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viaggi  - Uruguay

 

 

Vientiane - rivediamoci questo Laos

 

    

      Ci manco da vent’anni. L’ultima volta era la meta designata all’interno del Golden Triangle dei signori della droga. L’attraversamento del Mekong avviene a Chiang Kong, raggiunta in poco più di due ore su un bus dai sedili di legno, coi finestrini spalancati perché non c’è l’aria condizionata, seduto fra adulti che sembrano ragazzi, uomini minuti che sembrano vecchi, donne in abiti multicolori, dalla pelle seccata dal sole e bimbo infagottato come uno zainetto. Improvvisamente il bus si ferma a lato strada e tutti scendono. Non esistono cartelli o indicazioni, forse hanno bucato, l’autista fa ei gesti. Invece è proprio il punto finale, ecco perché la chiamano stazione di arrivo, forse cambia ogni volta. Si raggiunge a piedi una salita e da lì verso il Mekong. In fondo alla stradina c’è una baracca che funge da controllo documenti, dove compilare la scheda. Chi non ha con se una foto deve tornare indietro, stranamente per i locali le formalità vengono svolte in un’altra parte e senza molte complicazioni. Da lì si va sul bordo fiume, dove una scalinata conduce all’imbarco verso l’altra parte del Mekong, divisorio liquido fra Thailandia e Laos.

     Le barche hanno a volte dei fori sul fondo ma nessuno sembra farci caso, forse perché vanno veloci e il tragitto è breve. Dall’altro lato una casupola se possibile ancora più misera. L’attesa qui è un po’ più lunga, siamo nel Laos sonnolento e non nella organizzata Thailandia. Forse l’oppio entra anche nella dieta alimentare. Non c’è nulla che si possa fare, la lentezza è parte integrante di ogni operazione in questo paese. Quando hanno a che fare con uno straniero sono anche più lenti, hanno paura di sbagliare o forse perdono tempo a osservarti di sottecchi con curiosità, ma non lo danno a vedere. Probabilmente aspettano che qualcuno li incentivi con una mancia. Meglio starsene seduti su una panchina di cemento godendosi una sauna nel proprio stesso sudore. Non bisogna però rilassarsi troppo, l’orecchio deve essere sempre aguzzato perché dallo sportello qualcuno chiamerà un nome che magari storpiato assomiglia al vostro. Niente paura, presto al turista capiterà di storpiare qualcuno dei loro. Sul costo della tassa di ingresso, in bath o dollari, mi sono informato bene prima e ho portato con me le banconote esatte più qualche scorta di piccolo taglio, perché i funzionari non danno il resto. Comunque sia, per qualsiasi dubbio o incomprensione è bene rispondere con un sorriso. Vent’anni fa ho passato la prima notte a Houay Xai in una stamberga di legno con materassino su un piano di legno. Non avevo moneta locale cosicché in bath pagai il doppio.

 

      Questa volta di avventure ne ho programmate altre e questa me le voglio risparmiare. Le alternative per raggiungere Vientiane da Bangkok passano per il volo a 5,500bath (122 euro), oppure il bus notturno a 1,250 bath che però ha l’aria condizionata che non sopporto, e poi avrei dovuto prenderlo a Kaosan rd. con valigie e tutto.

     Finisco per scegliere il treno con cuccetta di seconda classe con ventilatore a 680bath. Compro il biglietto in un’agenzia fra le calli variopinte di Kaosan Road. La donna che lo ordina mi chiede di tornare dopo pranzo, così giro un po’ per le strade inondate di backpakers gaudenti in sleepers e bermuda, di bancarelle di magliette, di frutta e di spaghetti di riso precotti di tutti i colori, controllo il prezzo di qualche guest house per programmare il futuro ritorno, quando verrò a seguire la scuola di massaggio al vicino tempio Wat Pho. In quest’area molto giovane una stanza si trova anche a 10 dollari la notte, ma il limite della normale decenza parte da 800 bath, circa il doppio. Alla fine contratto un mototaxi per ritornare alla stazione di Lampong, ma a metà strada, accidenti!, mi accorgo di non aver ritirato il biglietto quindi batti sulla spalla del motoboy, gli faccio una giravolta esplicativa col pollice, invertiamo la marcia e ripercorriamo le infinite strade trafficate e piene di smog bollente.

      Tutto questo risparmio si infrange sull’errore di booking dell’hotel a Vientiane, l’ho prenotato frettolosamente online per due notti da domenica sera, mentre scopro che arriverò solo il lunedì sera... totale 52 usd. Conto comunque sulla loro comprensione, intanto mando una email di scuse. 

 

     Il treno ferma al confine di Nong Khai: da lì puoi usufruire di un servizio di tuk tuk che attraversa l’ampio viale del confine consentendoti di espletare le pratiche di ingresso e poi si dirige a Chantabuli, il centro di Vientiane. Le Ferrovie Thai promuovono comunque la loro versione di trasporto, per cui quando scendi alla stazione finale un addetto grida a gran voce “trasferimenti per Vientiane…!” e così tutti, ignari, si incodano alla biglietteria, dove per il rapido tragitto di dieci minuti con un treno di un paio di vagoni ti chiedono altri 200 bath, cioè un terzo di quello che hai pagato per nove ore di viaggio. Furbi! Ma almeno le pratiche di immigrazione sono incanalate e non devi startene lì a mediare con venditori di fumo e aiutanti di strada. La rassicurante versione Thai Fs aiuta a passare il controllo di immigrazione direttamente sui binari e così la fila si incammina sul nuovo treno, mentre gli addetti lavano le vecchie carrozze con scopettoni e idranti. I vagoni partono dopo dieci minuti, dai finestrini sfilano le ultime case tailandesi, le strade di terra rossa, i motorini, i campi coltivati con alberi e cespugli che sembrano la campagna veneta, poi nell’ultimo tratto i binari entrano in strada e le carrozze sferragliano praticamente sulla carreggiata, il traffico viene momentaneamente bloccato per dar modo ai vagoni di attraversare il ponte dell’Amicizia sul Mekong, dove alla luce velata del mattino sventola l’ultima bandiera thai.

      All’arrivo non c’è da lamentarsi, l’hotel è nuovissimo con finiture in marmo e legno, nulla da dire, probabilmente il migliore di tutto il viaggio, di certo il più caro. Il fatto è che, nonostante punti a mantenere basso il profilo di costo, spesso sono preoccupato di trovarmi male, leggo i giudizi sui forum e quando vedo che manca l’acqua, non funziona il wifi o peggio ci sono animaletti sul materasso che ti mordono le gambe, salgo subito di una categoria. Economizzare d'accordo, ma non vale la pena compensare con disagi e rammendi postumi. I sacrifici di cui si nutre l’avventura sono altri, gli imprevisti, e poi la realtà sta sempre più vicino al suolo, non sospesa fra le nuvole.

      La capitale Vientiane è piccola, i tam tam suggeriscono di starci attenti perché i laotiani si sono montati la testa. Però qui ti aspetta il miglior frullato di mango, e l’indomani mezzo litro di ananas e menta a meno di un euro in un modesto ristorante lungo la strada principale, sembra il garage di una famiglia, quattro tavoli e un banchetto sul marciapiede, saracinesca di chiusura. Di giorno comunque la città è un forno, il meglio vien sempre la notte, bere e mangiare a basso prezzo fra gli espatriati e i locali ancora non troppo moderni. I tavoli di legno massiccio sono la regola. Poche strade interessanti, un paio, dove bere la Beerlao, famosa per essere la migliore birra asiatica, una bottiglia grande da 0,640ml a 15, 12 o addirittura 10 mila kip, cioè 80 centesimi di euro.

 

      Anche qui retaggio da colonia francese, senti il dialetto cugino strisciare fra le strade, i Cafè Indocine e il Patuxai che è un Arco di Trionfo ironicamente copiato da quello parigino quando il Laos di è sbarazzato dalla dominazione francese, ironia della storia dei popoli. Comico, se non fosse tragico. Fra mille turisti riconosci gli italiani per lo sguardo limpido, gente che osserva intorno rigirandosi le domande in testa nella tua stessa lingua e questo, c’è poco da fare, traspare nello sguardo. Insomma, mentre il mondo affonda nella sua utilissima babele online, noi ci spostiamo ad altre latitudini, per prenderla nel culo a temperatura differente. Perché sempre c’è questa lotta sotterranea fra turista romantico che si illude di venirsene a scoprire le nuove meraviglie lontane dai tragitti battuti e  il locale che si frega le mani e si prepara a incassare, imparando sulle tue spalle cosa vuol dire servizio.

      Queste città, punti di appoggio di un turismo che come sempre è avido di novità e cieco di equilibri, un consumismo del conoscere superficiale che incessantemente porta stravolgimenti, illusioni, squilibri alla vita locale finendo per creare presupposti il più delle volte difficili da mantenere, fino a distruggere la tranquillità, sono come una Praia da Pipa (spiaggia dei surfisti del Nordeste brasiliano) asiatica, quindi un villaggio nato dal nulla e sviluppatosi per necessità improvvisa, città più o meno grande, più o meno datata, se più recente ancora ingenua, un po’ naif, se più vecchia già scafata, costosa, rifatta e sgradevole, dove l’unico vero dato stabile è l’ingresso di nuovi portafogli e quindi del brulicare della piccola delinquenza, della truffa, della droga. Nella migliore delle ipotesi spinge i locali a male uniformarsi a un’idea che credono internazionale, come il mojito fatto a The Lao Cafè, da qualcuno che non sa nemmeno che significhi Cuba, gusto, o semplicemente rum.

     Nella strada più europea ci sono due ristoranti italiani, il napoletano più moderno sui chiama Ai Capone, credo che sarebbe interessante andare a trovarlo per chiedergli il senso di venire a starsene qui in Laos. Forse può fare luce su qualcosa di preciso o solo fornire delle indicazioni, dei segnali. C’è sempre stata gente che ha cercato di dare un senso alla propria vita altrove, li accomuna una luce negli occhi che si illumina quando ti raccontano delle sfide affrontate, uno sguardo che si illanguidisce quando il pensiero torna ai luoghi che hanno lasciato, le abitudini, i gusti . Qualcuno scappa per avvicinarsi a una rottura priva della rete di sostegno dell’abitudine. Non aver niente da fare per non perdere tempo con le cose da fare. Qualcosa langue latente, come un folletto che non puoi guardare direttamente, ma solo notare con la coda dell’occhio, eppure su quella percezione devi costruire tutto ciò che guardando diretto non hai mai potuto vedere veramente. Hai lasciato ogni cosa perché era nebbia, e ora ti inoltri nel buio di un mondo pieno di una luce che non è la tua, solo per dissiparti, per sentire dolore, per svegliarti; zioken, penso, anche in questo fai fatica, perché è come passato molto tempo per recuperare le memorie, i punti fermi. Cerchi ispirazione in una terra di nessuno, forse cerchi quella cosa che in qualche momento hai abbandonato pensando di metterla da parte solo per un istante, che poi saresti tornato a riprenderla. Le menzogne sono il cuscino che non vuoi mai scacciare. E poiché ti sembra impossibile che sia lì dove ti illudi di vivere, la cerchi in un posto dove nessun braccio sarebbe riuscito a gettarla. Il tempo passa, hai il terrore che ne sia passato addirittura troppo, che la china sia finita. Se triste ma con tutto il tempo a disposizione, perché ormai sei fuori dal fulcro. Gli schermi non parlano più a te. In Asia puoi arrivare al punto quasi di decomposizione dove modo, coesione e immagine di te iniziano a staccarsi. Questa, sapendola leggere in prospettiva, è la spiegazione di cosa può capitare.

 

      Vagando verso nuovi confini finisco a mangiare in arancino nella Pizzeria da Pier, che si è spostato qui da Varese, seguendo il fratello che si era già stabilito a Vientiane da un paio d’anni. 20 mila dollari di restauro è costata la stanzetta che ora si chiama semplicemente con l’acronimo Pdr. Ne paga 300 di affitto per l’appartamento, 800 per il locale quando sarà a regime. Fa otto teglie di pizza, che divide per 8 fette ognuna, il che dà 13 mila kip in su, significa che con le bibite fa almeno due milioni di kip al giorno. Le due ragazze che lavorano le paga 70 euro al mese a testa, più duecento una che viene al mattino. Qui a Vientiane è tranquillo, si, ma cosa fai tutto il giorno se non sei innamorato e se non c’è spiaggia? Come ogni luogo, il tempo non passa mai se non hai fatto amicizia, se non ti fai portare in giro e scopri com’è la loro vita, sperando poi di non reclamare per le fregature, per la cultura differente.

     A volte racconto le mia ansie a qualche amico di facebook e quello mi chiede di scoccare ancora qualche freccia che gli faccia ricordare di essere vivo. Lo so, amico, pensiamo ognuno per sé, mentre servirebbe amare gli altri. Sarebbe così semplice stare in pace... C’è sempre stata una parte di me più smagliante. Persiste ancora adesso, sebbene dica poco dell’io che combatte per incontrare il suo destino e molto dell’immagine che vorrei lasciare a chi non amo davvero. 

      L’Asia, con le sue metropoli sporche e brulicanti, ci appare come una sorta di specchio deformante, o forse è il nostro Occidente pieno di regole e divieti e obblighi a restituire un’immagine distorta della realtà, delle sfide. Vientiane è senza inquinamento, troppo giovane. Un grande villaggio privo del caos della metropoli.  Alcuni edifici bassi sembrano le nostre scuole elementari di provincia, invece scopri che sono il ministero dell’educazione o della difesa.

      Il bus partirà da Vientiane alle 7 di domani, destinazione Luang Prabang, di cui tutti parlano un gran bene.

 

 

 

gennaio 2014

 

 

qui l'inizio del reportage    Asia 1 - Istanbul

 

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