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Capire il concetto di "favelado"

 

abitante della favela Babilonia sul tetto di casa

        Nella già popolosa Rio de Janeiro, lo sviluppo dell’edilizia turistica degli anni Trenta chiama dalle regioni del paese migliaia di manovali per l’erezione della nuova Copacabana. Nelle povere baracche abbarbicate sulle pendici dei pan di zucchero a ridosso dei quartieri in costruzione, in poco tempo migliaia di famiglie danno delle pareti al miraggio brasiliano, il mito della vita alle spalle della metropoli meravigliosa, godendo impunemente della migliore vista sulla città. Da allora lo sviluppo vertiginoso della città si riflette anche nei morros, i promontori cittadini.

Le favelas abbarbicate sono decine, centinaia, e arrivano a ospitare decine di migliaia di abitanti cadauna, mentre nascono negozietti essenziali e punti di ristoro, anche se nella maggior parte ancora oggi mancano scuola, ospedale, piazze e cinema. Lo sviluppo della società e dei servizi ha sempre scelto di dimenticare le favelas, che rappresentano una brutta pubblicità per una città dalle avide ambizioni turistiche. Eppure all'interno delle favelas la vita non è diversa da qualsiasi altro quartiere, coi suoi bar, i ristorantini di strada, i punti internet e videogiochi, i venditori di birra con le casse di isopor zeppe di ghiaccio che cola in rivoli sull'asfalto.

le favelas del Complexo do Alemao sono estese su cinque colline

 

     Ancora agli inizi degli anni Novanta le favelas non avevano elettricità a sufficienza, e la tensione cadeva diverse volte al giorno, anche a causa dei collegamenti illegali, i "gatti", che ancora oggi rubano l'energia dall'unico palo legale, generando un intrico di fili che vanno in tutte le case.

Le strade erano di terra e le fognature apparivano come rigagnoli a cielo aperto che scorrevano a fianco delle porte di casa e che nei giorni di pioggia si mescolavano a fango e immondizie e pezzi di pareti malferme, attraversando gli angoli dove giocavano cani e bambini.

 

una splendida visione della baia di Botafogo dalla favela Tavares

 

Questo si può notare anche oggi nelle aree più lontane dal centro, dove gli interventi sociali si limitano alla repressione indiscriminata di una fastidiosa condizione sociale che torna alla ribalta quando esplodono atti di violenza. È la vendetta dell’emarginato, che viene a tormentare il benestante irrompendo nel salotto buono attraverso le immagini dei cruenti reportage televisivi. Nel gergo cittadino la parola “favelado” è sinonimo di indigente senza cultura, marginale, spesso bandito.

   Non è solo l'amministrazione locale a girare alla larga dalle favelas e dai suoi abitanti, a meno che non si tratti di un blitz per ripulire l'immagine in vista di un imminente evento internazionale che metterà gli occhi di milioni di nuovi turisti sulla città. I concittadini stessi, quando vivono in situazione migliore, tendono a evitare di mischiarsi con i meno fortunati. Non è ritrosia, è il fastidio di specchiarsi un una versione troppo reale del proprio vicino, il tentativo di esclusione di tutto ciò che ricorda una condizione di bruttura e sfortuna, che finisce per assumere i caratteri della cecità, cadendo spesso nel vero e proprio razzismo.

spiaggia di Arpoador verso Ipanema

Le spiagge di Rio hanno nomi famosi, Copacabana, Flamengo, Ipanema. Una attenta analisi mostra però che esistono aree ben definite dove la popolazione delle favelas si riversa. Di solito è proprio lì dove scendono le strade dei morros, abbarbicate alle spalle della città bene. A lato di Flamengo c'è quindi il confine più scuro e vociante, che divide la spiaggia familiare dal lato della Marina di Gloria, la terra di nessuno che fronteggia la pista di atterraggio dell'aeroporto domestico intitolato a Alberto Santos Dumont, inventore del primo aereo del novecento e propugnatore dell'orologio da polso.

 

i massi di Arpoador e i picchi dei Dois Irmaos sulla sfondo di  Ipanema

 

La linea invisibile che divide la turistica Copacabana dalla esclusiva Leme è un'altra zona di confino per le chiassose e numerose famiglie che scendono dalle retrostanti favelas di Babilonia e Chepéu Manguera. In spiaggia non c'è osmosi fra bambini bianchi e neri, gli schizzi d'acqua sono anch'essi omologati ai colori e ai ceti sociali, con la stessa divisione di amicizie, netta e protetta, che si nota anche nelle scuole. Subito dopo Copacabana, superato il massiccio fortino che ospita il Museo dell'Esercito, si apre la spiaggia di Ipanema. Anche qui, a ridosso delle pietre, il macigno dell'Arpoador accoglie i favelados di Pavao e Cantagalo, regalando grida e tuffi che non si confondono con le abbronzature chic di Ipanema, che impera solo qualche centinaio di metri più in là. L'abbigliamento si distingue: copie taroccate di bermuda Ellus e Osklen spiccano sulle pelli scure, assieme a tatuaggi sfacciati e tagli di capelli rigati e colorati. Si mangia cachorro quente, hot dog da un euro la dozzina, guarnito con pomodoro, cipolla, mais, patata paglia e piccole uova di codorna, mentre bottiglie da due litri di Guaranà e Fanta Uva si scaldano fra le kangas slavate. I ragazzi si azzuffano allegramente, schiamazzano e si riempiono di sabbia, mentre le ragazze si raccontano le ultime avventure con l'aviao di turno, il ragazzo che consegna pacchi sospetti.

un bar di strada in una cachoeira di Caxias

 Dall'altro lato del sogno i corpi levigati e atletici, i capelli scolpiti e impomatati si sprecano. I ragazzotti rimangono in piedi sulla battigia per non pregiudicare l'uniformità dell'abbronzatura. Mantengono il aria la palla del futevollei con colpi plastici, le salsicce strette in coloratissimi costumi acquistati nei lussuosi shopping Center di Zona Sul o di Leblon, le ciglia curate e protette dietro enormi occhiali Gucci o Dior. Si pasteggia con sandwich naturali, frutta tropicale immersa nel gelato o açaì nordestino, innaffiando la sete con Guaraviton o acqua assolutamente non gassata.  Il rito della caipirinha inizia solo al pomeriggio, in attesa del quotidiano appuntamento con il tramonto del sole dietro il picco dei Dois Irmaos, salutato dall'applauso del popolo della spiaggia bene. Si decide a che festa andare questa sera o quella. C'è chi non se ne perde una, fra entrata, bibite e aiutini per stare svegli qui costa una cifra. E' chiaro che una "forza" economica occorre racimolarla in qualche maniera spigliata, magari dall'amante di turno.

venditore di Açaì a Ipanema

 

    Per le strade di una grande metropoli i colori si fondono, il chiacchiericcio accompagna il movimento delle masse dirette a un ufficio, a un supermercato. Alcuni fermi propongono videogiochi o programmi per computer pirata. Si danno da fare come possono, invidiosi di chi gira in giacca e cravatta perché ha un lavoro d'ufficio. Ma già guardano dall'alto in basso un collega di colore più scuro, ancorato al suo destino cromatico. Poco più in là il mendicante sfotte un favelado. Un arricchito tenderà sempre a nascondere i propri natali, a emarginare amici e familiari poveri, almeno quando la vicinanza non avrà lo scopo di generare invidia per la condizione raggiunta, non importa in che modo. E' il culto dello status, primo effetto del consumismo e delle telecomunicazioni.

vista della spiaggia di Leme e Copacabana dalla favela Babilonia

 

max - 12  apr 2007

 

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