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Visita al quartiere di Santa Tereza...

Molti turisti preferiscono le zone battute dei circuiti internazionali. Copacabana, Ipanema. Altri li dichiarano troppo affettati, privi cioè della spontaneità della vita locale. E' sempre così: il turista vorrebbe essere l'unico a vedere un posto esclusivo, per poter dire in patria di esserci stato solo lui. Spesso ci va e lo rovina. Con la ostra fretta ci manca il tempo per amare veramente, per lasciare il tempo scorrere come un'onda. Siamo le Torri gemelle della civilizzazione, magari arricciando il naso sugli odori dell'umanità.  E' la malattia della civiltà: si paga caro per poter evadere da uno stile di vita progredito ma schiavizzante o, nel migliore dei casi, anonimo.

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La cura arriva tardi, ma arriva. Equilibrio ha a che fare con la sperimentazione, fors'anche con la qualità. Ci ho messo anni prima di liberarmi della fame di conquista, per approvare finalmente all'accettazione del conoscere senza giudicare. E adesso mi piacciono i luoghi pittoreschi, potrei dire, con una punta di imprevisto discontrollato.

Santa Tereza non è fra questi. Lo potremmo definire tutt'alpiù l'ultimo dei quartieri cittadini con fascino spontaneo. Pieno di locali frequentati da artisti, musicisti, pittori, scrittori, rifugio di artigiani creativi. Il primo quartiere Bohemien di Rio de Janeiro. Scoperto e amato da europei più che da nordamericani, conserva uno spirito non sfruttati. Ci si va  e ci si riconosce nelle cose che si osservano. Soffermarsi davanti ad un negozietto di lampade dipinte a mano vuol dire intendersi su una cosa. le cose fatte in serie sono per il consumo della moltitudine.

Scendo dal Metrò alla stazione Carioca e mi dirigo verso la partenza del Bondi, la carrozza a cremagliera che raggiungerà la vetta della collina, attraversando il ponte di Lapa e permettendo allo sguardo di vagare sulla densità dei quartieri che si affacciano alle spiagge, adombrate dai pandizzucchero.

Paghiamo poco, 70 centavos di real, circa trenta centesimi di euro per una salita che si inerpica attrverso piante tropicali, permettendo di godere della benevola protezione del Cristo Redentore, onnipresente sguardo chino sulla multidao.   Sarà che la statua fu donata dai francesi? Mi chiede un ragazzo a cui, scoperta una foto d'epoca di un borgo parigino cui la Nike dava uno scorcio vagamente King Kong, avevo raccontato del viaggio della statua della Libertà verso Nuova York. La lentezza dell'incedere permette la salita portoghesa di ragazzi locali che approfittano del nostro passaggio per attaccarsi alle pareti del trenino in corsa affannosa. na Palace.

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Scendiamo nella piazzetta dall'acciottolato in sasso che pare una Asolo ancora da scoprire. Questo fa bene allo spirito dell'avventuriero che alberga sotto la mia maglietta senza maniche.  Il gorgoglio del mio stomaco è sopraffatto dalle note ritmate di un sax che emerge fra gli stipiti di un ristorantino.  Per la prima volta della storia impongo la mia scelta agli amici e ci facciamo strada fra i tavolini occupati da compagnie e coppiette. Il jazz dal vivo sommerge le blande parole della Tv che dall'angolo si avventura a parlare di Chavez, della lontananza fra le opzioni future dei diversi paese del sudamerica che guardano al consumo, come il Brasile, o all'alternativa populista, come Venezuela, Bolivia, Perù.  Nessuno si accorge che l'acqua del mare era pulita solo il giorno dell'incontro dei paesi del Mecosur all'Hotel Copacaba

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Una discesa a piedi attraverso la scalinata variopnta di azulejos, ceramiche di tutto il mondo, opera dell'indomito Marcio, mi riporta a Catete, Lapa, Gloria, Parco di Flamengo e infine all'immancabile spiaggia, gioia e delizia di ogni sacrosanta giornata carioca.  Ecco spiegato perchè le ore scorrono lerde, paciose, tra un rinfrescante sacolè ghiacciato al maracujà, uno scurissimo açaì com banana, consolate dallo scorrere delle onde, sulle acque del Samba, del Forrò, del Pagode o del Funky...

 

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