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Per chi ama il Brasile a tinte forti, fuori dai luoghi comuni turistici

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raccolta di storie

qui la descrizione

 

 

 

Il rallentamento della crescita del Brasile

le domande che si pongono gli economisti

 

 

Il Brasile ha fallito nel creare la domanda interna

 

Già qualche anno fa gli economisti internazionali si interrogavano sul futuro del Paesi Emergenti: Cina, Russia, Brasile, India e Turchia erano visti non solo come nuovi epicentri attorno ai quali ruotano gli equilibri mondiali, ma anche e soprattutto come risorse per la rinascita dell'economia occidentale. Questo punti di riferimento mondiale non appare oggi così stabile. La Cina, come economia a comando statale, ha dribblato i problemi del mercato incontrollato, ma non sembra aver raggiunto una sufficiente spinta ai consumi interni. Analogamente la Russia, soddisfatta del proprio geo-nazionalismo, basa ancora su valori sovietici poco trasparenti in termini di indipendenza dei settori giudiziari e di libertà di parola.

 

Il Brasile rappresenta in parte il problema tipico di tutte le economie “emergenti”. C’è un paese arretrato economicamente, con un buon livello di leadership urbana, tanta manodopera a basso prezzo, e una serie di regolamentazioni terribili che impediscono la crescita. Arriva una guida politica “forte” che collega il paese alle dinamiche del commercio globale. In casa, abbassa i tassi d’interesse e iniziano gli investimenti immobiliari. L’economia cresce, quindi il paese può prendere soldi in prestito (oltre ai maggiori introiti fiscali) e può investire in infrastrutture. 

 

Poi, però, serve qualcos’altro: riforme più adatte al contesto, sicurezze e rappresentanza politica per la classe media, differenziazione economica. Probabilmente il problema è insito nel rapporto tra economia e politica: a un certo punto, forse gabbati  dal loro stesso orgoglio, i paesi sono “stanchi di crescere”. Aspirano tutti al modello occidentale, in cui ci si concentra sui servizi, in cui l'accesso ai beni di consumo e di "status" sembra rappresentare il successo sociale. Ma qualcuno i bulloni li dovrà pur avvitare; e qualcun altro le magliette le dovrà pur cucire. In questo, stranamente la storia delle crisi altrui sembra non essere di lezione. Per questo, si arriva a un certo punto in cui non c’è più mercato per la produzione, e non c’è più spazio per i servizi. Il governo può reagire abbassando i tassi e stimolando la spesa con investimenti pubblici, ma ciò si trasforma regolarmente in stagflazione (aumentano insieme disoccupazione e inflazione). Il risultato è il crash economico e, nel peggiore dei casi, il caos in piazza.

 

 

Il Brasile doveva spaccare il mondo, e di certo ha compiuto molto passi in avanti rispetto a vent’anni fa. Già nel 2012 però è cresciuto solo dell’1% - sufficiente appena ad accomodare l’aumento della popolazione. Per rispettare i suoi obbiettivi di bilancio, il governo ha tagliato spese infrastrutturali e si è anticipato contabilmente dividendi di aziende pubbliche. Con soddisfazione degli invidiosi, ha prelevato anche dal “Fondo Sovrano” d’investimento (il “Fundo Soberano do Brasil”) nato nel 2008, che aveva fatto tremare tutti. Ancora nel 2010, il Brasile cresceva del 7,5% l’anno.

 

La soluzione brasiliana? Svalutare il real. Ed è quello che si è visto nell'ultimo biennio, con un valore del cambio con le principali valute (dollaro ed euro) caduto oltre il 50%. Così c'é la speranza che le esportazioni possano riprendere. Anche se il costo del denaro bancario rimane prossimo al 100%, anche se la percentuale di mutui non onorati è a livello di rischio, anche se l'inflazione incessante crea il paradosso di presentare un paese con costi di vita da mondo supertecnologico e servizi ancora da terzo mondo.

 

La caduta in disgrazia di Lula, condannato a 9 anni per corruzione e poi a 12 in appello, aiuta l'area di sinistra a dare la colpa delle disgrazie attuali al sostituto presidente Temer, senza capire che nessuna economia mondiale è un'isola a se stante e che le tendenze in atto sono macroeconomiche e globali. Vero è che sotto i governi di sinistra Lula e Roussef  troppi soldi erano stati distribuiti a pioggia per il sostegno delle popolazioni più indigenti, tralasciando le riforme bancarie e dell'economia diffusa, rendendo di fatto vano l'aiuto. Sarebbe bastato dimezzare gli interessi bancari e promuovere la semplificazione della piccola impresa, vessata da una burocrazia che rende necessario la "propina", cioè la tangente, per ottenere documenti e permessi che potrebbero velocizzare il funzionamento di una economia creativa e diffusa. Ma il populismo ha parlato diversamente, ed ora che le vacche grasse sono irrimediabilmente fuggite, c'è la lotta ad incolparsi della staccionata lasciata aperta.

 

Anche in questo, nessuna novità sotto il sole dei tropici.

 

 

 

max aug 013 - feb 018 - courtesy by:  geopolitics - linkiesta report

 

 

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Viaggiare è un atto di ribellione. Chi cerca vite diverse da quelle in cui vive dimostra un rifiuto per la realtà così com'è, nella sua fissità di regole e abitudini, e va alla ricerca di una fabbrica di desideri e sostituti.

 

 max.bonaventura@gmail.com

 

 

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