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Rubando sguardi a Vila Mimosa

 

    Come promesso, Derick mi porta a vedere un angolo di perdizione caratteristico, un quartiere carioca a luci rosse, seppure di livello molto popolare. Con più di 80 anni di attività e attraendo mille "visitatori" al giorno, la zona è ben longe dall'invecchiamento.  Nelle pause le "ragazze" si dedicano a sessioni di lampade artificiali e persino palestra.  E' impossibile dare conto delle "lavoratrici" coinvolte perchè giornalmente il turnover è impressionante.   Prendiamo il metrò da Catete e scendiamo a Umaità. Lui sembra meno carioca di me, con quel capello biondo pintado e la faccia da ragazzo olandese. Conosce molto gli ambienti del suburbio di Meier ma pretende di abitare a Copacabana, fulcro dell’attività di ogni settore.

Sbarchiamo per la strada piovigginosa verso le undici di sera, dopo una rincorsa di suggerimenti ad ogni angolo. Attraversiamo un ponte e piombiamo in una area scura, dove fra luci tremule si aprono bar di biliardo e motociclisti.

I primi cento metri di Vila Mimosa guadagnano la posizione di porte dell’inferno. L’area emana un forte odore di piscio, ma si presenta desolata e deserta. Forse è troppo presto, commenta la mia guida. Como assim? Alle undici di venerdì sera? Superata la prima curva ci incamminiamo giù verso un orizzonte di lucette e di fumo dei churraschini a lato delle auto. Pochi passi ancora ed entriamo nel vivo della concentrazione.  Una specie di villaggio del Far West con case ben in stile suburbio, stradine strette dove a malapena passa un'auto a passo d'uomo, ben per occhieggiare all'intorno. In ogni immobile di due piani, invece di una porta, un portone aperto con luce rossa al neon, una cucinotta o un bancone con bottiglie a vista, fumo e sudore, curve dimenate.  Baretti lerdi uno attaccato all'altro, tettoie sbilenche, rivoli d’acqua e spazzatura si dividono fra le mura arroccate di un quartiere malfamato ma evidente. Qui si concentra il peccato più basilare.

Siamo distanti dalle abituali immagini di spiagge gremite, dai calzadao invasi di turisti o sportivi che sudano sotto il sole.  Casse gialle di birra Skol si ergono sulle fiancate aperte alla sete di questo turbinare in chiaroscuro. Una miriade di poveri personaggi si sfugge alla rinfusa, gli occhi allacciati alle grigliate di tette, culi, stomaci, gambe secche o lardose, o anche normali. I baretti che si aprono sulla via come bocche di tubarao, pescecani pronti ad inghiottire la folla che si siede senza sete, solo per fare una pausa. Il miraggio non è quello del bere, ma quello di togliersi una voglia che può essere anche solo quella di guardare. In un paese percorso dal calore che fa ribollire il sangue.

Una virata a sinistra ci sospinge nel budello infernale, un tubo interdentale fra finestre che aprono su stanze commerciali zeppe di bottiglie e corpi danzanti, una nana più larga che altra imita Kim Basinger e raccoglie persino alcune occhiate fameliche. Per molte ragazze il luogo serve anche da alloggio, se non si ha dove andare.  Stanze di pochi metri, sopralogge affacciate non più grandi di una cella, una incollata all'altra in un corridoio coperto alla meno-peggio, formando una specie di carnaio a metà strada fra un mercato delle pulci e una favela. Quando si sta lì dentro non dà per vedere il cielo, per sapere se è notte o giorno, se piove o fa sole. Senza orario, 24 ore al giorno.

 Porte, buchi e sbarre su cui pendono facce aggrappate al lavoro notturno, fumo arrostito su ciambelle che sanno di wurstel e salsicce che sanno di olio fritto, piccole stanze disco dalla tarda aria natalizia, ventilatori che spandono umido all'intorno, ragazzi che sudati occhieggiano dove nessuno si azzarda a fermare lo sguardo, ragazze scosciate che emanano tette e sudore, panze e pelli abbronzate, caramelle e preservativi un euro la mezza dozzina. Non ci si può avventurare separati, occorre passare dove passano tutti, fondersi nel fumo appiccicoso, camminare strusciandosi nei sudori della cagnara eccitata.  gente che ti spinge, ti tocca, ti apostrofa. Tu che fai orecchio di indifferente e neanche tanto, solo per sembrare naturale. So che non potrei andarmene in giro col naso all'insù, vestito da gringo pronto per essere cucinato nel pentolone.  Girare con gente locale mi cela alle fameliche curiosità di chi sbarca il lunario. Ma tudo bem, tiriamo delle foto di nascosto col cellulare mentre beviamo una cerveja e un Guaraviton.

L'umanità del pavimento sociale si riflette anche negli avventori: bianchi e neri, poveri e presuntuosi, padri e giovinastri, ragazzini e mendichi in una varietà di abbigliamento che non supera le mezzemaniche, vincenti comunque i petti nudi ornati di cordoni e tatuaggi, il vero addobbo della folla carioca.

Emersi dalla bolgia sediamo a fianco di un magro dai capelli bianchi, qualche decennio dedicato ai tatuaggi, dietro una esposizione di schegge multicolori, cavalli e cuori trafitti. Derick si fa cancellare il nome sul braccio, agonizzando sotto le triplici punte annerite, mentre io mi spaccio per tedesco ad una battona rugosa e perseverante. Mi rinfaccia di non averle chiesto da bere, che ci avrebbe pensato lei. Diocenescampi, ma adesso mi sciorina le protette e le prodezze a cui potrebbe traghettarmi.  Di fronte, una specie di casinò del piacere spiattella dolcezze  all'ombra della clientela sghiagnazzante.  Emozione e timore non mi pervadono, dopo aver affrontato i fucili dei trafficanti non mi faccio intimidire da quattro seni cadenti.

Il trucco sta nel non condividere attrazione e passione, pagando la curiosità col carnet del tempo che continua fluire sovrano sulle pretese avide e ansiose. Se a qualcosa serve vivere è a dissipare il tempo inutile, concentrandosi sulle piccole cose che appartengono solo a noi.  Orecchie e occhi dirette sulle pause, occhi catturati sulle separazioni fra bellezza e smarrimento. Ogni carne ha il suo piccolo prezzo, ogni sogno una modesta illusione.  Ogni cosa dimenticata dalla presunzione diventa vita priva di palcoscenico, dimenticata dai riflettori. Proprio lì e allora diventa padrona della propria sofferenza, che può vendere o regalare in cambio di amicizia da gustare a piccoli distratti sorrisi.  Immersi nel crogiuolo della lentezza che buca prudente la pietra del vivere.

Il fumo delle piccole griglie ci sospinge agli angoli delle luci fioche. Un ultimo sguardo alle carni esposte, celate dalle copie innocenti dei sogni di ogni donna bambina. Mentre un venditore di lattine ci prega di non sostare davanti al suo improvvisato punto vendita.  

Si vive di istanti, si vive adesso...

max bonaventura

 

 

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