare la polvere delle viuzze immerse nella lotta del dia-dia, giorno per giorno, cani randagi, galline randagie, bambini randagi, famiglie accatastate in una poltiglia di stanze erette l’una addosso all’altra su permesso del vicino, con mattoni forati e blocchi di cemento, ferri curvi e pavimenti inclinati, tegole o lamiere rubate qua e là, finestre raccattate chissà dove. Salutiamo un individuo normale come gli altri, parlottiamo e ci accordiamo per una certa ora in un certo posto. Un accordo che deve restare segreto, per non favorire una invasione di nemici, non istigare una delazione. Accetto la discrezione, tratto un compenso per dare un aiuto alla “comunità” un obolo da pagare a un gerente del traffico per oliare l’amicizia.  Avevamo convenuto di aspettare un segnale di via libera per la prima visita, poi, un secondo giorno, per le foto nella notte. Mi sento una variabile dalla spoletta innescata eppure i battiti procedono regolari. Il gerente mi offre la sua moto e salgo col Play, oramai la mia guardia e il mio garante, morro incima, in alto, a vedere una spettacolare Rio luccicante attorno alla baia. Penso che gli abitanti delle favelas scarseggiano dei soldi per il cibo e la luce, ma sono ricompensati da alcuni privilegi: quelli di vedere la polizia entrare in casa e prendere le donne per i capelli in cerca di spiate, di aspettare lo schiaffo delle pallottole vaganti che  vanno a conficcarsi sul legno della porta accanto, o nelle gambe dei bambini che tornano da scuola. Un’esistenza senza belletto, ecco perché non amo il perbenismo disciplinato di Ipanema e Palma di Maiorca, la vita a occhi spenti prodotta a tavolino, il calcolo impersonale dell’euforia statistica.

Ci incamminiamo verso l’entrata del mondo degli adolescenti soldato. Un saluto battendo le palme e poi scontrando i pugni alla moda funk, un “oi” mandato a qualche controllore armato agli angoli delle viuzze. Il percorso si fa stretto e camminare diventa difficile. Un continuo slalom tra gente ferma e bambini che corrono, cani e carretti, mi è difficile non urtare qualche gamba con il mio sacchetto. Nessuno ci fa caso, tutti sono troppo impegnati a gesticolare e parlare, vendere e comprare, ridere, parlare ai cellulari, o fare spuntini a base di involtini di pane, banane fritte, o a bere birra.

Saliamo tra le baracche senza numero civico, per non facilitare i raid della polizia.  Passiamo il Beco de Pò (becco della Polvere), un budello strozzato fra improvvisi cubicoli che vendono bibite e scope , con cani e uomini seduti sulla porta della baracca. È un luogo al centro dell’intrico di viuzze e scelto per questo come Bocca di spaccio. Agli angoli Play che mi precede fa dei gesti che nasconde con la spalla: gli rispondono con un cenno del mento uomini barbuti, o ragazzi seduti con le mani in saccoccia.  Sembra il codice della giornata, per questo io devo stare sempre dietro di lui. Attraversiamo uno spazio adibito a scarico delle immondizie, dove fanno festa un gatto e un topo quasi delle stesse dimensioni. Superiamo una scalinata interminabile, salutando bambini scalzi, uomini attorno a una scacchiera, ragazzi attorno a una cassetta di frutta rovesciata. Una lampadina attaccata al muro fa ondeggiare le ombre. Posso fare una foto? No, non qui, vedi quelli in piedi vicino a quella cassetta di frutta rovesciata? Sono banditi che difendono la Bocca di Fumo, non puoi fotografarli. Non fermarti e non ti girare, andiamo fino lassù. In pochi minuti ho perduto il senso dell’orientamento. Siamo in un lungo corridoio che passa vicino a uno scarico a cielo aperto. Poco prima di una  curva, incontriamo il primo uomo armato. Altro gesto con la spalla, altro cenno del capo.  Valew, tutto bene.

Saliamo ancora verso la terrazza che domina la curva. È  l’ennesima passeggiata rinfrescante, nei 30 gradi serali.

La notte è nera in quell’avamposto di controllo. Ho dovuto tarare il flash alla massima potenza e la doppia serie di pile si rivela insufficiente, mentre scatto le foto delle sentinelle quindicenni con le armi. Le pile acquistate in quel buco di negozio che si apriva nei vicoli si sono rivelate di pessima qualità, come se fosse una sorpresa, qui in Brasile. Compenso imprimendo nella mente le loro facce. Gente giovane, occhi che non sembrano aver capito molto della vita al di fuori di questo videogioco violento ed eccitante, dove un reset equivale spesso a una palla in un braccio, in una gamba, forse nel petto. Madri o sorelle che insceneranno il solito rito di disperazione contro chi, non mi è dato di capire: anche i sentimenti forti puzzano troppo di telenovela. L’età media in Brasile è già bassa, ma in favela diminuisce drasticamente, così alla fine occorre calcolare la distribuzione delle risorse umane fra gerenti, avieri che trasportano notizie o pacchetti avvolti in stracci, osservatori sui luoghi strategici, venditori di polvere e macohna, banditi, soldati e guardie del corpo, assaltanti di strada che non sopportano la vita burocratica del trafficante tutto dedito alle responsabilità contabili.  Tolti quelli che sono morti o in prigione, il ricambio generazionale nelle fila dell’impresa del traffico è incalzante. Provo l’eccitazione del giornalista neofita annusando l’aria a fianco di questi ragazzini che affrontano sfide adulte come se giocassero.

Le sentinelle in cima alla curva giocano orgogliosi come bambini di Venezia nel campiello che si apre tra una calle e un ponte, solo che lo fanno con armi vere, pezzi di ferro nero più grandi di loro che li fanno sembrare ancora più bambini. Si rigirano orgogliosi tra le mani kalashnikov e 762, fucili a pompa e pistole automatiche che la mattina dovranno restituire. Ma per qualche ora sono i protagonisti della notte. Nel loro turno di guardia appollaiati sul becco di una casa o il terrapieno che domina una curva non possono dormire, non possono fumare un baseado di maconha per allentare la tensione. Sniffano coca per mantenere sveglia la carica aggressiva e per riempire il cervello della sensazione di potere che dà la droga. Diventano iperattivi, non smettono di parlare di cose importanti senza un nesso preciso.  Gonfiati di stupefacenti come canotti pronti a salpare spifferano improvvisamente di bundas e pererecas come adulti saccenti. Sesso e droga sono lo zigomo e l’orecchio con cui auscultano la vida dei loro modelli, capetti e gerenti del traffico che possono avere donne e armi a comando, anche solo per farsi vedere ai balli funky organizzati al sabato sera per moltiplicare lo spaccio. Lo sfottere chiassoso è rito e passatempo, in cui chi ribatte per ultimo rimane un po’ più a galla nell’orizzonte degli aspiranti criminali. «Di’, non hai ancora messo incinta la Zuelinha?». «No, ero troppo impegnato a farmi fare un bocchino da tua madre». «Ah, eri tu quello che mi ha detto che non riusciva a trovarglielo!». «Sì, perché glielo avevo già messo nel culo…» e via discorrendo. Batti e ribatti, tira e sniffa, gli occhi in strada accarezzando i ferri. Perché la notte è il momento delle invasioni da parte delle fazioni rivali che ambiscono al controllo della favela e delle bocche di spaccio che fatturano migliaia di reais al giorno. O della polizia cittadina a caccia delle preziose armi da assalto che hanno un enorme valore al mercato nero. Il capetto della gendarmeria locale addetto ai controlli in zona sa farsi rispettare, con l’aiuto del suo gruppo di turno. Se il gerente della favela non ha pagato una mazzetta adeguata, verranno a dare una lezione. Lo stipendio è sempre insufficiente, anche quando è arrotondato sottobanco. Non ci sono sole le spese del supermercato, le bollette e i mensali ai figli per la scuola. Molti brasiliani hanno più di una ex moglie e qualcuno anche qualche amante extra da mantenere.

Mi calo nella parte, fingendo dimestichezza che son lungi dall’avere. Dimostro un interesse per le armi che rasenta il ridicolo, ma che lusinga i ragazzi e il capo. Posso così addentrarmi in domande amichevoli su quanto costa mantenere una armeria del genere. Mi parlano dei vecchi Kalashnikov ancora funzionanti dopo più di cinquant’anni dall’avvio della produzione. Una ragazzo dice con orgoglio che è il più facile da smontare.   Lo lubrifica con l’olio delle macchine da cucire che prende alla madre.  Alla fine ricostruisco le percentuali dei profitti e i percorsi in cui vengono incanalati per contrattare nuove partite di merce, per concordare la tranquillità con capitani di polizia corrotti, per la manutenzione o l’acquisto di armi e munizioni, per pagare la settimana agli olheros, avioes, soldados e vapores, per la mesata alle famiglie i cui uomini sono stati incarcerati o uccisi nelle invasioni di bande rivali o squadre di polizia a caccia di vendette o ripicche.

Il salario minimo in Brasile è poco più di duecento euro mensili, per lavori normali come commesso o garzone. Non basta per sostenere una famiglia a Rio, ammesso di trovare un lavoro. Entrare nella compagine del traffico diventa quindi una delle soluzioni più ovvie per i ragazzi che scorrazzano nella favela.  Nelle feste settimanali li scopri a fare la fila per parlare con i capi, col miraggio di entrare a far parte della elite esclusiva. Se un trafficante muore in uno scontro a fuoco, l’organizzazione paga il funerale, in galera si mandano cibo avvocato e droga per sopportare il sovraffollato calore di venti persone nelle celle da sei. 

C’è tutto l’orgoglio della fratellanza miseranda e dell’appartenenza senza futuro, nella vita di un ragazzo creato in quegli spazi senza orizzonte, un unico numero civico che identifica 300 mila abitanti, infanti che assieme alle prime parole snocciolano le cantilene degli spacciatori «po’ de cinco, po’ de cinco…!», i sacchetti di polvere da cinque reais. I lavori del comune si fermano immancabilmente laggiù, nell’asfalto dei ricchi, dove i favelati non potranno mai essere accolti per via di un’ignoranza, di una visione limitata pur in un mondo dallo sviluppo impercettibile, di un gergo da ghetto troppo riconoscibile, di un eccesso di tatuaggi e di collane  pacchiane.   

Le case sono ammassate in disordine le une sulle altre, assomigliando più al casuale stato di necessità di una foresta di liane, che a uno scenario urbano, ma sopperiscono alla necessità di alloggio della massa povera composta, in maggioranza, da negri e migranti. A questa parte di società che soffre un processo di esclusione dalle pratiche economiche, composto di preferenza da lavoratori bianchi immigrati dall’Europa, l’alloggio sulle pendici delle colline rimane familiare e a volte simbolico. Dall’alto si vede il benessere che scorre a valle e si contempla un sottosviluppo che si avvicina al cielo.

La spiaggia è l’unico spazio democratico della città, dove si riversa gente della classe media e poveri della favela. Questi certo li riconosci perché fanno più rumore, si divertono senza restrizioni imposte dall’etichetta, si rincorrono e sanno costruire giochi banali dove paiono divertirsi moltissimo, lottano nella sabbia e nell’acqua, ridono di ogni piccola cosa e quel momento di gioia sembra essere una conquista, una ode a Yemanjà, dea del mare, per quel piccolo momento di oblio. Non si preoccupano ancora di apparire, di cosa dirà la gente, della discrezione tipica della borghesia di ogni parte del mondo che ha costruito un’immagine vera o presunta su sforzi e sacrifici per apparire migliore di quella che è.

È facile sulla spiaggia far scomparire le differenze sociali, basta mettersi tutti gli stessi tipi di bermuda, gli stessi occhiali che sono venduti in ogni angolo delle strade a pochi reais.    E smettere di ridere e giocare, cose di favelado.

Già da ragazzi evadere coincide con l’edificare un muro verso l’esterno, a ridosso di quel muro che già esiste.  Per qualcuno che riesce a trovare una umile occupazione, molti non trovano migliore alternativa che impegnarsi nel traffico, dagli umili servizi aspettando impazienti la scalata, le armi, un decennio di follia che inciampa poi nel carcere, per i più fortunati.   Le prime favelas furono erette per ospitare i lavoratori attratti dallo sviluppo di Copacabana nei primi anni del novecento. Costruite in legno e materiali improvvisati, continuano ad allargarsi nella più totale indifferenza della classe media che insegue il bel vivere e i suoi simboli. Una realtà come il Brasile, dove vivere alla giornata è croce e delizia di un popolo festaiolo poco incline alle polemiche, ignorare le favelas è uno snobismo che simboleggia il progresso. Senza l’interesse delle amministrazioni, fra rifiuti a cielo aperto e topi che fiutano vicino a neonati, la storia della costruzione delle favelas racconta episodi di azioni collettive per la costruzione di uno spazio pubblico, l’aiuto edile a una famiglia bisognosa, la riparazione di tubature o scale e corridoi di passaggio.

Il nuovo gerente in uno slancio di franchezza mi chiede se gli porterò un regalo dall’Italia, la prossima volta.  È un modo di far capire che posso tornare. A loro piace chi si interessa all’identità della favela.

È un modo di avvicinarsi alla vita dell’asfalto, là in basso, una Rio percorsa da milioni di ciabatte. Un modo di sentirsi meno segregati, discriminati, dimenticati. Per dirsi meno lontani dal resto del mondo che è altrettanto rapace nei suoi modi di sopravvivere. Per rifiutare il preconcetto «trafficante uguale derelitto». È un camminare con la violenza orgogliosa, dura e poi anche fraterna, perché un bandito farà una vita grama ma non è meno reale di un lavapiatti. Esiste un modo di dire nell’accettare una sorte che è spesso l’unica opzione possibile: è il lato certo della vita errata.  Si intuisce un’etica di comportamento, una legge morale che accetta se stessa ma non dimentica i meno fortunati.

Osservare non è giustificare. Assomiglia un poco a zittire il nostro io, io, io…

 

La sorella di Biba indugia nel letto, dopo aver passato la notte a fare da baby sitter. Dieguinho la trova stravaccata fra le coperte e lo sguardo indugia sulle sue cosce sode. Il corpo di Gisele è altrettanto esile, nelle braccia sottili e nelle gambe abbronzate e lisce riconosce la parentela con Biba, o forse ricorda il suo corpo spericolato di solo qualche anno prima, meno esperto ma pieno della provocante vitalità dei sedici anni. Il seno di Biba è ingrossato a causa della maternità, quello della sorella conserva ancora la giovinezza che fa venire l’acquolina in bocca. Lo stomaco gli si stringe mentre la vede muoversi leggermente, mettendo in risalto una natica liscia e carnosa. Dieguinho sa che non c’è motivo di resistere, pensa velocemente alla sua donna impegnata con la madre là in basso, a promuovere una riunione di madri al comitato della comunità. Il tempo di una rapidinha c’è e non va lasciato andare. Troppe volte ha pensato a quel momento, le innumerevoli volte che Gisele si aggirava per la cucina a preparare un po’ di riso e fagioli per la sorella, o quando la incontrava casualmente per la strada, con il sacchetto della spesa fra le mani che danzava interrogativo come il suo sorriso. Dieguinho si decide, si avvicina al letto togliendosi la maglietta senza maniche, sentendo il membro che cresce togliendogli il fiato. Le si inginocchia vicino e avvicina la testa a quello squarcio di gamba che si apre da sotto la leggera trapunta. Non vuole svegliarla, ma sa che deve darle un segnale. Alita leggermente fra le cosce. Lei si muove ancora leggermente, aprendosi a lui, senza dar segno di esser completamente sveglia. La mano di Dieguinho accarezza leggermente la coscia e perlustra verso l’alto senza indugio, diventando sempre meno timida mentre la sente emettere un sospira languido. Adesso le bacia le natiche certo che anche lei stava aspettando l’occasione di mettere un corno alla sorella.

° ° °

 

Una sorta di fratellanza unisce le varie favelas, un accordo non scritto di mutuo soccorso in caso di aggressione da parte di una fazione nemica. Così come esiste un codice d’onore, reso necessario dall’essere un borgo discriminato all’interno di una delle metropoli più belle e sovrappopolate del pianeta. Dà l’idea di una identità di sopravvivenza, come la torcida delle squadre di calcio, tifo violento e inevitabile nel processo darwiniano di adeguamento a un sistema sociale che ti vuole malleabile, pronto e determinato, riconducibile a un formicaio ben prestabilito.

L’unica soluzione per la cacciata delle organizzazioni criminose dalle favelas sarebbe il ritorno del territorio ai propri abitanti e l’alleato in questa impresa non può essere che lo Stato, attraverso soluzioni che vadano a beneficio di tutti gli abitanti della città, privilegiati inclusi. Sfortunatamente, i tentativi sono stati fallimentari, sviluppando tregiche bande di miliziani ed ex poliziotti che fronteggiano le gang degli spacciatori per prendere a propria volta possesso dello spaccio. La violenza urbana, soprattutto nelle fatiscenti megalopoli, è conseguenza, secondo studi recenti, al 70% del traffico di droga. Un rito che si estende gradualmente alle zone più giovani, diffondendosi come un morbo contro il quale la società civile e la polizia possono opporre poche risorse. E i giovani, emarginati dal mercato del lavoro e abituati all’esempio delle mele marce negli organi pubblici, sono i potenziali candidati a lavorare nello spaccio, oltre che nel furto per il recupero di risorse per acquistare la droga.  Per comprendere l’ampiezza del campo, occorre confrontare i prezzi: se nel mondo civilizzato le droghe sono vendute a cifre medio-alte, qui in brasile una dose si può acquistare con un euro, rendendo interessante anche il furto di oggetti di poco valore, una sedia, un ventilatore.  La visione culturale attualmente è appiattita su sport, feste, balli e carnevale, che stendono un panno fresco sulla temperatura resa torrida da sofferenze, ingiustizie sociali e da una immorale distribuzione della ricchezza e delle opportunità.  Ma, prima di tutto, le favelas dovrebbero essere viste non più solo come un grande problema, ma come luogo di rifugio obbligato per più di un quinto degli abitanti della Città Maravilhosa.

Mentre osservo la destrezza con cui maneggiano le armi, togliendo e rimettendo la sicura, estraendo i caricatori, liberando l’otturatore, uno dei ragazzi mi chiede se voglio della coca. Ho sete e accetto, anche per dimostrarmi cordiale, così mandiamo uno a prenderla di sotto. Torna con una bustina di polvere bianca e mi accorgo del trabocchetto gergale in cui sono caduto. No, scusa credevo parlassimo di coca cola, spiego. Fa niente, dice, per me va bene. Mi lascia in mano un AK-762 e tira fuori un poco di polvere con la lunga unghia del mignolo sinistro, senza abbandonare la pistola sottobraccio. Se la porta alla narice e aspira sonoramente, poi la passa all’altro. Non c’è nulla di professionale, la situazione mi rafforza l’idea del necessario, il prodotto di una condizione che si esprime per confronti. Sto tirando una foto di un gruppo di ragazzi con le armi in pugno, avendo cura di evitare volti e tatuaggi quando accade il fattaccio. 

Improvviso in strada un parapiglia, sembrano due uomini alle mani. La banda si irrigidisce, poi reagisce d’istinto, sembra un fuoco che avvampa su una sterpaglia inaridita dalla troppa attesa. Scendono in massa urlando con le armi spianate, mentre io assisto dal posto di vedetta, con pistole seminate all’intorno. È un ubriaco che ha urtato un vecchio e la vicenda finisce a pugni con il vecchio a tentare di difendersi. I ragazzi puntano le armi verso l’uomo e continuando a urlare lo strattonano, lo tirano per la maglietta, lo prendono a pugni lo fanno cadere, lo colpiscono a calci sul volto e sul corpo. L’uomo grida ma i ragazzi non si fermano. Lo trascinano fin sul posto di guardia, passano vicino a me che assisto immobile allo svilupparsi di un evento che non so dove andrà a parare. La ciurma sembra eccitata dalla sua volontà di punizione. I ragazzi gridano «perché hai picchiato il vecchio perché hai picchiato il vecchio? Un ragazzo di tredici anni colpisce l’uomo con il calcio del fucile e fa anche lui «perché hai picchiato il vecchio? Potrebbe essere tuo padre.  Sembrano bambini che giocano a fare gli adulti, ma hanno anche le armi in mano.  A un certo punto uno si avvicina con un recipiente e gli svuota in testa un liquido mentre altri continuano a batterlo senza fermarsi. Eccitati e nervosi, sembra che l’evento costituisca lo sfogo naturale di una tensione accumulata nella lunga notte madida di rischio.

           Adesso gli danno fuoco, mi scopro a pensare. E io cosa faccio? Non posso muovermi non mi conviene dire niente, meglio se si dimenticano di avere un testimone. Poi il colpo imprevedibile. Il capo si gira verso di me e mi chiama. Vieni a fare una foto, fai una foto a questo schifoso. Le pulsazioni si mantengono sui 54 battiti al minuto: sono bradicardico e questo mi aiuta a sopportate la fatica e il calore. Anche il sudore freddo stagna in un mare inebetito.  Mi osservo osservare. Tiro fuori la macchina fotografica e l’ovvio esplode prevedibile: le batterie sono finite. Mi scuso del contrattempo. Gli attimi scorrono ruvidi e lentissimi. Puoi filmare, puoi filmare. Incredibile, hanno liberato i permessi proibiti. Tiro fuori la camera video e filmo un disgraziato legato alla staccionata, a cui viene proibito di nascondere la testa mentre a turno lo battono sul volto con ciabatte, calci, pugni.  Guarda qua, perché hai picchiato il vecchio? Rispondi alla televisione italiana... ! Dico che c’è poca luce, e mi provvedono due accendini a illuminare il servizio. Sorte vuole che il liquido sia solo acqua, per tenerlo sveglio e comprendere la punizione.

Il peggio è passato, la turma moralizzatrice si è sfogata e riprende a vigilare, il nervosismo si indirizza sopra le case, dalle quali gli olheiros lanceranno i bengala per segnalare l’improvvisa invasione dei Bope, il terribile Battaglione di Operazioni di Polizia Especial. Accettando di combattere in una città che è in guerra costante, i temibili poliziotti neri non fanno mai prigionieri, sanno colpire una moneta a cento passi, sono addestrati a sopportare umiliazioni e privazioni per controllare meglio l’aggressività. Sparano per uccidere, a meno di non voler lasciare vivo qualche ragazzo per infilargli un sacchetto in testa fino a che non sputa le informazioni richieste.

La mia prima visita alla Favela Rocinha iniziò dal caotico quadretto iniziale di Rua Apia, l’unico accesso. Come ogni prima esperienza, la ricordo nitida, particolareggiata. A un centinaio di metri stanno sornioni i mototaxi, ad aspettare un passeggero. Buttando l’occhio attorno però noto che ogni sguardo è vigile, attento. Ci inoltriamo a piedi per un po’.

Appena conosciuto Dieguinho sapevo che mi sarei appassionato a quell’agglomerato di sopravvivenza, un gusto negato ai turisti per bene. Ho portato la macchina fotografica ma ho promesso che non l’avrei tirata fuori. Anzi il marsupio lo tiene lui, dice che è più sicuro. Ogni venti metri saluta qualcuno, lui sa che non deve nascondere nulla ai controllori armati di ricetrasmittente e non solo quella. Stiamo camminando per quello che potrebbe essere un mercato di qualsiasi paesino arroccato sulle pendici di una montagna, gente immersa in faccende poco impegnate, donne che miagolano in portoghese, bambini in ciabatte, uomini che adocchiano appoggiati a un bancone. Ogni venti o trenta metri ci avviciniamo a qualcuno e vengo presentato «il mio padrone dall’Italia» a gente che ti guarda e non sorride. Uno ha lo sguardo di chi spegne gli incendi pisciandoci sopra. Quello controlla la boca, mi spiega, e suo fratello ha il “Magazzino”. Ah, faccio, come se fosse tutto chiaro. Mi chiedo se sono veramente suoi amici o se sono solo sospettosi della mia presenza nel tempio dello spaccio e dell’illegalità. Passa qualcuno con in mano una pistola o un fucile. A un certo punto udiamo qualcuno che grida «Polvere da 5, polvere da 20»; mi volto ed ed è uno con una divisa della polizia, con un mitra a tracolla. Dà l’impressione di essere in mezzo alla guerriglia. «Meno male che stiamo protetti dalla forza pubblica». No, dice Dieguinho, qui la polizia non entra. «Ma quello...» Quello ha ucciso un poliziotto e poi si è messo la sua casacca.

Passata la ressa ci inoltriamo tra spaccature laterali. Un intrico di viuzze larghe appena un metro, una via di mezzo tra una Venezia segreta e la Medina di Meknes, ma con ripide salite e discese sdrucciolevoli, in mezzo a gradini sconnessi, terriccio e rigagnoli d’acqua. Alle pareti si apre qualche punto vendita improvvisato, un paio di metri quadrati zeppi di frutta, caramelle, birre, rubinetti e cartelle del lotto. Mi tornano in mente i Souk arabi, ma questo è meno turistico. I cani sembrano tenere le orecchie ancora più basse. Si respira l’aria del proibito, del pericoloso. Sono le tre del pomeriggio. Scendiamo una scala di cemento e Dieguinho batte forte a una finestra con inferriata. Ci apre la sua ragazza, stropicciandosi gli occhi. Così conosco la sua ragazza, Biba e Marielinha, la sua bimba di cinque mesi. Vivono in due stanze ricavate tra gli interstizi di altre abitazioni, saranno venti metri quadrati, ma non mancano il Dvd e tre o quattro cellulari clonati, sparsi sui divani. Mi mostrano l’ultimo, grande come un accendino, illuminato come un albero di natale bonsai e si vantano delle offerte del nuovo operatore telefonico. La telefonia fa vittime anche tra gli emarginati del terzo mondo, penso. Ma evito di dirlo.

Saliamo una scala che sembra portare dentro le case delle sorelle e dei cognati e sbuchiamo su una veranda con vista. Rocinha si schiude davanti ai miei occhi, un fungaio di costruzioni improvvisate in spregio a ogni regola urbanistica. Da lì mi è consentito tirare un po’ di foto che faticano ad arrivare alla baia di Sao Conrado, tra i riccastri giù a valle. Un po’ di sorrisi, poi un po’ di baruffe con la ragazza che sembra dormire sempre e non ha messo niente in pentola per il pranzo. Sono quasi le quattro. Dieguinho mi dice usciamo e ce ne andiamo fuori in una tavola calda. È sempre così, sbuffa, io mi arrangio per portare a casa i soldi e lei non fa niente tutto il tempo. Il cosiddetto lavoro attuale consisterebbe nel dare una mano allo studio dell’avvocato Washington giù nel Centro, tre volte alla settimana. Ma dopo due mesi si è stufato e parla di lasciarlo. Portare incartamenti da un ufficio all’altro non è così eccitante. La buona volontà di un misero lavoro è schiaffeggiata dalla facile attrattiva del crimine. Si vive così a Rocinha e nel Brasile affollato dei sobborghi meno fortunati, dove capita di dividere un uovo sodo in quattro, tre fratelli e una madre abbandonata. Bassa percentuale di lavoro malpagato, grande quantità di popolazione pronta ad arrotondare con le armi primitive di truffa, spergiuro e improvvisazione, personaggi di una telenovela di strada che crede nel fascino dell’ingenuità.  

Mangiamo due controfiletti accompagnati con riso maluco cioè pazzo, birre, guaranà e caffè, cinque euro in tutto, e avanza un sacchetto di roba da portare a casa per la sera. Mi guardo intorno e vedo il pomeriggio affollarsi, la gioventù che si sta ammassando in strada ispira poca fiducia ma la mia sete di informazioni vorrebbe tirare una foto.

«Meglio di no». È il traffico che si prepara per la notte.

 Dopo pranzo gli viene voglia di fumare. Non sigarette, ovvio. Adesso andiamo in un posto, c’è una terrazza tranquilla. Dopo un altro periplo di viuzze sbuchiamo in un basamento di una casa non costruita, di fronte lo scivolo della montagna dove cascano spazzature e liane, tra le costruzioni inventate della favela, e un albero enorme, vecchio e intoccabile. Dà l’idea di un luogo interrotto, e non mi viene in mente di domandare perché.

Dieguinho si accende uno spinello di Maconha, dopo un minuto dalle scale sale uno che conosce, parlano e ridono, la cicca passa di bocca in bocca, l’amico fa un tiro e la passa a me. No, lui non fuma, fà Dieguinho, è il mio padrone italiano. L’altro mi guarda sorpreso. Pensavo fosse brasiliano, dice. È un complimento, per le poche battute in portoghese che ci siamo scambiati. Beh, non sono vestito da turista, questo lo sapevo da me. Passa un abitante seguito da una ragazza dall’età imprecisabile.  Loro ridono e mi raccontano una storiella di numeri e di sesso. Suppongo che abbia il solito senso, una strizzatina d’occhio alla scorpacciata di tette e culi, qualsiasi cosa significhino i numeri.

Ci salutiamo e ritorniamo sulla strada, per un altro percorso. Devo stare attento a dove metto i piedi, è come una foresta dentro la città. Come nella foresta amazzonica devo guardare per terra a evitare che mi giri la testa con tutte quelle cose strane, troppo vicine, angoli e pareti che si sporgono come liane rampicanti, e mettere lo sguardo fuori fuoco. Mi aiuta a non guardare le persone negli occhi, forse è un bene.

Potevo restare nella via principale, a fumare la maconha, dice Dieguinho, però se arrivava la polizia a fare una retata, io so come svignarmela, ma tu non so. Quindi è stato meglio andare in quel luogo, era più nascosto. Grazie della cortesia.

     È l’imbrunire.  Il sabato sera è sabato sera dovunque, quindi anche nella Favela Rocinha si organizzano divertimenti. Ci sarebbe una festa, in cima. È il compleanno del Dono, il padrone della Favela, il capo dei trafficanti. Sulla Rua Apia saliamo a cavallo di due mototaxi e ci inerpichiamo in alto, sempre più in alto. Tornanti stretti come una molla si stringono attorno ai forati a vista, alle ciabatte e ai piedi scalzi di questa umanità compiaciuta, ma priva di autoironia. Le storie di Dieguinho sulle leggi che regolano la favela mi riportano alle crudeltà medioevali, ma intorno si respira una certa forma di ordine condiviso, l’accettazione di una condizione che sopravvive al gradino sociale più basilare. Non si ruba all’interno della favela, non si fa del male all’interno della favela. Uno sgarro, se il Dono lo permette, è punito in modo esemplare. Gli amici di un amico sono stati uccisi a colpi di pistola perché sospettati di aver rubato biancheria stesa ad asciugare. Qualcuno col vizio pesante ha rubato denaro all’interno di una casa e gli hanno tagliato gli arti con la sega elettrica, sul tavolo da ping pong improvvisato in strada, davanti agli occhi dei bambini. Una lezione che vale più della licenza elementare, all’interno della favela. Mi guardo intorno e i servizi ci sono tutti, supermercati e agenzie bancarie comprese. Manca qualsiasi riferimento alla moda, quindi manca il sovrappiù. Ma vedo un centro internet e una pizzeria. Arriviamo in cima, smonto da quel cammello che puzza di benzina e pago un real. Ci sediamo in un bar sul marciapiede, e aspettiamo che la serata si animi.

Dopo un poco le sedie sul nostro tavolino di strada si sono moltiplicate, come le bottiglie sul tavolo. Ogni tanto arriva qualcuno ed è un altro giro di strette di mano e di birre. Passano il biondino magro di colore, maglietta bisunta e una vistosa cicatrice di pallottola sulla guancia da quindicenne, però tutti ci parlano insieme. Passa la matrona in nero. Non mi sfugge il portamento da padrona.

«È  la responsabile della preparazione delle dosi».

«Si occupa di bilancini?».

«No, usa il cucchiaio».

«Ah».

Le due ragazze della biglietteria della festa sono uscite a fare una pausa, si guardano intorno sapendo cosa prendere e cosa lasciare, immancabile sigaretta tra le dita. La cosa più strana di questa gente sono gli sguardi. Hanno tutti centinaia di anni. Come se non dormissero mai. Al nostro tavolo arriva un ragazzotto alto dai capelli rossicci. Avrà un diciotto anni, forse anche meno. Il solito rituale dei saluti.  Dieguinho fa le presentazioni.

«Sam, questo è Jacinto, detto il Jaka. Qualsiasi cosa hai bisogno, puoi chiedere a lui. Affabile ma controllato, Jacinto detto il Jaka mi stringe la mano come se mi avessero presentato a una guida turistica. Gli occhi ostentano una pacatezza inusuale alla sua età. Immagino che se devo contare su di lui ci siano dei buoni motivi. Prende una sedia di plastica bisunta e si siede di fronte, parlando un po’ con tutti. Un fischio al proprietario del barzinho a chiedere un altro bicchiere. Gli verso un po’ di birra, pensando che un pizzico di iniziativa non ci stia male, anche se non riesco a togliermi dagli occhi quella faccia da bambino. Anche se il confronto con Dieguinho non innalza di molto l’età apparente. Il Jaka e il Play si lanciano in scambi e ultime novità della strada. Sembra a che fare con due dirigenti bambini. Un gerente e un corriere. Mi scopro a pensare quale possa essere il loro ruolo. Vapore? Aviao? Sentinela? L’atmosfera scorre lenta, quella sensazione di calma piena di significati mi fa bene allo spirito.  Jaka si passa una mano sui capelli rossi e mi parla di suo fratello che è morto da una settimana. «Sono stati quelli del Terceiro» e mi racconta di un’imboscata per invadere la favela, complice una squadra capitanata da un ispettore di polizia che mangia nella mano dei loro nemici giurati. Erano entrati poco prima dell’alba, scendendo dall’entrata che sale dal lato di Laranjeira.  C’è stata una scaramuccia e mio fratello, il Cabeçao, il Testone, era a capo delle sentinelle che presidiavano il Beco in cima. Gli uomini stavano nel mezzo di un fuoco incrociato. Da una parte dovevano affrontare l’attacco della polizia civile, dalla vegetazione che correva a fianco delle casupole confinanti venivano i tiri dei trafficanti nemici, che cominciavano a invadere il morro per prendere possesso delle bocche di fumo e delle bocche di vendita della polvere. Quei bastardi si erano messi d’accordo per prendere il controllo. La banda che attaccava di lato era della favela nemica Vidigal, quella che sta sopra la spiaggia privata dello Sheraton, fra Ipanema e Sao Conrado, all’inizio del morro a picco sul mare. Sono i bastardi del Terceiro.

«Il Terceiro?».

«Terceiro Comando» mi spiega il Play. Sono i più cattivi, delle bestie. Non hanno una morale, non rispettano nessuno. Non sono come quelli del Comando Vermelho, che aiutava gli abitanti delle favelas, organizzando le feste Funky, i balli, distribuendo cibo e pagando le riparazioni degli scoli e delle tubature dell’acqua. Loro sparano per uccidere, non hanno madre né padre, la loro unica passione è il terrore e la cocaina.

«Lo smercio rende molto…» commento.

«Si. Viene da fuori e noi qui prepariamo le dosi…».

«Da fuori dove?».

«Là, Bolivia, Perù. Si compra a meno di un decimo del prezzo a cui vien veduta qui».

«E la gerarchia del traffico organizza lo smercio anche all’estero?».

«No, qui è solo commercio nella città. Le bocas nella favela sono protette, a volte si organizzano feste e balli per vendere di più. E si vende là in basso, nell’asfalto dei ricchi. Ogni tanto qualcuno compra forte per portare nel Primeiro Mundo, là è ancora più cara».

Sono curioso ma so che queste notizie le sa chiunque. I segreti sono altri e a quelli non si accede.

«Ma qui adesso chi comanda?».

«Qui adesso è A. de A. Amici degli Amici. Sei mesi fa hanno cacciato il Comando Vermelho, il Comando Rosso. Infatti adesso nessuno può vestirsi con maglietta o una bermuda di colore rosso. Non è consigliato, può dare l’idea che qualcuno sta ricordando i vecchi capi».

«Non è facile affrontare i nemici, soprattutto quelli alleati con la polizia locale. Che poi sono solo alcuni poliziotti che fanno capo a una milizia che vuole impossessarsi delle armi, per rivenderle e farci dei soldi. Qui è così.  Pianificano un attacco, sapendo che noi non spariamo facilmente contro di loro; se muore un trafficante loro ci fanno bella figura ma se muore un poliziotto diventa una tragedia, ne arrivano a decine, con gli elicotteri  dall’alto a sparare a vista su tutto quello che si muove, poi ci piombano addosso anche quelli della Bope, il battaglione di polizia speciale addestrata per la guerriglia urbana, con gli elicotteri e tutto il resto…».

«E gli affari subiscono una battuta d’arresto per troppo tempo…».

«Ja è» risponde il Play. «Oramai sei pratico delle strategie dei trafficanti, neh?».

Jacinto si tocca i capelli ondulati di fuoco spento, lo sguardo verso la strada non vede nessuno. Gli occhi lontani ancora immersi nella battaglia.

«Mio fratello era un mago nel tiro, si difendeva pra caramba. Gli abitanti si erano chiusi nelle case, sprangando le finestre, spostando i tavoli o i frigoriferi davanti alle porte per evitare di essere colpiti da una bala perdida, cosa assai frequente.  Di quando in quando c’era un correre di qualche persona che cercava di scappare verso rua Apia, in basso. Uomini che dovevano recarsi al lavoro, donne che andavano a fare le pulizie a casa di qualche famiglia nella ricca Zona Sul, bambini che dovevano recarsi a scuola. È una cosa non rara, capita spesso, ultimamente. La gente ascolta gli spari e sa riconoscere dal timbro se è una pistola o un fucile. Dal ritmo capisce se è una esercitazione dei soldati dell’organizzazione o un tiroteio, una scaramuccia. Qui il ritmo era serrato, non c’erano dubbi. Dopo venti minuti di spari anche noi ci eravamo appostati attraverso le case, i tetti, i passaggi segreti, ed era chiaro che la sorpresa non aveva sortito effetto. Allora l’invasione non aveva avuto successo. Però prima di ritirarsi, la polizia era riuscita a ferire mio fratello e lui si era nascosto in casa della sua ex innamorata, la Gabri, e aveva nascosto il fucile nella valletta di scolo. Ma era stato visto da un bastardo, che lo aveva seguito da vicino. Era un X-9».

«Che cos’è un X-9?».

«Uno spione, che ha avvisato il poliziotto a capo dell’operazione, quel filho da puta dell’ispettore Oliveira.  Uno che ce l’ha a morte con il Comando Vermelho, per avergli fatto fare brutte figure in più di una operazione. È uno ambizioso e vendicativo. In carcere fa pestare i prigionieri della nostra fazione per ottenere informazioni. È lui che organizza le spedizioni in cerca di armi da rivedere.

«Ma perché rubare proprio le armi della favela?».

«Sono armi da guerra. Provengono dal Paraguay, arrivano attraverso il confine vicino a Ciudade del Este, base di tutti i traffici illegali del sudamerica. Non le ha neanche la polizia».

«Il Paraguay? Un paese così piccolo e insignificante?».

«Eh, sembra così, ma non fanno niente di buono, quindi sono diventati la base delle falsificazioni, del riciclo, del contrabbando di auto rubate. Anche il presidente della repubblica viaggia su un’auto rubata…».  Lo sguardo di Jaka si perde nelle facce della strada, nascondendo la rabbia. La storia delle morti è senza fine, ogni famiglia può raccontare e piangere una vittima.

«Sono entrati e l’hanno picchiato, per farsi consegnare l’arma. La sua ragazza gridava di lasciarlo stare. Il tempo stringeva, noi stavamo recuperando terreno. Allora l’hanno trascinato fuori, per portarlo in cima. Gabri li seguiva gridando, cercando di strapparglielo dalle mani. Sapeva che se lo portavano in cima era per ammazzarlo senza testimoni. Mio fratello scalciava, arrivò qualcun altro a dar man forte. Ci furono altri spari. Lo abbiamo trovato lì, fra le braccia di Gabri, sangue dappertutto, ancora col cappellino nero con la visiera girata per dietro...».

Non è solo sofferenza quella che vedo nel volto del rosso. Storie di vite infrante riempiono i giornali. È un rituale di inevitabile destino misto a eccitazione. Come se la disperazione venisse lenita dalla lapide scolpita dentro di sé.

Mette una mano dentro il taschino della camicia e ne estrae una pallottola appuntita, brunita.

«Questa ha già il suo nome scritto in cima…» mi dice mostrandola.

Aspetto trenta secondi prima di prendere il mio bicchiere e portarmelo alle labbra. Il tempo necessario a tributare il saluto a un trafficante caduto, e non provo rammarico o fastidio, solo interesse per quella visione dentro un mare sferzato da onde senza protezioni. Io che vivo affacciato sull’Adriatico, meno acqua che in un lavandino, brezza nessuna, onde zero.

Attorno a me si fanno supposizioni sull’arrivo del capo, se andare già alla festa, entrata dieci reais, le ragazze solo quattro. «Però poi il Dono offre da bere a tutti». Eh, già è la sua festa, il compleanno del Capo. Poi una donna più posata, lo sguardo che conta. È una che prepara le dosi, mi spiega Jaka. Avevo già capito.

Mi chiedono se sto comodo sulla sedia, se sono stanco, ma non se voglio tornare a casa.

Io sono calmo come il laghetto di Calalzo. È uno di quei rari momenti in cui so cosa conti quell’attesa. Lo sapevo prima e lo so ora che sono qui. Sanno che non me ne torno a casa prima di aver incontrato il Dono.

Aspettiamo dalle nove a mezzanotte, poi là qualcuno sembra decidere che è ora di alzarsi. Faccio per impadronirmi del conto, ma il Jaka mi blocca con autorità. Insisto, sentendomi in dovere di rafforzare quella forma di amichevole sostegno che sottolinea il mio apprezzamento per essere accettato in quella irripetibile occasione. Alla fine paghiamo le birre un po’ per uno. Onorevole, credevo avrebbero lasciato pagare tutto a me, come accade sempre giù, nell’asfalto di Copacabana quando un gringo è seduto assieme ai ragazzi locali. Ci avviamo all’entrata dell’edificio, da dove esce il fragore di un funky proibito che parla di soldi, sesso e pallottole. Il Play è tutto intento a tramare con una nuova ragazza che avevo già notato nelle pieghe delle scalinate un’altra volta. Forse la sua nuova fiamma. È il Jaka che si cura di me adesso. Mi cammina a lato un po’ piegato verso di me, dall’alto del suo metro e ottantacinque sicuro. Sembriamo un primo ministro straniero introdotto dal cerimoniere nel Vaticano della perdizione.  Mi spiega qualcosa sul fatto che il Boss paga tutte le bibite questa notte, la gente paga solo l’ingresso che serve per le spese varie, un po’ di soldi vanno alla comunità là in cima che ha dato la disponibilità della quadra, l’impianto, le pulizie e non capisco cos’altro. Io cerco di capire, mezze frasi si perdono nel suono che si fa sempre più assordante man mano che ci avviciniamo alle cancellate, dove un terzetto di ceffi sorridenti ma vigili gli dà il benvenuto. Il Jaka li apostrofa come si parla a dei sottoposti. Gli domando qualcosa sulla sua vita, cosa fa, chi sono quelli all’ingresso. Mi parla di controllo di sicurezza, sono le sentinelle del Capo, tutto deve essere controllato, c’è sempre il pericolo di infiltrati delle fazioni avversarie. Entriamo nella quadra, una specie di balera o palestra con le gradinate, dove la musica già spacca i timpani, in un mix di hip hop latino e crudo funky di strada. Anche lì, solita litania delle presentazioni, dopo un po’ devo chiedere che la smettano di urlarmi all’orecchio, che per capirci sopra il frastuono rischiano di farmi saltare i timpani.  La gente si dimena in tutti gli angoli, si passano bicchieri di guaranà, fanta, birra e chissà che schifezza di alcolici. Poi vedo molti che aspirano da delle boccette di plastica, sembra la moda della stagione. È Lolò, mi dice il Jaka, una specie di solvente.

Mi chiede se voglio bere qualcosa, una lattina di birra Skol, una Wodka lemon, un whisky straniero, non nazionale, mi dice orgoglioso. Chiedo un’acqua, fa una faccia stupita.  Poi mi dice di aspettarlo là, deve fare un giro di controllo, torna subito. Faccio finta di ballare e aspetto ancora, ormai sono le due. Dopo mezzora inizia un trambusto sul ballatoio della stanza privata che domina la sala. Qualcuno parla al microfono sopra la musica. «Un benvenuto all’italiano». Il mio rosso accompagnatore mi raggiunge tra la folla e mi fa cenno di seguirlo. Passiamo una serie di stretti corridoi bui che rasentano i muri, superando capannelli di controlli, e arriviamo alla porta della Stanza, dove una fila di persone vocianti chiede udienza. Le guardie armate hanno il loro daffare per tenere tutti indietro. Il Jaka grida qualche nome, e la guardia alla porta nota quella capigliatura rossiccia che si erge fra la folla dei petulanti. Anche lui è alto, dalla carnagione abbronzata di quel colore che non sai se è il bianco del Tropico del Capricorno o una delle infinite varianti di mulatto che non si preoccupa dell’abbronzatura. Capelli raccolti in un elastico colorato che stona con la severità dell’AK 762 nero scrostato che gli pende dalla spalla, la canna distrattamente pendula. La faccia lucida di  sudore unto, gli occhi vitrei e arrossati, un’ombra di barba che in città sembrerebbe alla moda ma qui sa solo di sporco, e di pericolo, inframmezzata da qualche sottile cicatrice rosata a interrompere la barba sopra il labbro. Fa un cenno imperioso di avvicinarsi: attraversiamo la marea, mi sento osservato e provo la stessa sensazione che si ha quando si supera una fila all’ingresso di uno spettacolo, esibendo un invito Vip.  Il Jaka e la guardia si scambiano un po’ di urla e quello mi butta gli occhi addosso, come a cercare di riconoscermi, poi punta il dito su di me e dice «Tu, vieni». Mi infilo tra i corpi che aspettano e mi strizzo attraverso la porta. Al dilà la stanza è illuminata e piena. Donne, bambini, ragazzine, gerenti, guardie armate, omoni grossi e tutti con in mano una bottiglia, un bicchiere o una pistola. Qualcuno balla, guardando giù dal ballatoio, verso la sala gremita spaccata dai faretti colorati. Il rosso mi presenta a ogni colonna, io stringo le mani e chiedo sempre «Tutto Bene?» con un sorriso beato alzando il pollice alla maniera brasiliana, distribuendo intorno una placida incoscienza che spero mi aiuti a portare a casa la pellaccia. Tutti mi vogliono offrire una bevuta, una fumata, una tirata. Ma io non fumo non bevo e non tiro e questo li lascia con un’espressione perplessa. Alla fine troviamo il Dono Biu, il festeggiato, il Capo dei capi. Attorno a lui quattro energumeni vestiti a festa, tipo giacchetta sopra le magliette della Boston University, e pistola che sporge dalla cintura dei jeans. Una scorta che lo fa sembrare ancora più protetto, nella sua maglietta aderente. Sembra il ritratto di un Napoleone giovane, anzi un Al Capone coi capelli ossigenati. Adagia su di me uno sguardo arrossato e intelligente, sembra un groviglio di stress che rotola in fretta giù dalla vita, sembra squadrarmi senza scorgermi, poi si avvicina e mi stringe la mano senza profferire parola. Jacinto il Jaka sembra inorgoglito dall’evento, da una parte un visitatore italiano, amante della favela, interessato a conoscere quello che il resto del mondo definisce con fastidio «spazzatura» umana. Dall’altra il suo capo, patriarca di una esistenza marginale che deve fare il conto alla rovescia con la vita. Gli parla di me, non capisco tutto quello che dice. Biu mi osserva senza dimostrare alcuna emozione, sbirciando di quando in quando sopra le nostre spalle, a controllare la tensione di una festa che per lui è una esposizione al rischio. Il mio sguardo cade sulla pistola luccicante che porta infilata sotto la cintura. Se ne accorge e ci mette una mano sopra, continuando a fissarmi. Poi la sfila e, tenendola in pugno, puntata verso il basso, mi apostrofa.

«E ai, gostou do presente? Ti piace il regalo che ho ricevuto?».  Osservo meglio, mentre lui toglie il caricatore, scarrella per togliere la pallottola in canna, e mi porge l’arma.  Per educazione accondiscendo, soppeso l’arma pesante e me la rigiro fra le mani. Noto che solo il carrello è lucente, d’oro massiccio.

«Show de bola…» rispondo, una meraviglia davvero. Gliela restituisco prima che diventi troppo nervoso. Rapidamente ripone la pallottola nel caricatore senza togliermi gli occhi di dosso, lo inserisce sul calcio e fa scattare il carrello, armandolo. Pone la sicura e rimette l’arma sotto la cintura. Solo allora le labbra si piegano di un millimetro, che secondo lui equivale a un mezzo sorriso di soddisfazione. Una pacca sulla spalla e mi dice «a vontade» a disposizione, forse mi crede un personaggio della mala italiana. Sorrido. E anche a lui faccio il pollice alto «Parabens» Auguri, mentre mi dà una manata sulle spalle e se ne va soddisfatto della dimostrazione, a condividere bevute e altro chissà, coi suoi luogotenenti, gerenti e vapori. Meno male che non gli ho fatto il gesto di «ok» all’americana, con il pollice e l’indice stretti ad «o» un gestaccio che significa «vai tomà no cù» vaffanculo. La percezione elettrica ha raggiunto il massimo mentre mi trascino in mezzo a quella corte dei miracoli, simile soltanto esteriormente a qualsiasi altro camarote, il privè di una scuola di samba. Il culmine dell’evento è lì, e io sto coi piedi sulla vetta aguzza. Non ho desiderio di giudicare, tutti i sensi dedicati a respirare, percepire. Non voglio dimenticare. La vita va presa come viene, ognuno a modo suo, e mi domando se qualcuno ha avuto come me la sensazione che in quell’incontro due mondi separati si siano toccati senza ragione apparente. Se io lo accetto, perché non lui? Domani i giornali racconteranno della ennesima invasione a Vidigal, la favela nemica, che costerà la vita a dodici trafficanti. Ma io, oggi, posso raccontare di aver conosciuto il Dono di Rocinha.

Quando usciamo sulla strada c’è ancora vita, luce nei bar, gente che cammina e crocchi di ragazzi che parlano, qualcuno ride. Del Play nessuna traccia, come al solito è sparito nel labirinto senza controllo, fra le pieghe del peccato. Accompagnato come un’ombra tutta la notte, il rosso e io siamo stati legato come da un filo invisibile di ragnatela, facile da recidere ma teso. Devo salutarlo per ritornare laggiù, fra le luci immobili e fortunate che si scorgono tra gli alberi del picco in cima, sotto l’abbraccio della statua illuminata che con le braccia aperte qualcuno redime e altri accetta. Ci diamo uno schiaffetto di palmo e poi scontriamo i pugni, saluto di trafficante. Fermi. Poi un abbraccio, più umano. Mi guarda fisso negli occhi per un istante che sembra indeciso. Poi mette la mano sul taschino e ne tira fuori la pallottola. Tienila tu. Mi dice. Mi osservo osservare la scena di cui faccio parte, immobile per un attimo che supera il tempo presente, la lingua, la distanza culturale.  Mi sembra che essere lì sia l’unica cosa ovvia nell’universo. 

Accetto.

° ° °

 

    La vita di Rio scorre lenta, eccitante, naturale nella sua follia animale.

Il nome del Dono della Favela, il Capo Biu, non era noto pubblicamente. Per problemi di sicurezza i capi non si fanno pubblicità. Ma nella favela le cose sono diverse ed è più difficile non sapere. Soprattutto per l’atteggiamento assistenziale caro da sempre ai capi banda, per guadagnarsi l’appoggio degli abitanti. O per il condividere la diffusa passione per i locali notturni e le accademie di ju-jitsu. Si chiamava Erismar Rodrigues ma era conosciuto come Bem-Ti-Vi, il nome di un passero dal petto giallo e con una piccola cresta rossa sul capo.

Quando ero andato al compleanno di Biu avevo notato i suoi occhi arrossati, e i capelli ossigenati.  Una concessione alla moda che non nascondeva il peso di quella posizione. Ci sono parti del mondo dove le prospettive sono diverse da quelle che conosciamo. Come l’aspettativa di vita. Biu aveva 32 anni. 

Adesso Biu è morto.

La polizia di Rio aveva affittato segretamente una casa dentro la favela di Rocinha per controllare i movimenti. Ogni tanto vengono organizzate operazioni per contenere il problema del traffico di droga nella città. Magari perché le mazzette alla polizia corrotta non sono state sufficienti, o perché si stanno creando nuovi equilibri. E i banditi rispondono invadendo le strade della città. Come era accaduto quest’estate, quando i trafficanti avevano bloccato il tunnel che collega Copacabana a Ipanema, sparando e incendiando auto.

La Favela può suscitare sconcerto, disapprovazione o pietà. Occorre posare lo sguardo sul mondo partendo soprattutto dalle sue sincerità. Rocinha è spontanea nel suo desiderio di sopravvivenza oltre il limite del lecito, ma non si finge qualcos’altro. Molte abitazioni non pagano la luce, attaccandosi al cavo che passa lì vicino, assieme ad altre cento case. Ci sono negozi minuti come garage, dove aspettare che una bambina venga a comperare tre caramelle e una confezione di latte, ristoranti precari che ricavano stanzette nella costruzione al di là del proprio muro, mototaxi senza licenza guidati da minorenni che arrotondano consegnando pacchi di droga, persino scuole i cui responsabili sono conniventi con gli spacciatori. A Rocinha esiste anche una palestra di capoeira e Ju-jitsu per minori e un museo della storia della favela dove si conservano dipinti e disegni degli scolari. Una diversità obbligata, lontana da quella chic di Ipanema o Leblon, i quartieri alla moda tutti vetro, cemento e shopping center dalle grandi marche internazionali. Tutti i carioca sceglierebbero di vivere a sud di Copacabana, perché i quartieri moderni si spostano sempre più in basso, dove la regola del bon ton chiama salario la “propina” della mazzetta sottobanco. È l’indice della modernità, del progresso che avanza copiando gli esempi dei mondi più civilizzati e applicando la lezione del profitto con gesti più grossolani, più adatti a una sfera di potere meno raffinata. La globalizzazione dello spreco di pochi e dei sogni di molti attecchisce a tutte le latitudini, facendo scomparire il teorema di un mondo migliore. L’euforia dei paesi emergenti copre diritti e doveri sotto una scintillante coltre di cemento.

Solo le favelas rimangono a ricordare che l’umanità non è quella che si vede sui cartelloni pubblicitari, non è solo il Samba o il Cristo Redentore, ma è spesso un cavarsela sparato con le pallottole dell’ignoranza, per accaparrarsi lo stesso luccichio che altri poco distante sfoggiano senza meriti, grazie a privilegi distribuiti da una geografia inspiegabile. Le favelas non sono fame o morte come nell’Africa moribonda ma una specie di Corte dei Miracoli a fianco di una Notre Dame dell’opulenza, un riparo accettato a fianco della stessa baldoria, una scorciatoia della vivacità, cruciali specchi di concretezza che non si può arrendere, né nascondere sotto il belletto del Marketing.

Polizia e politica saccheggiano la dignità senza vergogna sapendo che nei numeri si nasconde il segreto del successo. A tutti gli altri le briciole del delinquere. L’adeguamento ai precetti del prevalere conduce a un continuo gioco mortale a guardie e ladri, dove tutti si buttano a fare la loro parte senza ritrarsi.

Sopra le righe, amabile e immaginativo, felice nella mia euforia privilegiata quando in montagna ho bevuto un paio di bicchieri di vino, comprendo il favelado e la sua maconha che scivola sorniona sulla donna separata, sulla figlia di due anni, su un passato fortunato di prostituzione e di piccoli lavori con il traffico, e non mi va di fare moralismi.

Biu lascia uno spazio che non resterà vuoto per molto. Dopo un paio di giorni sui giornali, anche l’impresa della polizia agli ordini dell’ispettore Oliveira verrà dimenticata, e tutta l’organizzazione tornerà a ricostruirsi, più forte e pericolosa di prima.  Nuove mani cercheranno di impossessarsi delle bocche di spaccio della “polvere”. Altri occhi stanchi osserveranno nella notte la Cidade Maravilhosa.

Non critico le scelte dell’amico dai capelli rossi, che mi fece conoscere il vecchio capo Biu e poi realizzò il sogno di diventare sua guardia del corpo come il fratello, né mi cambia la vita non poterlo più salutare. Jacinto detto Jaka muore assieme al suo capo, a 18 anni compiuti da un mese. Camminavano per la strada, appena lasciato un punto di ristoro dove avevano bevuto una bibita di Guaranà. I cecchini li colpirono con quarantotto colpi di fucile: volevano essere sicuri. Non potremo più fare baruffa su chi paga le birre al bar, ma conservo la pallottola che mi aveva donato quella notte. Il colpevole dell’imboscata, il delatore che voleva prendere il possesso del traffico non durerà quarantotto ore. La sua testa esploderà assieme ai suoi progetti di comando, intrecciati a mazzette date alla polizia, a protezioni e immutate lotte per la supremazia locale.  I nuovi capi oggi sono due, Joke e Nein, soprannomi non dissimili da quelli che li hanno preceduti, mentre altre collaborazioni segrete vengono celate fra le calli oscure, le ripide scale, le pareti non intonacate, l’immondizia a cielo aperto fra topi e cani, le certezze a misura di giornata, le dimore senza identità e le esistenze senza numero civico.

Anche il domani è un lusso nella voglia di vivere qui e ora, a dispetto della pretesa superiorità di un mondo che si reputa normale, laggiù nell’asfalto.

 

 

 

copyright © 2007 max bonaventura

 

 

 

max.bonaventura@gmail.com

   

 

 

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