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 Vivere il Brazil

  Culture a confronto

 

Nelle grandi città brasiliane, ma soprattutto nei sobborghi, la crescita del paese verdeoro assomiglia al boom italiano degli anni '60.

 

Una endemica carenza di cultura diffusa, almeno quella alla quale siamo abituati noi europei intrisi di millenni storia, pervade il Brasile. Come un italiano che non ha mai visitato questo paese pensa che sia solo la patria del carnevale e della caipirinha, analogamente anche il brasiliano medio sa solo ciò che di noi riporta la televisione, la telenovela, o qualche amico. E' facile accorgersi che essi vedono nell’Europa un pozzo di ricchezze senza fine. E’ il mito del Primeiro Mundo, verso cui dirigono i loro sogni senza rete. Ci si uniformano iniziando a viaggiare, a comprare cellulari, fotocamere digitali e MP3. L’invidia e l’orgoglio passano facilmente attraverso lo sfoggio di un oggetto da primeiro mundo

Ogni film recente o ultimo cd musicale viene venduto in migliaia di piccoli mercatini di strada, ogni persona che abbia o no un lavoro, arrotonda sicuramente nel fine settimana vendendo birre ghiacciate alle feste o biscotti in spiaggia. Nessuno quindi muore di fame, grazie a una tolleranza del sistema sociale che consente ognuno di arrangiarsi. Al limite, se c'è un controllo, anche il vigile prenderà una mancia, per arrotondare così il suo magro stipendio, e tutti avranno come pagarsi il divertimento del fine settimana. Nei supermercati ogni oggetto scontato è una sfida a comprare assolutamente, per poi andare a "tirare onda", cioè vantarsi con una amica. 

La quale non vedrà l'ora per vendicarsi facendo altrettanto, magari facendosi prestare i soldi da una vicina di casa con la scusa della madre malata, dell’affitto da pagare, di un furto subito in autobus.

I più creduloni sono gli amici stranieri. Non c’è da meravigliarsi, dal momento che crediamo ancora alle favole dei giornali sulla tratta delle ragazze mandate a prostituirsi. Nel complesso i comportamenti sociali, economici e politici, le aspettative e i sentimenti sono espressi in modo infantile, comprensibilmente generato da una civiltà che vanta solo cinquecento anni di storia, i primi quattrocento fatti solo di colonizzazione e schiavitù.

In spiaggia è normale ascoltare una lesbica vantarsi del fatto che l’innamorato italiano cinquantenne le intesterà l’appartamento. Quindi se ne andrà a vivere con l’innamorata, e chi s’è visto s’è visto. I miei amici brasiliani approvano, con un po’ d’invidia.  Ma aspettano la loro opportunità.

In questo scenario la cultura evidentemente si basa su ripescaggio del passato, sulla narrazione di quello che c’è. Difficile immaginare un brasiliano che fa tecnologia, critica internazionale, innovazione culturale. I meccanismi sono ancora quelli di una burocrazia medievale arroccata sui privilegi difesi con la prevaricazione e la consorteria, in un Paese alloggiato troppo presto in una compagine mondiale evoluta. Il sentimento amorfo giovanile finisce per legarsi a quello internazionale, ma per motivi opposti.

Il giovane tipico insegue ciecamente l’approfittare della vita non per disamoramento nei confronti di  autorità ed esempi educativi, bensì per planare rapidamente sull’onda del divertimento spersonalizzato e senza dolore che ormai ha invaso il pianeta. Il motivo per cui amare il Brasile risiede sì nell'incontro con un popolo ostaggio dell'allegria, meno complicato e stressato di quello europeo, ma principalmente nella natura  che la fa da padrona, il clima caldo, le spiagge, la frutta e i cibi freschi. Un salto nel nostro passato, un recupero di opportunità che nella vecchia Europa oramai è difficile trovare, soprattutto a questi  prezzi.

Nessuna meraviglia che anche gli italiani più altruisti e socievoli finiscano per prendere distanze dall'integrazione remissiva. Si arriva irrimediabilmente a capire che occorre crearsi una propria dimensione che non escluda gli incontri coi locali, ma che privilegi la conservazione e lo sviluppo della nostra personalità, spesso incompresa agli abitanti locali. Con un amico che passa in Brasile sei mesi l’anno, abbiamo provato a condividere una frettolosa analisi del popolo di cui siamo rimasti affascinati, e ne partoriamo la medesima diagnosi: un Paese ricchissimo, ancora pieno di gente povera che ama spendere quello che non ha.  E che non ha mai colpa di niente.

 

gennaio 2010

 

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Viaggiare è un atto di ribellione. Chi cerca vite diverse da quelle in cui vive dimostra un rifiuto per la realtà così com'è, nella sua fissità di regole e abitudini, e va alla ricerca di una fabbrica di desideri e sostituti.

 

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