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Seduto al Coraline Nescafè

 

     sul calzadao di Copa, dal disegno a onde calpestato da tutte le ciabatte havaianas del mondo, le spalle al Palace, guardo la spiaggia del primo giorno di semi-sole dopo due settimane di nuvolo. Leggendo come un turista. Il 2007 non comincerà meglio, in totale saranno quattro giorni liberi in un gennaio tutto coperto, nuvoloso e piovoso. E mi pare importante recuperare la mia identità dissipata fra ricerche e novità. Il buon umore di Carlos mi ha aiutato, finalmente sciolte le angosce del mio stato di necessità, uomo che si riscrive a cinquantanni e dei suoi dubbi sul futuro multiculturale.

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Le nevrosi di Nicola arrivato in Brasile sull'orlo della improvvisa morte di Bruno Petrulli, catapultato in una Rio che sguazza fra indigenza e indiligenza, calura e accidia.  Una cura per il mio tardivo ritorno nella terra della festa semvergonha, per lui un aiuto opportuno di cui approfittare. Un modo per ragionare sui cavilli di una differenza sociale che sfugge seducendo. Che lascia segni permanenti sulla pelle disposta a farsi catturare.

La scomparsa di Alex dalla scena del crimine, inseguito da amici, poliziotti e fors'anche delinquenza comune. Gli errori e le recriminazioni di Italo, i sospetti dell'avvocato Washington. La passione per il lasciarsi andare alla scoperta di un nuovo mondo che non invecchia e non cresce.

     Sono un turista o non lo sono?  Sono un gringo solamente o ritrovo Max?  Me lo domando perché avendo lasciato le abitudini ho mergugliato senza boccaglio in un panorama dove di solito si scivola via fra divertimenti e nell’altro.  Non li ho ancora azzannati come si deve, né sembra ne avrò il tempo e l’avidità. Sono perso in un respiro doppio, quello del corpo che se ne va e quello di un’anima che stenta a rinascere. Volevo essere colui che vola e rallenta, che aleggia lieve fra le morbide pagine di un romanzo che si scrive da solo, in un luogo più mitico che reale. Venezia mi aspetta nell’emisfero civilizzato. Ora sto fra le pieghe degli assalti, invaso dalle luci delle telenovelas, dei Big Brothers inutili e offensivi.  No, nemmeno a Venezia ho potute essere tranquillo, eppure ogni volta mi viene da pensare che dovrò ritornarci per liberarmi da un peso, quello di sentirmi di fronte al futuro. Nemmeno qui riesco a pensare a fondo a cosa sto assistendo. Una passerella di speranza, una caccia ai sogni, ruoli inchiodati ed eccezioni garbate. Poi, un’ora buca dopo il dentista e mi accorgo che è la prima volta che sono veramente solo. Io che adoro la solitudine, fonte di tranquilla ispirazione, un’autostrada di velocità verso l’interno, il ricordo, la proiezione senza il disturbo di doveri, telefonate, dialoghi, lavori. Finalmente sposso meditare. Quando so che solo il far nulla mi spinge veloce nel profondo dove trovo un bagaglio ad aspettarmi ansioso. Accade di rado in Italia, non accade quasi mai a Rio. Dove appigliarmi, dove fuggire mentre l’ispirazione viaggia veloce sulla mia pelle assopita?

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 Già adesso sto riuscendo ad avere una identità personale. Fino a poco fa ero l’amico italiano, adesso mi guardano negli occhi mentre si parla fra tutti, non sono una parte dell’arredamento, orecchie su un manichino. Non devo più mettermi puntando una persona per cercare di capire tutto, sapendo di essere comunque limitato e quindi escluso. Sarà perché oramai mi appoggio meno, ho una mia vita e una mia autonomia.

La storia racconta di uno scorpione che voleva farsi traghettare da una rana aldilà del fiume. Cosa? Sei pazzo gli risponde l’animale. Se ti porto sulla groppa finirai per pungermi con la coda avvelenata. "Non farò mai una cosa del genere" si protegge lo scorpione. "Altrimenti moriremmo entrambi ". La rana ci pensa un poco su e a malincuore accetta. A metà del percorso, in mezzo al fiume, lo scorpione la punge due volte.  "Maledetto", lamenta la rana affogando col suo ospite in groppa, a cui la sorte non riserverà sorte migliore. "Avevi giurato che non mi avresti punto. Perché l’hai fatto?

"Mi dispiace tanto, risponde l’altro. Ho tentato di resistere, ma.. sono uno scorpione. Non si può combattere contro la propria natura…

Ecco, un’immagine del Brasile che frammischia natura e karma. Che ama dormire, abituato ad una vita sena regole e senza padroni.  Non riuscirà mai a fare a meno della novela, della favela che esprime libertà e avventura, rischio e sopravvivenza ai margini di tutto ciò di cui si lamenta. Una sensazione che si respira, pur con tutti i problemi irrisolti.   Anche se è recente l’intervento del presidente Lula alla riunione dei Grandi a Davos, in cui arringa il suo popolo dicendo. “I sudamericani devono smettere di piangere come unico modo di affrontare i problemi. Se vogliamo appartenere a un mondo di sviluppo e benessere, dobbiamo imparare a prenderci le nostre responsabilità. E’ il momento di svegliarsi e darsi da fare.

Mi piace questo abito. Come un viaggio nel tempo, accanto un bambino che deve crescere, ma non puoi dirgli niente.

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