Mappa del sito   .    Blog   .   Brasile    .   Vagabondaggio   .   Foto   .   Viaggi   .   Procedere a scatti    .  Libri   .   Contatti

 

HOME

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

viaggi  - Asia 15 malesia

 

Kuala Lumpur

 

 

Kuala Lumpur o gli anonimi artigli della modernità

 

      Una città modernissima e vertiginosa, bene organizzata, animata e accogliente, almeno per chi è alle prime visite in Asia. Per chi invece già sa dove andare, KL può sembrare un doppione; le bancarelle vendono più o meno le stesse cose di Hong Kong e Bangkok, ma a prezzi spesso più cari. Le vie sono trafficate ma scorrevoli, le linee di treno e monorotaie innovative ed efficienti. La parte del leone la fa il centro down town con le Torri Petronas attaccate tra di loro come gemelli siamesi di ferro e acciaio che si specchiano nel cielo blu. E l'affollato e chic quartiere Bukit Bintang.

   Molte etnie, ma spesso scure come i pakistani. Il linguaggio è fatto di suoni onomatopeici anglicizzati, quindi si trovano cartelli e scritte istituzionali di restoran, bas express, taksi, farmasi e stazione sentral.

      Ho cercato in internet hotel di fascia accessibile anche se non pessimi, però la lista delle critiche è enorme, dal Chill In al Plummers al Number Eight al Funky Town al Pijannga Homestay è una disperazione di critiche e di recensioni di sporcizia. La Malesia mostra subito la sua indole indiana, una cosa a cui devi abituarti da subito. L’etnia è lontana dalla thai sorridente e ti scontri con musi che sembrano imbambolati o pazzi. Alla fine ho optato per il China Town 2 in Jalan Pudu, laterale di Jalan Sultan Ismail nel quartiere cinese a poca distanza dallo sfavillante Bukit Bitang, che sembra essere il posto più divertente per il mio stile di viaggio. Immerso nei mercatini di Chianatown e vicino a una fermata di skytrain che porta rapidamente alle aree di interesse turistico, mi è facile girare a piedi.

      Anche l'arrivo in città non è difficile. Dall’aeroporto, con l’equivalente di 6 dollari prendi un bus con sedili decorati a merletti indiani che in più di un’ora ti porta al centro, scodellandoti proprio in mezzo alla Jalan Sultan Ismail. Da lì sono a un tiro di schioppo, però ho dovuto girare per mezzora trascinandomi il mio bagaglio a ruote, tra pavimentazione in rifacimento e viuzze zeppe di gente che o non parla inglese a sufficienza o non vuole avere a che fare a un bianco o non sa dove sia né l’hotel né la strada su cui cammina. E' il lato paradossale della metropoli globalizzata, e ci dovremo fare l'abitudine: presto questo stile di vita anonimo e menefreghista ci obbligherà ad adattarci.   Decido di dar fondo ai miei esercizi di respirazione, abbozzare e stare calmo, tanto ormai so che quello che doveva dare il viaggio l’ha dato, sono qui solo per porre l’ultima crocetta su un paese che, l’ho capito subito, difficilmente rivedrà la mia faccia. Mi fiondo nel monorail da KL Sentral e finisco di orientarmi dopo essermi sentito una formica nera in un formicaio di formiche rosse.

 

      Al famoso Hakka Restaurant, a pochi passi dal pazzesco Centro Commerciale Suria, si gettano tutti fra la piazza d’armi piena di tavoli da 2, da 4, da 6, da 8, da12 persone, io li seguo sotto le luminarie natalizie che illuminano il pergolato durante tutto l’anno. Faccio pensieri poco sani, mi sa che tutto gira intorno all’avere il portafogli gonfio. Le ragazze circolano con un abitino bianco attillato col logo della Carlsberg. E si preoccupano di svuotarti la bottiglia in bicchiere e poi, con falsa ingenuità domandano: one more? Cosa si potrebbe fare a loro di ingenuo, per poi domandare, one more? Dal menu scelgo l’opzione più costosa, la famigerata zuppa di pinna di pescecane. Non so se sia divenuto sconveniente, tipo razza protetta o cose del genere. Cioè, il giaguaro si può smacchiare ma del pescecane non si può mangiare la zuppa di pinne? devo ragionarci sopra con più calma, a bocce ferme. E qui le bocce girano incontrollate, e asiaticamente senza peli. Aspetto il conto. Sono l’unico single in tavolo single. No, aspetta, una cinesina esile dai capelli lunghi succhia una piccola boccia di cocco con la cannuccia, alternando a succhiare una sigaretta sottile. Cerco di incrociare il suo sguardo, ma lei sembra avere il radar capace di evitarmi chirurgicamente: siamo alle solite, gli asiatici fraternizzano zolo fra di loro, e non amano cambiare abitudini.

      Il China Town 2 all’inizio sembrava buono, piccolo e moderno, con ascensore e chiavi elettroniche, ma il sentore di fumo imperversa, succede quando le finestre sono blindate e si respira solo ad aria forzata, per cui nel mio deambulare butto l’occhio per una alternativa praticabile lì intorno. Oltre i fumosi ristoranti cinesi di Petaling Street vengo attratto da un modernissimo 99, edificio centrale nel Tun Tan Cheng Lok di Jalan Sultan. Impianto enorme, tutto automatizzato, telecamere di controllo ovunque, wifi disponibile, chiave elettronica a impulso radio, modifica elettronica delle preferenze dal breakfast agli asciugamani: la promozione sarebbe valida solo online ma ottengo una doppia a uso singola per l’indomani.

      Girare sembra agevole, ma la metropoli è comunque nuova per me. Non avendo una sim malese e quindi non ottimizzando maps in strada, mi ci vogliono tre giorni per capire se sono a nord o a sud dei quartieri che cerco.

      Al Pavillon Mall nel Golden Triangle commerciale più avveniristico ti accorgi di come dev’essere la ricchezza, la spesa nel mondo moderno. In collaborazione con un progetto d’investimento del Qatar. Pranzo al Michelangelo, chef Paolo Pana, in foto come d’usanza qui. Mi resta da conoscere solo il vice chef, messicano, che dopo che i camerieri malesi in abito nero mi han portato il piatto, mi raggiunge al tavolo nella sua divisa bianca per chiedere professionalmente se voglio un parmigiano cheese aggiunto o olive oil.  Ambiente di classe, il Pavillin Mall. La coppia che mi siede vicino deve essere all’altezza, settantenni abbronzati, lei faccia da Amazzonia, lui da ex capo della polizia cubano o venezuelano. Fuma sigaro Coimbra dell’Havana.  Ogni popolo e ogni etnia porta in giro per il mondo le proprie abitudini, il proprio stile. Riconosci gli italiani ovunque per il modo di vestire, lo sguardo chiaro e introspettivo, tanto che immagini i pensieri che gli passano chiusi nel cervelletto ipercritico. Poi vedi gente che veste casacche Adidas anche nei locali di lusso. Camicie a quadretti con taschino monocolore a riporto. Vestiti leggeri e cadenti senza piega. Pizzetto nero a filo. Magliette attillate dai colori pastello. Penso ai mondi e a coloro che non possono più interagire con noi. Perché non posso sentire ancora i commenti caustici di zio Tino, le battute piene di ironica sufficienza di Maurizio Giuman? Perché con la notte hanno smesso di essere quello che erano? Succederà anche a me?

una vista delle famose Petronas Towers

 

      L’indomani giro turistico, davanti all’hotel passa il Seight Seeing bus, ottimo per seguire il tour area per area. La fermata più attesa è ovviamente quella delle futuristiche Petronas Towers, fusi che svettano nel cielo fondendosi nel riflesso delle nuvole e che rappresentano il simbolo della città, un miscuglio di stella a otto punte in stile arabo e le navi di guerre stellari. All’interno sono esposte le Mercedes Petronas di Rosberg e Hamilton, che nel week end correranno qui sul circuito di Sepang. Promozione in casa. Mi metto infila e ricevo una bandierina da sventolare, mi intervistano, chiedono l’e-mail, però dopo un’ora di attesa ancora i divi sono sono arrivati e mi domando che cazzo sto facendo. E’ questa la cosa importante da fare l’unica vota che vengo a Kuala Lumpur? Fanculo anche la foto su fb, non sono in vena di selfie socialmente invidiabili. KL è la maggiore città della Malesia, ma fino a due secoli fa non esisteva nemmeno sulle carte geografiche. Oggi è una delle capitali più caotiche e sfavillanti, con quartieri e parchi in continuo sviluppo. Oltre ai grattacieli del Petronas e alla svettante torre Menara, esistono anche i palazzi moreschi come quello del Sultano Abdul Samad a Merdeka Square, luogo dove la città usa festeggiare l’arrivo del nuovo anno, l’antica moschea di Masjid Samek dalle cupole arabeggianti, il palazzo reale di Istana Negara dove ha luogo un cambio della guardia a cavallo molto british o la colorata e dinamica Little India dove a ogni passo ti scontri con sete e profumi di spezie e incensi.

      Al centro di una enorme montagna di formazione calcarea, nel distretto di Gomback a 13 chilometri dalla città, si trovano delle maestose grotte naturali, chiamate Baku Caves dal nome del fiume Baku che scorre a fianco. Sono raggiungibili attraverso una lunga e ripida scalinata di 272 gradini intagliati nella roccia. All’interno c’è il più famoso tempio indù con statue e scene di divinità. L’esperienza della scalata è allietato da scimmie sacre che ti importunano cercando banane e noccioline e ti fanno sberleffi e fuggono rapide solo quando tenti di scattare delle foto. Il sito è meta di pellegrinaggio, alla base un enorme statua del dio Murugan venerato dai Tamil dello Sri Lanka e del sud dell’India.  Accanto delle larghe pagode fungono da sede per la funzione di riti e matrimoni. In uno dei numerosi ristoranti turistici decido di concedermi il tanto atteso pranzo indiano, ma alla fine non capisco nemmeno che cosa mi han portato, l’unica cosa fritta che sembrava carne ho scoperto che erano cime di cavoli. Stretto fra etnie che non hanno i miei gusti culinari, non riesco a considerarla un’esperienza positiva.

         Le persone più gradevoli le trovi ovviamente nel ricco centro commerciale. Fumano tutti molto, ma con quel senso di disgusto apparente che fa molto chic nella civiltà moderna. Al Weissbrau Bar del Pavillon Centre, il mondo della birra esportata a latitudini impensate, nessuno sembra aver ancora imparato a spinare. Ti portano una waiss dunkel piena di gas che sei obbligato a chiedere un bicchiere per travasartela. Dandoci dentro per una buona mezzora con la mia bistecca impanata Wiener Snitzel grande come una cartina geografica dell’Asia totale compresa la Mongolia, riesco a mangiarne tre quarti e ne rimane ancora quanto un’altra porzione normale. Ma costa quanto la weiss. Dopo questa dimostrazione di consumismo turistico da manuale, ho deciso che è molto saggio non mangiare più prodotti importati.

       L’Asia sarebbe così il continente perfetto per mandare qualcuno dall’Europa a fare corsi di stile, di tradizione occidentale applicata alla moda, o di spillatura appunto. Il turismo è ricco e poderoso e il gusto europeo affascina. Ovunque potresti insegnare qualcosa di utile. Mi immagino già l’attacco: lo so, voi siete scimmie che scendono dagli alberi, ma avete i centri commerciali pagati coi petrodollari del Qatar, quindi dovete tirare il culo indietro e imparare come si spilla una buona birra. Il concetto di gas interno è quello che vi fa restare sempre terzo mondo, operoso ma a costo zero. Non c’è niente da fare, i conquistatori europei saranno stati anche degli schiavisti, ma purtroppo hanno insito nel loro Dna quello che vi fa correre dietro ai loro prodotti: la classe. Che fa sì che il valore aggiunto delle loro cazzate sia stratosferico. Tanto è vero che nel vostro mondo di fame, dove tutti fanno un pasto completo in strada con un dollaro, una birra che noi paghiamo un euro voi la pagate dieci.

      Mi districo tra le fermate del KL Monilorail per raggiungere una stazione bus che faccia il tragitto verso il sito storico di Melaka. Decine di edifici enormi, centinaia di sportelli, trovo la risma di quelli che fanno al caso mio. Lente file di cinque o sei persone, scelgo la mia. Ormai tocca a me, un cinese di mezz’età mi accosta, guarda avanti fisso, poi mi supera e si attacca agli ultimi che stanno pagando. Io mi volto e vedo uno dietro di me che fa uno sguardo come a dire eehh, io non capisco se quello è insieme con gli altri che stan terminando di comprare il biglietto. Ma no, loro se ne vanno e lui bellamente chiede il suo. Insomma ha forato la fila senza nemmeno chiedere. Lunga trattativa poi paga e se ne va girandosi e dicendomi qualcosa, che potrebbe essere un grazie. Ma grazie un cazzo gli dico in italiano, spero che mori cinese di merda, soffocato dal tuo maiale fritto del cazzo. Si, il rispetto qui è una cosa da libri europei.

      Bus per Malacca in netto ritardo, ma con una imprevista compagnia di Aqil, uno studente che mentre siamo seduti in attesa mi chiede se ho fretta. Poi durante il viaggio ci sediamo vicini e mi spiega un po’ della vita malese e della sua città. Come è interessante stare vicino a uno che parla e non capire quello che dice, nel suo strano inglese con accento criptico malese.

      In una città meno metropoli rimane più spazio per l’etnicità locale e i suoi segni di distendono. Melaka historic è patrimonio Unesco, nelle strade del Junker street preservata e romantica, veri negozi di artigianato, veri negozi di antichità. In strada i giovani di Malacca sembrano avere lineamenti più dolci dei coetanei di KL, sarà l’effetto paese dove si vive con meno stress che nella metropoli, o la mancanza di mix invadenti che preservano una etnia più composta. Non riesco a visitare poi molto, data la pioggia che improvvisamente mi obbliga a cercare riparo all’Hard Rock Cafè, ma appena smette continuo il mio giro e poi entro in uno Starbucks del centro commerciale dove mi faccio una fetta di torta e un frullato di cappuccino e accedo a internet, poi nei negozi intorno tratto pure l’acquisto di una felpa per 30rgt, visto che fa freddo e in bus al ritorno avrò l’aria condizionata. Giro un altro centro commerciale, poi cerco un taxi, e non ci posso credere ma becco lo stesso con cui ero arrivato dalla stazione; stavolta gli impongo 15rgt invece dei 25 dell’andata.

      Come taxi girano per la maggiore dei Proton Saga dalla linea vecchia, la prima vettura nazionale nata dalla joint venture con la Mitsubishi nei primi anni ‘80 ma che rimase immutata fino al 2008. Marciapiede a gradini, ogni vetrina si fa il rialzo che gradisce. Città in costante evoluzione, strade edifici marciapiedi in costruzione. Con migliaia di grattacieli, ogni cinque uno nuovo in edificazione.

 

Tattica muslim

            Il tentativo di contatto in strada da parte di un capannello islamico. E' partito da una simpatica discussione con due ragazzi, finisce col farmi passare in ostaggio a un intransigente ragazzone di origine caucasica con la barba, che non mi molla più chiedendomi se credo nell’esistenza di dio, un dio unico, in un dio che ha creato l’uomo e gli animali e tutte le cose e che vuole che facciamo le cose giuste? Allora vedi che tu credi in Allah!, mi fa. Insiste perché io reciti la formula in arabo per l’accettazione del profeta Muhammad e metta il mio nome nella lista conservata nei cieli. "Non si può fare come si vuole. La vita ha il suo manuale di istruzioni, esattamente come una Bmw o un iPhone" ripete come se fossi uno stupido cieco a cui insegnare la strada. Dialettica moderna e aggressiva, nessuna concessione al sentimentalismo barocco. Cito a braccio i pochi versetti che conosco, nella mia inflessione magrebina, giusto per lasciar intendere che conosco a perfezione la differenza fra Hadith e Sunna, e si mettono sul chi va là. In qualche modo riesco a promettere prossimi contatti senza farmi obbligare a dare i miei dati, la mia email, il mio indirizzo. Ma rimango con la sensazione di quanto pressante sia il proselitismo. Ecco come si fa, si istituisce un drappello di studentelli simpatici, si attirano i malcapitati, che dopo i primi minuti amichevoli vengono poi passati al tritacarne di qualcuno così preparato che la persona normale non saprebbe come uscirne, per cui deve cadere nella rete della stringente logica delle Scuole degli antichi Ulema ; o dichiararsi nemico. La Malaysia è molto islamica. Ogni stazione ha la muslim prayer room.

      Riesco a sgattaiolare e mi dirigo al Central Market, enorme struttura che conserva ancora le decorazioni in ferro battuto, divenuto oramai la sagra del pacchiano turistico, purtroppo rovinata dall’antico splendore del 1888. Scovo però un’ottima cucina indiana con pollo rosso tondoori, chapati in salsa kamibi, o zarib, rosso, verdure, succo e tè a 17,3p. Lascio un riel a testa al cameriere e al cuoco del polo, e mi annoto questo Yusoof Dan Zakhir, popolare ed economico, versione malese del tradizionale Aroon Rai di Chiang Mai. Il costo totale è la metà di quanto pago una birra al Pavillon, dove una stella artois da mezzo a 34 rm significa 7 euro.

         A piedi raggiungo Bitang, anche alle 18 il sudore cola sotto la camicia. Negli hotel della parte indiana i prezzi sono bassi e anche negoziabili. Come a China Town, room price, uno person ok, two persons ok. La mania anche fra i ragazzini è lasciarsi crescere la barbetta, anche se sono solo quattro lunghi peli neri. Incredulo ma preparato, mossa giusta portarmi uno dei due ombrelli trasparenti comprati per 10 rm. Ore 18.30 tuoni e scravasso, come preannunciava il meteo. Il waiter del HarryBar, Lionel, è filippino, forse della religione Reborn, con figlio Mhatt Huessef due anni lontano dalla famiglia e mi spiega che stare lontani da casa è difficile, ma “me play” ogni tanto con qualche girl malese o cinese, per esigenze di boy. Dice che molti filippini vengono a lavorare in Malesia, dove il costo della vita è inferiore e la retribuzione migliore.

      Un sacco di Hoegarden here, ma io scelgo la Stella. Non entro in Lionel, come non sono entrato in Aqil. Non so perché, ma in Asia non riesco a penetrare dentro la coscienza delle persone. È per questo che dico che per me l’Asia è un posto no. Mi stava sul cazzo venerdì, che mi aveva abbandonato in attesa di un tavolo, ma ora non so perché gli ho lasciato 10 rm di mancia, con un messaggio, di a tuo figlio che un turista pazzo mi ha chiesto do dirti "non dimenticarti who you are". Forse perché in questo mondo caotico è ciò che vorrei io stesso.

ingresso alle Baku caves

 

      Fuori le strade sono la gioia del Tuning marketing, spoiler anteriori e abbassamenti di carrozzeria, bombature e lucette. Ho visto un van Toyota con i led verdi sullo sportellino in vetro della benzina.  Solo alle 10 di sera, dopo aver comprato a caro prezzo bermuda e camicie giapponesi nelle boutique di firma, aver bevuto due birre al Pavillon, controllato che non mi abbiano rubato la macchina fotografica, e dopo aver cenato con il mio adorato dim sum cinese introvabile in Europa, mi sento di aver pieno di Asia. Rutto in faccia alla notte e alle lampadine. Sono pronto a partire domani in pace. Avere fame o non averne, questa la differenza fra entusiasmo e noia. Ho fatto tutto ciò che dovevo, sono sazio, magari sono anche felice di aver finito. Domani mi manca solo di andarmi a fare barba e capelli dagli indiani e poi via, verso l’aeroporto. Come dice il buddha, mi preoccupo del presente, non troppo del passato, né caricando inutilmente il futuro

 

 

aprile 2015

 

visita Bangkok   -   Chiang Mai

qui l'inizio del reportage    Asia 1 - Istanbul

 

  Turchia - Istanbul   Vietnam - Saigon province - Ho Chi Minh City -  Mekong River
  Cambodia - Phnom Penh - Siem Reap - Angkor Temples - Prahear province   Laos - Vientiane - Luang Prabang
  Bangkok - Chiang Mai - Koh Larn - Pattaya   Malesia - Kuala Lumpur

20 - Thai Suggerimenti per Bangkok e Chiang Mai

 

 

Visitare Marrakech

 

 

 

 

  Asia 1   -   Istanbul, porta d'Oriente

  2 - Vietnam: cappelli a cono e voglia di dollari

  3 - Vietnam : sorrisi e mine anti-bambino

  4 - Indocina Mon amour e disfatte coloniali

  5 - Vietnam  :   profferte e conti della serva

  6 - Mekong  :   il Bel Danubio giallo

  7 - Cambodia : corruzione a Phnom Penh

  8 - Phnom Penh : le gioie del woterfront

  9 - Cambodia: non mi fregare, monaco!

  10 - Cambodia: pallottole benedette

  11 - Siem Reap   :    Pub Street

  12 - Laos   :    Luang Prabang

  13 - Thai   :   Chiang Mai

  14 - Thai  :  Bangkok

  15 - Thai  .  Pattaya

  16 - El Nido : Le spiagge filippine

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sAlta al blOg