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viaggi   asia 10 - cambodia

 

Continuazione di : Non mi fregare, monaco!

Ovvero : Cerchiamo di capirci, per Buddha!

 

 

    Chung Yu market. Ottima scelta per la serata, lo scorgo dal tuk tuk tornando e lo indico al monaco che coglie al volo, ormai ha capito che mi piace diciamo così vedere la vita locale e non vedere ancora cosa fanno i turisti di tutto il mondo in Cambogia e se n’è fatta una ragione. Estensione interminabile di bancarelle, fumo di pentole, giochi da luna park povero e poche luci, molta gente, assolutamente nessun turista in circolazione.

    Giolo keo mui – salute. Almeno questo ho imparato da un cambogiano di chissà dove in visita a Siem Reap per il capodanno cinese, e te pareva. Ma almeno lui parlava inglese, altrimenti con sorella del monaco e figlio, ma senza il monaco che alla sera non mangia e non si fa vedere in giro, era un’impresa. Finiamo per andare a buttarci nei giochi, e va bene, un po’ di autoscontri e di urla sono internazionali. I cani dal pelo color del tè girano per strada magri e speranzosi, senza guardare in faccia a nessuno. I gatti sono più domestici, riempiono le case e ti vengono fra i piedi miagolando insistenti come veri animali cambogiani di strada, a mendicare qualcosa dalla tua tavola. Si alternano a bambini sporchi, chiusi in abiti colorati e unti, hanno tutti quattro-cinque anni, ti si avvicinano ovunque con la determinazione dei loro sguardi da mostra fotografica. Li trovi sulle scalinate dei templi, fra i tavolini degli street food, fra  le bancarelle dei mercati, onnipresenti, sbandati, commoventi. Si alternano alle stuoie dove siedono in gruppo, esponendo i loro arti di plastica come in un orrido mercatino dell’usato, i mutilati dalle mine ancora presenti nelle campagne, quelle che anche l’Italia ha contribuito a vendere in milioni di pezzi e che continuano a portare ancora oggi lacerazioni ma non morte, perché questo era l’intento strategico. I bambini, dicevo. Alla fine, preso dalle tue angosce di turista, dopo qualche sortita da buon cuore cerchi di fartene una ragione e rispondi no grazie come all’ennesimo tuk tuk, come all’ennesimo motorino che nella notte affianca te e poi il prossimo turista proponendo lady bum bum massage malihuana, o alla fine li ingori, girando in modo straziante la testa dall’altra parte. Ma loro, i cambogiani, hanno compassione. Vedere Dom, il figlio di Soccol, cercare dei soldi in tasca per darli a quei bambini di 5 anni mi sorprende, e capisco che quel rito obbligato dipinge un paese povero, dove chi ha qualcosa cerca di tirarsi dietro chi ha meno, o nulla. In questo mondo pieno di gente che chiede, mutilati, poveri, storpi, ciechi, monaci, carenti, finisci per sentirti più solo, ancorato alla tua fretta di scattare belle foto pagando il meno possibile.

    Il parco di giostre è divertente nella sua ingenuità, gli autoscontri per una corsa chiedono 6 mil ma Soccol mi prende una banconota da 5 mil e glieli getta sul banco, va bene così, e ci lanciamo in un vortice di gridolini e risa che per un quarto d’ora dissipano ogni incomprensione. Dom ci osserva da fuori, silenzioso come sanno essere questi adolescenti, campioni di quella timidezza che è la prima dote riconosciuta a questo popolo. Provo il desiderio impellente di dare un po’ di allegria anche a lui e a motti lo incito a cercare una giostra che lo soddisfi, così lentamente camminiamo verso il fondo del parco, lì dove nel buio svetta una torre illuminata, un pendolo con delle poltroncine. Nessuno in giro, dobbiamo mandare un bimbo a chiamare il gestore che se ne sta nella sua baracca di legno in mezzo alla sterpaglia. Il cartello dice 5000 ancora una volta non pare attendibile. Un bimbo che sembra uscire dal Tempio Maledetto di Spielberg, alto una spanna, cappellino a righe bianche e blu, camicetta da basket e un sorriso intraprendente si intromette per tradurre, sembra l’unico che possa farlo, e gettando gli occhi a qualche punto ipotetico alla sua sinistra dice  “tri pipol… for dolàr… fai dolar…” ma io su quella macchina di tortura non ci salgo, riso piccante e pollo fritto a parte. Incito Dom e Socol a salire e lei di buon grado mi prende le banconote cambogiane, venti, trenta cinque mila… ma non erano quattro dollari? Credo che alla fine li abbiamo pagati 9 dollari in moneta locale, ma ovviamente tutti sono contenti. E’ curiosa questa pratica locale, quando tu sei impacciato nel conteggio del cambio, arriva qualcuno che per toglierti dall’impaccio ti dice dammi qui il fascio di soldi e glieli da tutti senza contarli…

 

 

Torniamo al lava macchine tutti contenti, Socol non la smette di emulare con tutti i miei gridolini teatrali e tutti ridono amabilmente. Ma chissà perché a me sembra di essere un po’ più cretino.

L’indomani ci alziamo prontamente. Ci avviciniamo al Tuk tuk e paghiamo 1 usd per attraversare la strada, che effettivamente è un tormento di motorini, biciclette, carretti e auto diretti a guadagnarsi la giornata. Il monaco si tratta bene, o forse lo fa per me, mi protegge, non vuole che il suo turista venga spiaccicato troppo presto o forse bara per dimostrare che il filo rosso che ho legato al polso fa a dovere il suo lavoro di talismano. Pollo e riso stamattina, col caffè e crema, e te verde. Quanto? Quattro dollari, c’avete colto in pieno. Non sai mai il costo esatto, è sempre un casino, tu paghi il doppio, il triplo, ti prendono i soldi e ti dicono con un sorriso che va bene così. Vuoi venire da queste parti? Preparati. Loro sono come le formiche e tu un prezzo di carne che cade nel loro formicaio.

 

Il vero obiettivo

Tutto era nato da questa promessa di visitare il tempio buddhista di Prehet Vihire, famoso sito al confine con la Tailandia, scenario di conflitti per armati per definirne l'appartenenza.

 

 

Per raggiungerlo dobbiamo utilizzare un taxi collettivo a 15 dollari per due posti. Oltre duecento chilometri. Ma siamo in otto a bordo di un'auto normale. Quattro dietro, due sul sedile del passeggero, due su quello del guidatore, piegato sul volante per cambiare e strombazzare ai carretti che si muovono senza regole. Dopo un po’ sento che mi verrà un crampo al rene sinistro, se arriviamo a destinazione in tre ore. Inoltre devo lottare per tenere uno straccio sul bocchettone dell’aria condizionata che cade ogni minuto e mezzo. Almeno mi scandisce il tempo come un metronomo: dopo centoquaranta cadute saremo arrivati. Ma come fa a guidare con una persona sul suo sedile, tutto storto che deve tenere il volante con una mano sola ed evitare i motorini, i bambini e le mucche? Al posto di polizia basta dare una mancia e ci salutano.

È che a me piace mischiarmi alla gente, entrare nelle loro vite, ma mi scoccia essere estirpato dal mio acquario di separazione. Il corpo è un fascio di sensori con cui percepiamo la realtà circostante, entrambe controparti necessarie per cucinare stimoli. Ma non dobbiamo confondere lo strumento con la realtà, e noi non siamo il nostro corpo. Coraggio, fatti una bel lavaggio del cervello zen, altrimenti impazzisci.

Al tempio prendiamo un’auto che ci porta per 25 dollari. Ancora? Up to You. E qui mi incazzo. No, monaco, this is a fucking up to you, I don’t understand a shit word you say, I dont’ know nothing of this place, of what to do, you know, not me, dont’ tell me up to you… Sorride, dopo mezzora riprende, vuoi andare in auto a 25 dollari o in moto a 10? Up yo uou. Ok, allora. Moto. Peccato che a metà strada, in tre sulla motoretta, veniamo affiancati da altre moto che ci dicono che dobbiamo andare con loro a 5 dollari, perché il nostro motorino non fa la salita della montagna. Intanto mangiamo in strada e sono altri otto dollari, che se mangiavo e pagavo come volevo io sicuramente erano quattro per due persone. Ma inizio a pensare che come il guardiano si intasca i dollari dei turisti e dei fedeli, anche il monaco si finanzi con quello che pago, perché il suo portafogli è sempre vuoto ma alla fine esce sempre con qualche carta da mille. Per cui forse io come qualsiasi altro turista che prende per strada, finisco per dargli modo di raggranellare qualche santo contributo.

 

 

In tre in quel motorino 100 cc, per fare mi sa venti chilometri, con zaino in spalla e tutto il mio armamentario a cintura, stavolta mi verranno i crampi alle cosce e alla spina dorsale.  Intanto lui telefona, poi si volta a mezza faccia verso di me esultando, un mio studente ti vuole conoscere. An, militare, studente del monaco, protetto del primo ministro, amante delle armi.

Il tempio Prehet Vihire è conteso con la Thailandia al dilà della stretta valle. La nostra risalita con le moto imposte è funestata da uno sparo che ci fa cadere, causando la rottura dellla catena. Scopriamo che si è trattato di un falso allarme: un colpo su un bidone da parte di un bambino uso ai giochi di guerra, ma ormai il gioco è fatto. Con la prima escoriazione al ginocchio sono obbligato a proseguire a piedi, con in spalla tutto il mio bagaglio.

E' un approccio verosimile anche se non veritiero, che dà il senso della tensione: due settimane fa infatti qui ci sono state reali scaramucce armate. Il colonel Ou Kimkhorn dice di essere scampato ad una gragnuola di colpi grazie a una collana sacra con numerosi pendagli di miniature buddiste e hindu benedette. Faccio una foto della sua collezione di oggetti religiosi, che confronta con quella del monaco e indosso la collana per respingere le pallottole, immaginandomi un alone di protezione da altre intemperie locali. Ma mi dispiace, non percepisco aloni misteriosi, e certo non sono buddista e per me non funziona. Va bene, mentre altri monaci sono venuti a salmodiare e innaffiare le mie povere cose col loro pennello di foglie di banano, me ne vado in giro a scattare foto al tempio sulla montagna, rovine lasciate lì quasi un bambini abbia distrutto una costruzione del lego e poi se ne sia dimenticato per secoli.

 

il colonnello Ou Kimkhorn

Il tempio ha una estensione di qualche chilometro, su vari livelli di colline brulle e molte scalinate, su suolo attualmente cambogiano, mentre il pendio di fronte che chiamano Thailandia è guardato con comprensibile sospetto. Non siamo in Afghanistam, certo, ma fa un po' specie vedere le rovine del tempio e a fianco una pila di sacchi militari di sabbia pronti per la protezione dalle pallottole del nemico. Non tutti possono contare sulle collana di amuleti. Ogni latitudine ha il suo privilegio, gli altri crepino pure...

L’Unesco ha inserito il sito nel suo elenco di luoghi protetti. In alcuni anfratti campeggiano vecchie targhe che recitano di strani Progetti per la salvaguardia delle foreste. Canadesi credo, vaghe iniziative umanistiche. Certo che qui appena possono bruciano ogni abero che incontrano, perché serve carbone per le pentole di strada, e radici per scolpire statuine.

 

 

    Libertà è poter scegliere. So che devono passare almeno 15 giorni per potermi adattare. Il mio viaggio è iniziato a Istanbul, proseguito sulle rive di Saigon, per le lande di Ho Chi Min City, per i fiumi del Mekong fino a Phnom Penh ed ora qui a Siem Reap e Angkor. Mi sembra un mese ma non sono ancora due settimane, che Einstein avesse ragione sulla contrazione spazio-temporale? So che questo metodo asiatico inconcludente e sorridente, nonostante non si approdi a nulla, è dato dal problema di non perdere la faccia, per cui sempre up to you e grandi inchini anche negli eventi più errati o disastrosi. Il corpo reagisce non volendo, scalciando di fronte a questa distanza culturale, noi westerns tutto raziocinio, decisioni rapide e certe, prezzi fissi, scelte ponderate e assolutamente pragmatiche. L’Asia è anche questo, la difficoltà di penetrare una tradizione millenaria che sopravvive agli eventi mondiali attraverso i suoi riti inamovibile, non scalfita dalle pretese e dalle presunzioni altrui, anche se sono valuta pregiata, ma invece inglobandoli come un insetto fritto.

 

 

La notte dormo nella pagoda di Songkae. Sarebbe la stanza del monaco, dove per ore lui brontola e si inchina davanti alle statuine e alle candele, accendendo stecchi di incenso e salmodiando con la lingua che batte su un palato di latta. Sono finalmente ospite, oggi a parte i mezzi di trasporto non pago nulla, né dormire né mangiare. Non è che sia tirchio, è che mi ero fatto un progetto, giro due mesi ma non vado all’Hilton, per cui inseguo un budget giornaliero che se sono altri a decidere se ne va a gambe all’aria. Insomma per oggi va bene. Mi adatto, basta non spendere. Ceniamo in un posto di legno vicino alla pagoda, due amiche madre e figlia, il marito è ARMY ovviamente, la casa è povera ma c’è l’immancabile Pick Up Toyota fiammante fuori dalla catapecchia di legno.

 

 

Sono tutti amici suoi. He knows grand father me, no problem. Spiegarmelo. Poi mi legge la mano e mi dice che sono un uomo buono e che se qualcuno mi chiede di aiutarlo io lo faccio. Mi sa che sta costruendosi le prossime mosse di scacchi. Poi mi porta a vedere le statue di animali, l’umanità deriva da non so 10 animali, io sono discendente animale del cane, secondo la legge Budda, così visto che mi chiamavano zio, ora aggiungeranno il tiro.

Il destino ci ha messo lo zampino, ma quanto ho scalciato, resistito prima di scoprire la quiete della regione con il monaco. Che mi fa da pappone continuamente, proponendo vedove e ragazze giovani e senza marito. Sir, if yu uant uai (wife), is up to you...

 

La mattina altro giro ad ispezionare amici e parenti in una provincia disabitata, strade deserte, qualche motorino carico di materassi o sacchetti, qualche fuoristrada delle ricche Ong, le immancabili soste per un rabbocco al motorino dalle bottiglie di strada, o per un rabbocco di zuppa. Ad ogni ora del giorno che si fa? Ci si fa una zuppa, ovvio. Basta fermarsi in una casa di legno uguale alle altre, lì qualcuno ha di sicuro una pignatta sul fuoco a terra.

Ancora una volta scopro che le asiatiche sono delle bamboline, però hanno i sogni come tutti gli esseri umani. "Dany speaks a littke inglis, bat sad". Però questo non le impedisce di darmi il suo numero di telefono, per chiamarla dall'Italia. Che devo dirle? How are you? What's your name? tanto per rietere quello che ci si dice qui, arricchito da cento sorrisi e da mille silenzi. No, suggerisce il monaco, le dici how are you? I love you...

I motorini portano di tutto, tre bambini e due adulti, sacchi di patate, carabattole, legni lunghi quattro metri, persino tre materassi matrimoniali.

 

Le ore scorrono lente, ho detto che devo andare in Laos, mi fermerei volentieri...

Nell'amaca riposo fra il fumo di qualcosa che brucia, sotto una casa 6 metri per 6, come qualunque altra, nuova o vecchia che sia, sopraelevata per via degli insetti, dei cani e delle inondazioni. Il ministro ne ha regalate molte, altri s'ingegnano a spizzichi, costerà quanto, due o tre mila euro di legno e cemento? Poi al cellulare si concorda il taxi del ritorno, poi si continua a dormire in amaca, aspettando che il taxista, quando è pronto a lasciare la città, chiami i suoi clienti.

Per una strana sorte del destino il mio taxi se n’è andato mentre noi ce ne stavamo rilassati ad aspettare. Ovviamente anche il prossimo, dopo una trattativa che decido di non seguire, combina 8 persone, anzi 10 perché dentro ci sono una turma di bambini, e una moto legata a sbalzo dietro. Viaggiamo alla rispettabile velocità di circa 90 chilometri l’ora, rallentando per ponti e buche, please. Ottime le vecchie toyota Camry automatiche. A metà strada si scaricano e mi trasferiscono in un’altra auto che con due soli passeggeri negli ultimi cinquanta chilometri di larga strada presa in contromano nelle curve raggiunge anche i 120. Fortuna che si incrociano solo un paio di macchine ogni cinque minuti. Ho pagato ancora 15 dollari per il ritorno anche se sono solo, non capivo perché per me non c’era un normale bus da 4 dollari. Poi lentamente il magone si trasforma in comprensione: il monaco si era dato da fare per procurarsi in anticipo il suo futuro passaggio di ritorno a mie spese. Bello bello il buddhismo, però alla fine chi lo cavalca, fra templi e offerte e diritti mi sembra essere un gran furbone.

Che volete farci, dietro un cinico si nasconde sempre un idealista deluso...

 

 

(Qui la prima parte di Non mi fregare, monaco!...)

gennaio - aprile 2014

 

11 - continua su : Phnom Penh, fuga per la libertà

 

 

 

inizia su :          Asia  1 - Istanbul

 

 

  Turchia - Istanbul   Vietnam - Saigon province - Ho Chi Minh City -  Mekong River
  Cambodia - Phnom Penh - Siem Reap - Angkor Temples - Prahear province   Laos - Vientiane - Luang Prabang
  Bangkok - Chiang Mai - Koh Larn - Pattaya   Malesia - Kuala Lumpur

20 - Thai Suggerimenti per Bangkok e Chiang Mai

 

 

 

Le Cascate Yguaçù e il Paraguay 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Asia 1   -   Istanbul, porta d'Oriente

  2 - Vietnam: cappelli a cono e voglia di dollari

  3 - Vietnam : sorrisi e mine anti-bambino

  4 - Indocina Mon amour e disfatte coloniali

  5 - Vietnam  :   profferte e conti della serva

  6 - Mekong  :   il Bel Danubio giallo

  7 - Cambodia : corruzione a Phnom Penh

  8 - Phnom Penh : le gioie del woterfront

  9 - Cambodia: non mi fregare, monaco!

  10 - Cambodia: pallottole benedette

  11 - Siem Reap   :    Pub Street

  12 - Laos   :    Luang Prabang

  13 - Thai   :   Chiang Mai

  14 - Thai  :  Bangkok

  15 - Thai  .  Pattaya

  16 - El Nido : Le spiagge filippine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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